Via dalle balle il Capodanno possiamo finalmente parlare di Tony Effe e di sua maestà il marketing

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Non può resistere alcuna linea editoriale né alcun indirizzo artistico in un’operazione puramente commerciale quale è un concertone di Capodanno. E si arriva alla catarsi con Tony Effe, presunto anticonformista, che rivernicia la classica serata di gala nella quale i ricchi mettono mano al portafoglio per rassicurare il popolo sull’inutilità dello Stato.

Tony Effe e sua maestà il marketing

Si dovrebbe ammettere, con candore e innocenza, che la questione del Capodanno romano, caso esemplare di tormento intellettuale, di cruccio filosofico tentennante tra il levigato rispetto da osservare per la difesa delle donne dalla violenza di genere e l’impeto artistico del creativo di un certo rango, riguarda la vecchia e cara morale borghese.

Quella morale irredenta ma storicamente incostante nelle sue proposizioni esteriori che immancabilmente si avvera in piccolo moralismo intriso di falsa coscienza. Contraddizione tipica dei nostri tempi da prendere sul serio, soprattutto per quelle strofe partorite all’interno della consorteria dove sorge il sole dell’amichettismo cool.

Il consueto perbenismo piccolo borghese, un tempo arma sguainata dalla Chiesa cattolica con il suo esercito di pretori schierati a proteggere il comune senso del pudore dagli attacchi dell’immoralità marxista, ha dismesso i panni piccini del conservatorismo bottegaio per indossare i più comodi abiti del progressismo semi-acculturato dei laureati nottetempo.

La rincorsa perpetua alla nozione più progredita, all’enunciato più inclusivo, nel quotidiano straripamento di notizie, occlude il ragionamento e genera insormontabili cortocircuiti.

L’ordinario e il trasgressivo, l’appiattito e il disinibito si scambiano pose e ruoli a seconda delle occasioni o delle convenienze. Emerge sempre un dilemma tra ciò che è più perbene per arrivare alla stesura di uno spartito nel quale gli imperativi di comando della purezza di spirito rincorrono quelli dell’appartenenza al clan.

Le consigliere del Pd, insorte contro i testi misogini di Tony Effe, ammirano le colleghe di Tony Effe, storiche ambasciatrici del Pd, improvvisamente accalorate dalla battaglia di solidarietà per la libertà d’espressione di Tony Effe.

In questo groviglio inestricabile di non detti non è più necessario un Minculpop per offrire censura a buon mercato e collaborazioni di prestigio per favorire carriere. I caffè artistici consiglieranno telepaticamente le sillabe da pronunciare e le buone frequentazioni perché il diritto alla parola e l’assicurazione all’impunità siano concessi a seconda del bisogno.

Non servono algoritmi per captare i desideri del pubblico quando ci si lancia nella vertigine della visibilità e per autocensurarsi quando occorre accreditarsi nelle logge di alta statura. Il conformismo è diffuso militarmente perché introiettato intimamente come buon senso comune.

Così anche le reazioni pudiche e imbarazzate del Campidoglio diventano falsificazioni spettacolarizzate perché non si può affermare ciò che appare eloquente. Il moralismo progressista con il suo puritanesimo piccolo borghese, così come qualsiasi enunciazione etica, al giorno d’oggi, si schiantano contro le ragioni del mercato.

Non può resistere alcuna linea editoriale né alcun indirizzo artistico in un’operazione puramente commerciale quale è un concertone di Capodanno.

Il mercato ha travestito il rapper in scaltro capitano d’industria, il relativismo culturale in un filosofo, in modo che il rivestimento adolescenziale della nostra epoca potesse assestare il definitivo colpo di grazia alla profondità di vedute. Tutto fa cultura, tutto è esperienza da condividere: la cifra da esibire è la trasparenza.

L’orgoglio ferito del rapper diventa occasione manageriale perché sia consolidata la sua credibilità commerciale. L’etica di profitto si autolegittima con gli incassi devoluti in beneficenza.

Si assiste a una catarsi definitiva: il rapper anticonformista rivernicia la classica serata di gala nella quale i ricchi mettono mano al portafoglio per rassicurare il popolo sull’inutilità dello Stato. I diritti saranno finanziati dalla generosità e dalla bontà d’animo.

In un sol colpo tutti nuovamente d’accordo: bauscia fanfaroni e smaccatamente conservatori, creativi progressisti del Pigneto, femministe hollywoodiane barricadere, cupi rockettari ribelli, giovani burocrati scoloriti, estatici liberal/fascisti soggiogati da Javier Milei; tutti sull’attenti di fronte al mercato, tutti democraticamente obbedienti nei confronti di sua maestà il marketing. Il groviglio è finalmente risolto.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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