I calciatori selvaggi nel romanzo di Ciriello sono una sfida, di cultura, di volontà di approfondire e di farsi stupire, sorridendo al futuro distopico (ma non troppo).
“I calciatori selvaggi”
Marco Ciriello si sposta sempre un po’ più in là. Per alcuni seguirlo è difficile, quanto per altri, si spera tanti, gustoso quanto un trip ma senza controindicazioni che non siano l’uscita da sé ; impossibile per chiunque acciuffarlo e bloccarlo, perché è come se volesse ogni volta allargare il campo, come un Pelè che cerca di uscire dal rettangolo verde per tornare nelle sue strade di bambino. A giocare come allora, senza limiti.
Gioco è la parola chiave per comprendere certe sue opere, compresa quest’ultima, fantapolitica ma come sempre costellata di fuochi pirotecnici di quelli che si portano assai nelle strade di Napoli da ultimo, solo che lì annunciano chissà cosa, qui …rivoluzioni.
Si, Ciriello è un anarcoide che crede ancora alla rivoluzione ed è anche convinto, come Gil Scott Heron, che la rivoluzione non sarà mandata in tv, che anzi spazzi via tutto il sistema mediatico in cui siamo immersi, coi suoi algoritmi e format, la sua concezione dello spettacolo senza epica, la riduzione della complessità, la mortificazione della fantasia per mezzo del seriale.
In “I calciatori selvaggi”, per i tipi di Gog, una delle più creative e avventurose realtà dell’asfittico panorama dell’editoria italiana odierna, ci prende per mano e ci scaglia nel futuro prossimo, sotto un dominio planetario cinese che fonde comunismo e capitalismo e che sembra aver il solo obiettivo della deumanizzazione di ogni ambito, a partire dal calcio.
Che Ciriello considera l’ultima religione in vita in occidente, ma del cui stato di salute dubita da un po’ (tanto da considerare quello del 1986 l’ultimo vero Mondiale).
Nel 2037 orwelliano quanto follemente gilliamiano (Brazil, L’esercito delle dodici scimmie), è il passato, soppiantato dal surrogato della SLS (SuperLegaSmart), radicalmente sottomesso alle logiche inaugurate dal Var, quindi ad un giudizio falsamente asettico, disumanizzato, tecnocratico, integrate da quelle “populiste” del televoto, di un popolo ridotto a massa ignorante spettatrice, come nei talent o nel GF televisivo.
Ma c’è una possibilità di salvezza. Ed è nella selvaggeria da “Mucchio selvaggio” di alcuni uomini, che se volessimo buttarla in seriosa politica potremmo definire una élite.
Perché l’autore confida ancora nei clandestini, negli irregolari, negli uomini in rivolta di Camus, anzi ripone ogni residua speranza esclusivamente in loro, i sovversivi che vivono in realtà dimenticate dal sistema come nel cuore di quest’ultimo, dove sono riusciti a mantenere una loro disparità (non è un caso che il libro sia dedicato ai “selvaggi” Gianni Mura e Libero De Rienzo, outsider che hanno saputo abitare in qualche modo il giornalismo e il cinema italiani di oggi).
Non è giusto spoilerare un romanzo sì bizzarro, spiazzante e gustoso, per cui diremo appena, per ulteriormente incuriosire, del furto del cuore di Maradona come evento fulcro del libro, degli innumerevoli personaggi che ne riempiono le pagine fino a farle esplodere (qui giocano un ruolo sia la cultura letteraria di Marco, molto sudamericana, si pensi a Marquez, sia il gusto fanciullesco di chi è cresciuto con gli album e le figurine Panini), della serie infinita di rimandi a grandi della letteratura come del cinema (Rushdie, Gilliam, il Fontanarrosa di “L’Area 18”, Roberto Bolaño, Stefano Benni, Woody Allen), dell’effetto stordente e liberatorio che una simile lettura sortisce e che non ha uguali, oggi, nel panorama conformista della letteratura italiana.
Ciriello e i suoi calciatori selvaggi sono una sfida, di cultura, di volontà di approfondire e di farsi stupire, di restare su una pagina e pensare sorridendo al futuro distopico ma anche ad un presente a ben pensarci già tale dalla pandemia in poi, anche se la sua rivoluzione è visionaria, ironica e divertente, tanto che non riusciamo ad immaginare altra trasposizione cinematografica diversa da un cartoon, una faccenda come i Simpson, anzi, meglio, un manga, magari di Miyazaki, in grado di rendere egualmente distopia e poesia. “Its’ the end of the world but I feel fine”, cantavano i Rem, e pare essere lo spirito con cui l’autore affronta – ed invita ad affrontare – nonostante tutto questi deprimenti anni.

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