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Dopo 40.000 persone assassinate sotto le bombe da una furia omicida senza limiti, sotto le macerie di Gaza si è decostruito il logos occidentale, si è decostruito il cristianesimo.
Sotto le macerie di Gaza è tutta la cultura ebraica che sta venendo sepolta*
Non si può più leggere una riga di Levinas, di Rosenzweig, di Cohen senza un sospetto, senza un senso di disagio. Le parole che si leggono diventano vuote.
Si legge che “il volto dell’altro è più sacro di Sion”, che l’apparire dell’altro è un comandamento: “non ucciderai”.
Ma dopo 40.000 persone assassinate sotto le bombe, dopo 20.000 donne e bambine sterminate da una furia omicida senza limiti quelle parole suonano false, puro esercizio retorico, persino melense, fastidiose, bugiarde.
Adorno diceva che bisogna pensare in modo che Auschwitz non si ripeta. Da oggi sappiamo che bisogna pensare anche in modo che Gaza non si ripeta.
Si è decostruito il logos occidentale, si è decostruito il cristianesimo. Solo la cultura ebraica sembra intoccabile. Farlo significherebbe esporsi subito alle accuse di antisemitismo.
Eppure, se da un lato bisogna combattere teoreticamente e praticamente ogni antisemitismo, dall’altro bisogna iniziare a chiedersi quanto vi sia di razzista nella cultura ebraica, che cosa vuol dire “popolo eletto“, che cosa implica un accomunamento basato sul sangue e sull’etnia, se possiamo accettare discriminazioni etniche.
Certo, so bene che esistono interpretazioni del giudaismo che si liberano di tutto ciò. So bene che l’Egitto per chi è fine non è una terra ma un luogo dello spirito, una prigione dell’esistenza da cui bisogna uscire. So bene che l’esodo è una metafora dell’esistenza.
So bene che per chi è fine Gerusalemme non è un pezzo di terra, e su questa cosa tutte le religioni Abramitiche stanno facendo una gran confusione, e sono tutte un po’ sioniste, perché Sion è un luogo di manifestazione e non un luogo geografico. Gerusalemme è dentro l’anima, e Cristiani, musulmani ed ebrei sarebbe ora che si liberassero da questa idolatria delle pietre.
E tuttavia poi c’è la vulgata, e c’è uno stato etnico, e c’è il razzismo della razza eletta, e c’è chi, insomma, crede che “quella terra ci è stata data da Dio”, con un fanatismo superstizioso su cui c’è poco da discutere, c’è uno stato che si pone sopra ogni legge, che piange i suoi morti ma per il quale non tutti i morti sono uguali.
Uno stato che il volto dell’altro proprio non lo conosce e che se potesse sterminerebbe ogni alterità.
Bisognerà decostruire questa cultura sino al midollo, senza trucchi rabbinici, senza barzellette. Veniamo da Atene e da Gerusalemme, ma qui si parla greco, questa è la terra del logos.
Derrida, leggendo Levinas, si chiede: siamo ebrei? Siamo greci? Ecco, siamo greci, oggi siamo più greci. Il logos: la gloria dell’Occidente, non l’inizio della violenza come tutti vogliono farci credere, ma il suo arresto, la sua limitazione. Senza logos c’è solo superstizione. Levinas lo sapeva bene.
Non il mercato, ma il logos è l’anima dell’Occidente, quella che abbiamo perso e che dobbiamo recuperare, contro ogni razzismo, contro ogni suprematismo, contro le superstizioni e il fanatismo di Hamas, degli ayatollah e di Bibi Netanyahu.
Non lasceremo il logos, e ancorati a quello continueremo ad amare Levinas, Rosenzweig, Cohen, Buber. Resteranno i maestri di sempre, a partire dal logos.
PS. La Grecia è Sparta, non è solo Atene.

* Per gentile concessione di Vincenzo Costa, professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.
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