La storia della comunità italiana in Uruguay che portò con sé la devozione cattolica per i santi, la cucina, il dialetto (ancor prima della lingua) e la capacità di creare attività economiche dal nulla.
Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni – Recensione del libro di Gabriele Germani
Uruguay e emigrazione italiana
Un paese di sogni, speranze e arrivi che diventa un paese di sogni e partenze. Di questo tratta il lavoro di Germani, che con rapide pennellate ci dipinge il quadro storico del paese, dall’arrivo degli europei ai giorni nostri, per poi raccontare l’emigrazione italiana e alcuni suoi aspetti fondamentali.
Nella prima parte del libro vengono infatti descritte, in maniera completa ma sintetica, le tappe fondamentali della storia sociale e politica dell’Uruguay, per permettere al lettore di conoscere a grandi linee il teatro dove si muoveranno gli attori, i protagonisti del libro.
Chi sono questi protagonisti, che ci vengono presentati nella seconda parte? Citando la bella presentazione del libro, sono vittime, schizofrenici, rivoluzionari: i migranti. Viene sottolineata la loro tensione verso il futuro, ma con gli occhi volti al passato, alla storia, e soprattutto alla salvaguardia di questa storia e della propria cultura.
L’autore ci presenta così il movimento di migrazione verso l’Uruguay, prima in generale e poi concentrandosi sugli italiani: delineando anche qui diverse tappe (da una presenza iniziale di quasi soli marinai liguri, fino alla svolta del 1860 con il boom dell’immigrazione italiana nel paese), Germani ci racconta una storia di memoria condivisa, di un legame tra due paesi che non sempre è noto o evidente, ma è inscindibile.
Questo legame è evidenziato nel libro dai numeri, dalle contaminazioni linguistiche, dal culto di san Cono (a cui viene dedicato un esaustivo paragrafo), ed è stato sicuramente favorito dall’enorme capacità dell’Uruguay di integrare i nuovi arrivati: questo ha portato a una rapida assimilazione degli immigrati italiani, senza però costringerli ad appiattirsi o a dimenticare le loro radici, ma anzi, spingendoli a portare in dono tradizioni, usi e costumi del paese d’origine.
Infine, un ultimo regalo per il lettore, una sorta di dimostrazione definitiva della preziosità e dell’unicità del libro: dopo una presentazione esaustiva (ma, ancora una volta, non ridondante né verbosa) del movimento dei Tupamaros e della sua storia politica – senza mancare di sottolineare le origini italiane del poeta Mario Benedetti, simpatizzante del movimento, e di Raùl Sendic Antonaccio, leader Tupamaro – l’autore presenta la traduzione in italiano di un famoso comunicato intitolato 30 domande a un Tupamaro.
Chi, infine, fosse come me appassionato di bibliografie, troverà grandi soddisfazioni nelle ultime quattro pagine, ricche di suggerimenti di lettura e idee.
Un libro di storia? Un libro di antropologia?
Semplicemente, un libro che parla di memoria, di come sia possibile ricordare una cultura anche abbandonando un intero paese alle spalle, e lo fa sempre in modo misurato e stimolante. Del resto, “el oblio està lleno de memoria”.
Libro che ovviamente non può che essere consigliatissimo. Per saperne di più, vai al link

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