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Rick DuFer, filosofo e divulgatore, esplora in “Dio era morto” il senso del divino nel mondo contemporaneo. Con uno stile accessibile ai più, indaga il ruolo culturale di Dio, invitando a un risveglio autentico oltre nichilismo, spiritualismi di massa e illusioni.
Dio era morto di Rick DuFer. Una filosofia del risveglio tra divinità perdute e coscienza moderna
Rick DuFer, pseudonimo di Riccardo Dal Ferro, è filosofo, autore, divulgatore e performer teatrale. Nato nel 1987, laureato in Filosofia all’Università di Padova, è noto per la sua capacità di rendere accessibili i temi più complessi del pensiero. Dopo il successo dei suoi precedenti lavori, arriva oggi, pubblicato da Feltrinelli, “Dio era morto“, indagine sul senso del divino nel mondo contemporaneo.
DuFer è anche la voce di Daily Cogito, uno dei podcast filosofici più seguiti in Italia, e fondatore della Cogito Academy, una scuola di filosofia pratica che ogni anno forma centinaia di studenti.
“Dio era morto” non è un saggio teologico né una provocazione atea, ma una riflessione esistenziale e culturale sul ruolo del divino nella storia dell’umanità. DuFer costruisce un percorso di filosofia di formazione, dove il divino diventa uno specchio per interrogare se stessi, le proprie idee, il rapporto con la vita, la società e la morte.
Scrive da ateo, ma da un ateo che prende sul serio Dio: non per adorarlo, ma per comprenderne la portata simbolica e antropologica. Con uno stile semplice, accessibile e talvolta ironico, DuFer accompagna il lettore in un viaggio umanistico, mostrando come anche chi non crede sia inevitabilmente influenzato – nel pensiero e nei sentimenti – da ciò che Dio ha rappresentato nella storia.
La frase d’apertura, “Dio è morto, o almeno così qualcuno diceva”, gioca con l’eredità di Nietzsche: Dio sarebbe morto, ma il suo spettro aleggia ovunque. Non è scomparso, sopravvive nei discorsi, nei rituali, nell’arte, nell’amore, persino nelle bestemmie. Dio è morto, sì – afferma DuFer – ma è il morto più vivo di tutti.
Il libro ripercorre il cammino del pensiero religioso e spirituale, partendo dagli dèi di Omero, entità superiori che governano l’esistenza umana come pedine su una scacchiera, un mondo in cui non esiste libertà ma destino.
Eppure, in quella accettazione c’è una forma di leggerezza: non è colpa tua né tuo merito, è il disegno degli dèi. L’immaginario omerico non esalta la ribellione ma la capacità di stare nel proprio ruolo, abbracciando il proprio limite con gratitudine e preghiera.
Questo sguardo umano e insieme tragico ritorna in ogni tappa dell’opera, fino al passaggio epocale al monoteismo. Con il Dio unico delle religioni abramitiche, l’uomo entra in un nuovo paradigma: più ordine, più protezione, più identità. Ma anche più esclusione, più opposizione tra bene e male, e quindi guerre di religione, disumanizzazione del nemico, senso di superiorità dei “prediletti”.
È con la nascita di Gesù che si compie una rivoluzione profonda e irreversibile: non solo si supera la visione di Eraclito e Omero, ma la si capovolge. Non siamo più passeggeri trascinati dal fiume del tempo, ma protagonisti di una storia d’amore eterna. Il logos non è più soltanto razionalità, ma si fa carne, compassione, relazione.
Il tempo non è solo uno scorrere inesorabile, ma diventa promessa, attesa, compimento. Il Dio dei cristiani non è distante, ma si abbassa, si incarna, muore per amore. Cosa totalmente impensabile per il pensiero greco.
Ed è nell’Eucaristia – gesto scandaloso e ancora oggi discusso, persino all’interno della Chiesa – che questa rivoluzione trova il suo vertice: non è più l’uomo a doversi sacrificare per raggiungere Dio, ma è Dio che si fa uomo, corpo e sangue, per riconciliarsi con l’umanità e con tutto il creato.
Da qui, secondo DuFer, nasce una frattura nell’essere umano: tra spirito e corpo, tra cultura e natura, tra sacro e reale. L’uomo si rifugia nella speranza del miracolo ma, così facendo, smette di abitare davvero il presente. “Questo è il trionfo finale dell’uomo post-omerico.” Al posto degli dèi “c’è il dio dei popoli, il dio delle appartenenze, il dio post-omerico che convince l’uomo a distaccarsi dal mondo demoniaco del peccato, della res extensa, per innalzarsi al mondo delle idee, all’empireo, alla vita oltre la morte. Proprio in virtù di questa spaccatura, le religioni post-omeriche hanno trionfato, ma soprattutto trionfano in quest’epoca.”
Una delle figure più forti del libro è quella dello zombie esistenziale: vive in automatico, consuma, cerca piacere, ma è disconnesso dalla propria autenticità. La critica è diretta alla spiritualità di massa, sistema che promette salvezze illusorie e vende sogni consolatori, impedendo all’individuo di confrontarsi con la morte, il dolore, la paura.
In questo senso, Dio era morto è un invito al risveglio, a riscoprire il divino come presenza nell’immanenza, come accettazione del limite, come forza che unisce invece di dividere. La spiritualità, secondo DuFer, dovrebbe aiutarci a vivere meglio qui e ora, non ad alienarci in attese metafisiche.
Forse il vero senso esistenziale dell’uomo moderno è dato dal tentativo, sia pure doloroso, di armonizzare la frattura tra il sé e il mondo. Nietzsche ci ha indicato la via attraverso il nichilismo: prima passivo, come disperazione per la fine dei vecchi valori, poi attivo, come possibilità di creare nuovi significati. L’Oltreuomo è colui che non cerca salvezze ultraterrene, ma dà senso alla vita in sé, affermando la propria esistenza come valore supremo.
A questo punto della lettura, mi piace immaginare Nietzsche alla ricerca dello sguardo complice di Prometeo. Simbolo del sapere, della ribellione, del fuoco sacro della creazione, egli dona agli uomini l’autonomia e li emancipa dagli dèi, come vero demiurgo moderno: artista, ribelle, creatore. Il fuoco come simbolo della volontà di potenza che è proprio il cuore della vita.
Nello snodo di questa storia estensiva, non a caso, si respira il pensiero di Eraclito, il filosofo della corrispondenza tra gli opposti: “Ciò che è opposto concorda, e dai discordi nasce la più bella armonia; tutto accade secondo contesa” (l’unità dei contrari).
Nel mondo contemporaneo, tendiamo a considerare “saggio” chi sa distinguere, categorizzare, analizzare, chi coglie le differenze, separa il giusto da ciò che è sbagliato, il vero dal falso, il bene dal male. Per Eraclito, questa è solo una saggezza a metà: la vera intelligenza non sta nel dividere, ma nell’unire, nel riconoscere l’unità che soggiace alla molteplicità, l’armonia che nasce dal conflitto, la parentela profonda tra ciò che appare opposto. La mente che si ferma alla distinzione è ferma in una visione, non ha ancora colto il logos, quella legge profonda che attraversa ogni cosa.
Nel mondo moderno, dominato da specialismi, dualismi e fratture – tra uomo e natura, corpo e mente, individuo e comunità – la lezione eraclitea ci suona come un richiamo scomodo ma necessario: finché continuiamo a vedere solo ciò che separa, restiamo prigionieri della superficie. Solo andando oltre, cercando le connessioni invisibili, possiamo aspirare a una comprensione autentica del reale – dice l’autore – possiamo sentire il bisogno di mettere mano a quegli opposti, di riaggiustare quel bipolarismo, che Eraclito accetta senza paura, tra la luce e l’ombra, tra la vita e la morte, tra il divino e il terreno.
Nietzsche non a caso amava Eraclito, fortissimamente omerico, e lo considerava uno dei pochi a capire davvero la vita. Lo interpretava come il filosofo del divenire tragico, capace di accettare la mutevolezza del mondo senza rifugiarsi in illusioni metafisiche. La sua idea dell’eterno ritorno è una forma raffinata di eraclitismo: accettare tutto ciò che accade come se dovesse accadere infinite volte.
Ma ad Eraclito, che affermava “la realtà è cambiamento”, Parmenide rispose con forza: “solo ciò che è immutabile è reale.” Fu questa visione radicale, apparentemente paradossale, a imprimere una svolta decisiva nel pensiero occidentale. Parmenide tracciò una linea netta tra l’Essere e il Non-Essere: solo l’Essere è, il Non-Essere non può essere pensato né detto. Da qui nasce la frattura originaria tra il mondo sensibile, mutevole e ingannevole, e un mondo dell’essere eterno, perfetto, immobile. Una spaccatura che Platone radicalizzerà, immaginando un “mondo delle idee” oltre il mondo visibile.
L’essere umano, in questa visione, non è più immerso nel flusso della realtà come in Eraclito, ma chiamato a elevarsi, a scegliere la luce contro le tenebre, l’essere contro il nulla, il bene contro il male. È facile capire perché questa prospettiva abbia attecchito così profondamente nell’Occidente, basta aprire la Bibbia. Anche lì troviamo una netta opposizione tra la luce e le tenebre, tra il Dio che è e il nulla del peccato, tra la vita e la morte. La filosofia ebraico-cristiana ha riconosciuto nella visione di Parmenide un fondamento speculativo potente, che ha nutrito la teologia, la metafisica e l’idea stessa di salvezza.
Dialogando col testo, aggiungerei che proprio il tempo, che Parmenide bandisce dalla realtà, è tornato con forza al centro della riflessione contemporanea. Nel Novecento, la filosofia del processo – a partire da Alfred North Whitehead – ha rilanciato un’intuizione più vicina a quella di Eraclito: la realtà non è fatta di sostanze, ma di eventi; non di cose, ma di relazioni in divenire. Il mondo, per Whitehead, è una rete dinamica di processi, un fluire continuo dove nulla è mai identico a sé stesso. Come nel fiume di Eraclito, ogni entità è in trasformazione, ogni istante è irripetibile.
Anche la fisica quantistica, in modo sorprendente, sembra dare corpo a questa visione. A livello subatomico, le particelle non sono oggetti stabili, ma stati probabilistici, possibilità in attesa di attualizzarsi. Non esistono “cose” in senso parmenideo, ma campi di energia che si trasformano l’uno nell’altro, soggetti a indeterminazione, interazione, mutamento. L’universo, secondo questa lettura, non è un blocco statico di essere, ma un campo vibrazionale di possibilità, un processo continuo e creativo.
In questo contesto, la rigidità dell’essere immutabile di Parmenide vacilla, e torna invece il fascino della visione eraclitea: comprendere significa cogliere il divenire, non cristallizzarlo. La vera saggezza, come suggeriva Eraclito, non è distinguere tra le cose, ma riconoscere l’unità che le attraversa, l’armonia profonda del conflitto, l’identità nel mutamento. Una lezione antica, eppure più che mai urgente nella nostra epoca di crisi e trasformazione.
La terza parte del libro, Gli dèi omerici del terzo millennio, propone una lucida critica al dogma moderno della crescita economica, personale, digitale. In un mondo che idolatra l’espansione continua, fermarsi è visto come colpa, il limite come fallimento.
Ma in questa corsa, l’uomo post-omerico smarrisce il senso della vita come totalità. Incapace di accogliere fragilità, perdita e morte, sviluppa i malesseri del nostro tempo: depressione, nichilismo, dipendenze.
Quando la sofferenza viene espulsa dal senso dell’esistenza, quando si rincorre soltanto il successo, il controllo, la performance, l’uomo si allontana sempre più da sé stesso. Diventa spettatore del proprio vuoto. E la saggezza omerica, quella che accoglieva la morte come parte del vivere, viene sostituita da un’illusione di immortalità produttiva. Ma crescere all’infinito non è vivere: è perdersi.
Forse, non sarà inutile il navigare nel vuoto per poi risalire con una nuova possibilità.
E l’autore affida ai versi di Borges l’ultima riflessione, l’ultimo sguardo nostalgico del dio post omerico: “Domani sarò una tigre fra le tigri / e annuncerò la Mia legge alla foresta, o un grande albero in Asia. A volte penso con nostalgia / all’odore di quella bottega di falegname.”
Borges evoca il sogno di fondersi con l’Assoluto, di trascendere i limiti della condizione umana e allo stesso tempo il ritorno alla realtà, un richiamo all’umano, al piccolo, al quotidiano…
Sono arrivata alla fine del viaggio e faccio scorrere le pagine all’indietro, fino all’inizio, fino alla prima citazione dal libro rosso di Carl Gustav Jung, che DuFer ci regala come anticipazione: Lo spirito di questo tempo non è divino, lo spirito del profondo non è divino; divino è l’equilibrio tra i due. E su queste parole trovo un momentaneo riposo.
Dio era morto di Rick DuFer, Feltrinelli – ARC review
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