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sabato 5 Giugno 2021
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Dall’omicidio di Christa Wanninger a…le mille bolle blu

Tratto dalla raccolta inedita Proibito ‘60, Elena Bibolotti liberamente ispirata dall’omicidio di Christa Wanninger, assassinata il 2 maggio 1963 a Roma in un palazzo in via Emilia, nei pressi di via Veneto.

Mille bolle blu

Dalla finestrella Nicolina vide le gru protendere i lunghi bracci meccanici verso di lei e la collina dove resisteva Borghetto Prenestino. Un giorno, pensò detergendosi il sudore con il fazzoletto: la nuca olivastra, la fronte, i seni, un giorno quei grattacieli avrebbero divorato anche la sua baracca. Per adesso se ne stavano oltre il fossato, confine naturale tra civiltà e inciviltà, metropoli e campagna.

La giovane cercò nella scollatura dell’abito rosso, unica nota di colore nel pallore della baraccopoli romana, l’elegante biglietto da visita di Bartolomeo Bordini, agente cinematografico.

Dall’omicidio di Christa Wanninger a...le mille bolle blu

Un mattino di due settimane prima, il Bordini l’aveva chiamata a sé mentre la signorina Christa era in camera a vestirsi.

Vieni qua, dai, fatti vedere, le aveva intimato con un accento del nord che le metteva soggezione, perché lei del mondo non conosceva neppure Milano, perché dalla campagna era partita e alla campagna era giunta, come chi, imbrogliato da falsi capitani, emigrava per l’America lasciando le sponde siciliane e alle stesse sponde attraccava.

Il milanese si era quindi sperticato in complimenti, dicendo cose che non la impressionarono, giacché in paese se n’era parlato tanto, dopo che Annamaria se n’era scappata al nord correndo dietro le promesse del cinema, per ritrovarsi a fare la puttana per strada. Così se l’era guardato ridendo, sventagliandosi il bel viso con il piumino che faceva pendant con tutto il rosa dell’appartamentino in via Sicilia.

Quando la padrona era comparsa sulla soglia del salotto vestita d’argento, l’uomo aveva smesso di lusingare Nicolina per concentrarsi sull’amante.

A un’occhiata della signorina Christa, Nicolina se n’era andata.

Facendo le scale a due a due il milanese l’aveva raggiunta, per metterle in mano il proprio biglietto da visita: avrebbe potuto chiamarlo se avesse deciso di lavorare per lui.

Nicolina fece spallucce: lei quegli Odescalchi nel cui castello si sarebbe tenuto il pranzo non li conosceva. Però la fossetta sulla guancia doveva averla tradita, perché l’uomo, che incombeva su di lei come i grattacieli su Borghetto Prenestino, incurante della Wanninger che dal piano di sopra lo reclamava, ci provò ancora: non gli capitava spesso di avere per le mani una bellezza così, disse con visibile sincerità.

La donna scese in strada mentre lui ancora le parlava.

Dall’omicidio di Christa Wanninger a...le mille bolle blu

Quelle ore regolarmente retribuite, perché capitava di frequente che la tedesca ricevesse uomini, Nicolina le trascorreva davanti alle vetrine dei negozi di elettrodomestici. Li conosceva tutti.

Consultato l’elenco telefonico al bar della stazione Prenestina, aveva segnato gli indirizzi su un taccuino e poi li aveva cercati sulla cartina di Roma che si portava sempre appresso, assieme al numero dell’osteria del sor Ivo in via Quinto Anicio, e della parrocchia di San Agabito dietro via Secondino, sempre in borgata, in caso le fosse capitato qualcosa, se si fosse perduta o l’avessero chiusa in prigione: perché se in casa manca qualcosa, la colpa è sempre della serva.

Così quel mattino decise di non allontanarsi troppo da via Sicilia e di andare in Corso d’Italia, dove c’era un negozio a tre vetrine illuminato che pareva Natale anche d’estate: il frullatore a due velocità, il ferro da stiro ELTMA, l’asciugacapelli, il fiammante aspirapolvere HOOVER con sacco e poi, il pezzo forte, la lavabiancheria IGNIS.

 

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Vero era che a Borghetto acqua non ce n’era, e che la fontanella comune, che per un paio di taniche ci dovevi arrivare con la carriola e metterti in fila e baccagliare pure con le vecchie che pretendevano di passare avanti, stava a cinquecento metri da casa.

Casa. Sì, casa scriveva anche nelle lettere che i coniugi Colella inviavano in Puglia, casa era il nome che le davano loro due per intendersi: ci vediamo stasera a casa.

Vero pure che la corrente elettrica di casa non sarebbe bastata neppure per accenderla la meravigliosa K5 della Ignis, o la Domex della Telefunken: la lavabiancheria superautomatica, o la Zoppas: un marito che sa, una donna che vale. Ma in quel tempo passato in strada, Nicolina non viveva più in Borgata, ma nell’appartamentino della signorina Christa in via Sicilia, lì dove soltanto per ritrovarcisi tra quelle vie larghe, tra i palazzi spaventosi e le maschere e le Madonne e gli angeli, ci aveva messo due settimane.

Poi aveva chiuso gli occhi, come quando si tuffava in mare dallo strapiombo, e fatto il passo: buongiorno, le avevano ripetuto i commessi del negozio di elettrodomestici pur non conoscendola, pur con quell’aspetto dimesso.

Imitando le altre signore, con indice dubbioso sulle labbra si era mossa tra le file ordinate di elettrodomestici. Quando entrava bene in parte, si metteva in attesa e chiedeva informazioni all’addetto, facendo domande su funzionamento, anni di garanzia, consumi. Parlava a bassa voce, si muoveva con eleganza, passava le dita lungo la lavabiancheria, sull’oblò luccicante.

Se il commesso si spendeva bene, le dava soddisfazione, Nicolina gli dava appuntamento a uno dei prossimi giorni, sicuramente in settimana, quando sarebbe tornata lì con suo marito per l’acquisto.

Godeva nel farsi poi accompagnare alla porta con tanto di sorrisi e mezzi inchini, si eccitava di crudeltà nel vedere negli occhi del ragazzo a provvigione il luccichio sinistro della speranza. Perché di speranza si muore.

Dall’omicidio di Christa Wanninger a...le mille bolle blu

Era passata una settimana e Nicolina non ci aveva pensato più al biglietto da visita del Bordini e al cinema. Invece, il desiderio di possedere una lavatrice era diventato ossessione. Non voleva far parte del settanta per cento di morti di fame che nel ‘63 non poteva permettersi un elettrodomestico. Ma facendo bene i conti, acquistarla in contanti con le quindicimila lire che guadagnava in un mese, restava un sogno: la baracca era costata centosettantamila lire, e di quelle, lei e Mimmo ne dovevano restituire circa la metà più gli interessi.

Il vecchio proprietario della baracca, che aveva ottenuto la casa nel nuovo quartiere di Decima, uno dei circa settemila alloggi popolari creati dal Ministro Togni anche a Tor Marancia, Pietralata, San Basilio, Val Melaina, il Trullo, Ponte Mammolo, il Quarticciolo, non ne aveva proprio voluto sapere di ricevere cambiali da quei due. E poi in Borgata, dove il postino usava il fischietto per chiamare gli abitanti alla consegna della posta, sarebbe stato impossibile andare a recuperare la somma.

Eppure sulla baracca il numero civico c’era. Ed era anche bello da vedere, rosso fuoco come Nicolina l’aveva dipinto. Quell’otto le era riuscito proprio bene, la inorgogliva, tondo e grassoccio come la maestra le aveva insegnato: “Brava, Nicolina, quanto sei brava a far linee e cerchi, che bello quell’otto”, le aveva detto un giorno. Poi nessuno glielo aveva detto più. Nessuno l’aveva più lodata per qualcosa, a parte il Bordini quel mattino, neppure Mimmo, che per quel bacio dato in un impeto di primavera, durante la raccolta delle ciliegie, credeva di avere diritto di vita e di morte su di lei, mentre ce l’aveva scritta in faccia la sconfitta, e se ne tornava ogni sera con un cartoccio di spaghetti assieme al barattolo di pelati, depresso da non voler neppure raccontare, o baciare.

Così, era un mattino grigio di novembre, appena consegnate le centosettantamila lire al vecchio, Nicolina aveva lasciato Mimmo sulla porta della baracca ed era corsa per i campi verso i palazzoni, sotto i bracci minacciosi delle gru, fino a via Prenestina, dove aveva acquistato pennello e vernice rossa. Non fosse stato da megalomane, abitando pochi metri quadri di mattoni e lamiere con il cesso sotto l’albero di fico, le avrebbe dato il numero ottocentottantotto a quella baracca, ma anche ottomilaottocentottantotto. Così, in ricordo dell’unica gratificazione ricevuta anni prima.

Dall’omicidio di Christa Wanninger a...le mille bolle blu

Era perciò che Nicolina non aveva gettato via il biglietto da visita del milanese, rigirandoselo tra le dita quando Mimmo non c’era, passandoselo tra i seni, godendo di quella vaga illusione di felicità che, in pochi minuti, l’uomo le aveva fatto provare: la perla del sud, un incanto, quel visetto, una madonna.

Non si faceva illusioni. Anche Annamaria faceva parte di quel settanta percento di poveri che non possedeva una lavabiancheria. E in più faceva la puttana.

Ma se pittare sulla baracca quel bell’otto infuocato non era servito, pensava Nicolina, forse acquistare una lavabiancheria sì.

«Entrate, accomodatevi», disse voltandosi verso l’ingresso della baracca. Dalla porta socchiusa intravide un gruppo di donne.

«Entrate». Saltata giù dal davanzale le raggiunse.

Quelle entrarono e la videro: impossibile nascondere tanto splendore nel buio dell’indigenza.

Nicolina aveva trovato lo spazio migliore e l’aveva illuminata con una lampada. Sul ripiano bianco latte riluceva il cartellino del prezzo. Garanzia e libretto d’istruzioni, che Nicolina aveva portato a rilegare, stavano aperti come le tavole di Mosè. Lo scontrino era incorniciato al posto della foto delle nozze.

Le donne si avvicinarono timidamente, per paura che la lavatrice potesse mordere, colpa di tante consonanti in una sola parola: elettrodomestico.

Mimmo aveva finto di non accorgersi di quel cambiamento. Quando gli uomini della ditta avevano fatto la consegna, suo marito aveva guardato la lavatrice e poi lei, poi si era gettato sul letto con la sigaretta in bocca. Era rimasto a guardare il soffitto. Non l’aveva neppure aiutata a sistemarla, si era limitato a ingiungerle di non gettare via i cartoni, che sarebbero serviti a mettere toppe agli spifferi.

Non le aveva fatto nessuna domanda neppure il venerdì pomeriggio, vedendola uscire da casa vestita di tutto l’azzurro che possedeva. Nemmeno quattro ore più tardi Mimmo le aveva chiesto chiarimenti, quando lei era tornata con i capelli pieni di lacca: con quali soldi? Perché?

Neppure il giorno dopo, verso le diciannove, nel rosso tramonto, che pure a Borghetto era bellissimo, perché soltanto la natura sa essere democratica, quando l’aveva vista arrivare dai campi nell’abito nuovo, carica di buste, claudicante su scarpe alte, un po’ per il terreno un po’ perché sbronza, neppure allora Mimmo le aveva domandato come mai fosse così felice; né aveva notato il torbido languore nei suoi occhi neri, o che puzzava di sigarette e alcol e rideva insensatamente. Aveva mangiato quella bistecca regale che Nicolina aveva cucinato, come consueta pasta asciutta.

Eppure l’impianto narrativo delle bugie di Nicolina era ben strutturato, assai vicino alla realtà di quella giornata che avrebbe ricordato per tutta la vita. Casomai le fosse sfuggita una battuta, un particolare sul mare, che, già dall’Aurelia, quel mattino mentre raggiungevano il castello Odescalchi l’aveva abbagliata d’argento.

Come chiunque abbia da nascondere qualcosa, non interrogata la donna gli aveva parlato del set cinematografico dove aveva accompagnato la signorina, prospettandogli qualche altro guadagno se la tedesca fosse stata chiamata per altre pose.

Lui, dopo aver ingollato mezzo bicchiere di vino, aveva soltanto mugugnato un «Uhm».

Quel “uhm” dubitativo, aveva lasciato in lei un insopportabile vuoto di certezze. Così lo aveva abbracciato e lui si era lasciato andare: aveva sentito chiaro il suo cedimento in un sospiro schiantato di dolore, poi aveva percorso il suo corpo, le mani aggrappate ai pettorali le avevano facilitato la discesa.

Se l’era levata di dosso quando lei aveva appoggiato il viso sulla sua patta e ce l’aveva strofinato sopra, cercando il suo odore attraverso la flanella infeltrita dai cattivi lavaggi.

«Troia. Puttana, levati!», le aveva urlato con il braccio levato. «Chi te le ha imparate queste porcherie».

«Le ho lette. E poi si dice: chi te le ha insegnate» si era inorgoglita alzandosi da terra per scappare nell’angolo, come faceva con suo padre, quando gliele dava in testa con la scarpa, quando beveva troppo e cercava da lei qualcosa che un padre non dovrebbe mai chiedere a una figlia.

«Le so, certe cose, io leggo, guardo la televisione nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici», aveva aggiunto togliendosi dall’angolo per strisciare verso la porta, forte di quella giornata trascorsa in un abito di shantung, delle ostriche, dei camerieri, delle lodi ricevute. Mimmo le aveva rivolto uno sguardo offensivo e poi se n’era andato. Era tornato a notte fonda che puzzava anche lui di vino e sigarette.

Poi non ne avevano parlato più. Lui usciva all’alba per girare per cantieri e lei per andare in città dalla nuova signora. Mimmo tornava la sera che era ancora depresso e lei desiderosa di rivedere la sua lavatrice, cui donava ogni giorno un fiore raccolto sul ciglio della strada, un cardo dal cuore fucsia, uno stelo di malva in fiore. Quando era sola, ci si accoccolava accanto e le parlava, si passava tra le dita il filo della corrente di gomma nuova, si specchiava nell’oblò, spolverava con cura guarnizioni e cestello.

Aveva lasciato la signorina che era Aprile: per non vedere più il milanese, per non doversi vergognare di quella follia, e Christa Wanninger fu assassinata a maggio.

Dalla via sterrata arrivarono urla e mormorii. Nicolina andò verso la porta, si voltò raccomandandosi con le donne che non toccassero nulla, che la lavatrice gliel’avrebbe mostrata lei.

Nel bagliore polverulento della torrida estate del ‘63, Nicolina distinse il capannello di curiosi, bambini giocavano con certi sorci grandi come gatti, le gru stavano ancora oltre il fossato, in attesa.

Dall’omicidio di Christa Wanninger a...le mille bolle blu

 

Tratto dalla raccolta inedita Proibito ‘60, Elena Bibolotti liberamente ispirata dall’omicidio di Christa Wanninger, 1963

 

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Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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