Teheran non è crollata: adesso chi chiede scusa?

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Iran e USA hanno firmato un accordo. Fine dell’offensiva, sconfitta strategica per Washington e Tel Aviv. E tutta la stampa italiana che annunciava il crollo del regime teocratico si ritrova sepolta dai propri titoli.

USA, Iran e il cimitero delle certezze sbagliate

C’è voluta la firma di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran per chiarire definitivamente chi avesse visto giusto e chi avesse trasformato l’editoria italiana in un campionario di previsioni catastrofiche smentite dai fatti. La settimana scorsa, Trump e il governo della Repubblica Islamica hanno siglato un accordo che dovrebbe mettere fine, almeno temporaneamente, all’offensiva militare statunitense e israeliana contro l’Iran e l’asse della Resistenza.

Un esito che, dal punto di vista strategico, rappresenta, stando ai fatti del momento, per gli Stati Uniti e per Israele una sconfitta di proporzioni storiche: difficile trovare un precedente degli ultimi ottant’anni in cui la potenza egemone occidentale abbia dovuto negoziare con un avversario che avrebbe dovuto già essere in ginocchio. Eppure eccoci qui.

La domanda che si impone, però, non è geopolitica. È più sottile, e riguarda una corporazione professionale: riusciranno mai Bruno Vespa, Massimo Giannini, Lilly Gruber, Paolo Mieli, Parenzo e compagnia varia a elaborare il lutto per la testardaggine della storia? Perché con la sua consueta mancanza di tatto, la storia, si è rifiutata di seguire il copione che tanta parte del giornalismo italiano aveva scritto con estrema sicurezza di sé. L’Iran non è crollato. Il regime non è stato spazzato via dalla piazza. La teocrazia non si è dissolta sotto i colpi dell’esercito più tecnologicamente avanzato del mondo. I selvaggi con la barba lunga e il velo, come qualcuno li ha retoricamente definiti, hanno retto. E hanno trattato.

Il registro delle certezze sbagliate

Sarebbe ingiusto non documentare l’entità del disastro previsionale, come ricordato anche da Ottolina Tv, da Travaglio sul F.Q. e dalla nostra redazione in più occasioni. Italo Bocchino, il 3 marzo: «Dovremmo festeggiare tutti e dire grazie a Trump che finalmente mette mano alle armi». Repubblica, stessa data: «Teheran non ha quasi più lanciamissili». La Stampa, 31 maggio, citando Shirin Ebadi: «Non vi ingannate, il regime è debole. Sarà il popolo a finire il lavoro». Alessandro Campi sul Mattino, 12 gennaio: «Una teocrazia sempre più isolata, un tracollo di Khamenei porterebbe la libertà a milioni di persone». Il Giornale, 11 gennaio: «È una rivoluzione, la spallata è vicina». Tommaso Cerno, 14 gennaio, sullo stesso quotidiano: «Arrivano i nostri. Meno male che Trump c’è». E ancora il medesimo Cerno, primo marzo: «Ora siamo liberi dal male. Thank you America». Fiamma Nirenstein sul Giornale, 7 aprile: «Regime spalle al muro» — seguita, pochi giorni dopo, da un lapidario «Israele vincerà». Fabio Dragoni su Libero, 5 marzo: «Hormuz chiuso per mancanza di assicurazioni, ma ora ci pensa Donald». L’esperto militare di Libero, 31 marzo: «Teheran è crollata per il 70% e gli arabi stanno con Israele». Lo stesso giornale, 7 aprile: «La guerra va meglio di quello che tutti dicono».

Il catalogo potrebbe continuare a lungo. La caratteristica comune a tutte queste voci non è l’errore in sé,  sbagliare previsioni è fisiologico nel giornalismo, ma la struttura dell’errore: la certezza ostentata, il tono trionfale, l’assenza di qualsiasi riserva epistemica. Non si trattava di ipotesi caute formulate in un contesto incerto. Si trattava di sentenze pronunciate con l’autorità di chi sa già come andrà a finire.

Il problema non è che questi giornalisti abbiano sbagliato. Il problema è che lo hanno fatto con il credito simbolico di testate che milioni di persone leggono per orientarsi nel mondo. E che adesso, nel silenzio imbarazzato che segue ogni previsione clamorosamente smentita dai fatti, non vedremo correzioni, non vedremo autocritiche, non vedremo una riga di rendiconto professionale. Vedremo semplicemente il passaggio al prossimo argomento, con identica sicurezza e identica immunità alle conseguenze.

Nel frattempo, in quell’archivio digitale che non dimentica nulla e non perdona nessuno, i titoli restano lì — indicizzati, linkabili, immortali. È il solo cimitero che questa professione non riesce a evitare: le proprie parole, con tanto di data e firma, a testimoniare per sempre l’abisso tra la certezza esibita e la realtà che è andata diversamente.

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