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mercoledì 14 Aprile 2021
BiblosIo e il Minotauro: il meccanismo crudele della messa in scena

Io e il Minotauro: il meccanismo crudele della messa in scena

Io e il Minotauro, un testo che dovrebbe arrivare ai centri di ascolto contro la violenza di genere: la salvezza è una catena di parole.

Io e il Minotauro

Un incipit potente, quello de Io e il Minotauro:

“Ho visto un cane accucciarsi ai piedi del padrone che lo aveva picchiato selvaggiamente; ho letto di un bambino che in ospedale cercava sua madre, nonostante lei avesse appiccato il fuoco al suo lettino; ho letto di vittime, rapite e stuprate, che trascorrono la propria
esistenza scrivendo lettere d’amore al proprio carnefice in carcere. Ho visto me stessa, riflessa nello specchio, in ginocchio davanti a mio marito che brandiva su di me uno shinai.”

Immagino Adele con une petite robe noire, un filo di perle, sulla pelle l’ombra di Infusion d’Iris di Prada.
Eppure, questi particolari saggiamente non ce li dice, Elena Bibolotti, lascia spazio alla nostra immaginazione che compone la figura sfaccettata, intensa e umana di Adele Tucci, una diva Julia con gli occhiali neri, interpretata, nella mia proiezione personale, da attrici di altri tempi – Bette Davis o Joan Crawford? Un eterno dilemma – o da una meravigliosa Helena Bonham Carter diretta magari da Guadagnino o da Scola (nei sogni è lecito mescolare le epoche, così come il mio Pastorale Americana è interpretato da Robert Redford e diretto da Kubrick).

Adele: abito nero, un filo di perle, profumo d’Iris, lividi e contusioni nascosti da tessuti eleganti e da trucchi, mette in scena lo stesso copione dei genitori, come facciamo tutti quando il disco s’inceppa, quando la nostra vita va in loop perché non sappiamo vederci da fuori e sbrogliare la matassa.

“E fu proprio nello specchio grande del salone nell’appartamento di Via della Scala che guardai i miei genitori baciarsi e conobbi la passione insana, la forza del trasporto amoroso che può essere mortifera come veleno.”

Elena non invoca e non salva l’amore romantico che tanta letteratura ci ha tramandato – ma allora era l’unico reale, al di fuori dei matrimoni che si limitavano a essere trattative d’affari, con alcune fortunate eccezioni. Tra le righe di Io e il Minotauro si leggono le teorie di Robin Norwood del best seller Donne che amano troppo che ha aiutato tante donne, focalizzandosi su un argomento tabù ovvero la responsabilità della vittima, che non significa accusarla, ma mostrarle che si può scegliere rompendo il meccanismo della
messa in scena – non a caso Elena Bibolotti ha un passato teatrale che trapela in modo elegante.

Questo romanzo, spontaneo e calibrato, lascia intravvedere la penna esperta e colta di Elena che ci porta nei drammi altoborghesi delle terrazze romane, quelle terrazze che si celano agli sguardi della gente comune e dove la gente comune fiuta morbosamente la tragedia. La sua Roma, pur condividendo l’ambientazione negli stessi anni de La città dei vivi di Lagioia, è un animale ferito, ma vitale, per cui il dolore sordo di tamburi in lontananza lascia posto alla catarsi, alla natura che s’infiltra nelle esistenze come
un messaggio di speranza.

Adele prepara con cura la scena finale, la allestisce, tenendo incollato il lettore alle pagine, quasi pretendendo la prima persona dalla narrazione per puntare le luci su di sé, sulla sua lotta. Per certi versi ricorda, in maniera ben più disperata, Franca Valeri ne Il Vedovo di Risi, per altri i tormentati personaggi di Antonioni.

Un testo che dovrebbe arrivare dove serve, ai centri di ascolto contro la violenza di genere, perché non siamo sole, la lettura ci rende meno vulnerabili, la salvezza è una catena di parole. Le parole sono importanti là dove un manipolatore cerca di isolare la sua vittima. E ce ne sono parecchie, di Adele, anzi, è capitato a tante di incontrare una persona come Gianmaria, pochi incontri o una relazione relativamente breve e, se ci siamo salvate, è stata soltanto fortuna. “Le tragedie hanno sempre un effetto di scuotimento.
Possono portare ad altre tragedie o condurci a sciogliere nodi esistenziali che fin qui avevano impedito il nostro cammino.

Potevo essere io.
Non una di meno.

She wore blue velvet.

#bluevelvet #nonunadimeno

Io e il Minotauro il meccanismo crudele della messa in scena

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Cristina Caloni
Cristina Caloni
Laureata in Filosofia, ballerina di lindy hop, scrittrice. Ha pubblicato racconti e poesie per Gorilla Sapiens, Zeta, Il foglio clandestino. Ha esordito nel 2017 per Castelvecchi con La mia stagione è il buio.

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