Scandaloso: il New York Times vince il premio Pulitzer per ‘la copertura mediatica su Gaza’

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È difficile da credersi, ma il New York Times vince il premio Pulitzer per ‘la copertura mediatica su Gaza’, quando appena venti giorni fa è stato rivelato il memo che il NYT ha inviato ai suoi giornalisti ordinando loro non solo di non nominare mai la Palestina, ma anche di usare termini differenti per i morti israeliani e quelli palestinesi. E non solo…

Oltre il paradosso: il New York Times vince il premio Pulitzer

Fa davvero impressione fino a che punto il sistema politico-mediatico occidentale, che normalmente finge di rappresentare i più diversi punti di vista (anche se la sua vera agenda è sempre la stessa, tutto il potere a chi ha già il potere) stia trasformandosi in un monolite unanimemente intento a coprire il genocidio in corso.

L’ultima tappa di questa trasformazione è arrivata con l’assegnazione del (un tempo prestigioso) premio Pulitzer.

È difficile da credersi, ma la commissione ha assegnato il premio per il giornalismo internazionale nientemeno che al New York Times e proprio per la copertura mediatica dei fatti di Gaza.

Vale la pena ricordare che a dicembre il New York Times ha pubblicato un articolo pieno zeppo di falsità sull’uso sistematico dello stupro come arma di guerra da parte di Hamas, pensato appositamente per giustificare il genocidio agli occhi di un’opinione pubblica disorientata dalle atrocità israeliane.

Un articolo commissionato a una videomaker israeliana totalmente priva di esperienza ma di provata fede sionista (e a suo nipote!) e completamente debunkato da the Grayzone e da The Intercept, al punto che pure il NYT ha finalmente interrotto la collaborazione con l’autrice.

Al riguardo il NYT ha pure intrapreso politiche aziendali liberticide, interrogando e intimidendo al di fuori di ogni regola i suoi dipendenti di origine araba e/o di fede islamica per capire chi aveva rivelato all’esterno le forti controversie interne alla redazione sul falso scoop, al punto da provocare una reazione indignata del sindacato interno.

Ma non è finita: solo venti giorni fa è emerso il memo che il NYT ha inviato ai suoi giornalisti ordinando loro non solo di non nominare mai la Palestina, ma anche di usare termini differenti per i morti israeliani e quelli palestinesi; il che spiega finalmente come mai il termine “massacro” è stato usato dal NYT ben 53 volte per descrivere l’uccisione degli israeliani del 7 ottobre, ma una sola volta per raccontare i quasi quarantamila palestinesi uccisi per ritorsione da Israele.

Dare nientemeno che il Pulitzer a una testata che sul tema oggetto di premio si è macchiata di simili atti è così clamorosamente spudorato e fuori da ogni logica da essere estremamente indicativo della situazione: l’establishment non molla l’osso di Gaza ma è in allarme rosso e sta serrando le fila.

La folle corsa a sterminare e scacciare i palestinesi sotto gli occhi del mondo intero si è ormai trasformata, da parte delle élites, in una lotta per la loro sopravvivenza al potere.

Data la posta in gioco non aspettiamoci esclusione di colpi nè minimi di decenza: useranno tutta la violenza che potranno umanamente infliggere e si giocheranno ogni residuo di credibilità.

La maschera è caduta e il volto dietro di essa è orribile e feroce: in assenza di qualsiasi credibilità positiva, arriveranno sempre più campagne propagandistiche basate su creazione di nemici e spauracchi interni ed esterni e un largo ricorso al terrorismo mediatico per spaventare la popolazione fino alla sottomissione. Quello cui abbiamo assistito finora è stato solo il prologo: il peggio deve ancora arrivare, in Palestina e in Occidente.

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Alessandro Ferretti
Alessandro Ferretti
Researcher presso Università degli Studi di Torino. Associate presso CERN

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