Ritanna Armeni: “Che fatica non lasciarsi sommergersi da aggressività e ideologia, da un passato identitario e da un futuro irresponsabile”
Il femminismo, Ritanna Armeni e l’utero in affitto
Una delle cose più insopportabili di tutta la vicenda sull’utero in affitto è sentire la campana delle femministe contrarie che raccontano la maternità con toni mistici e religiosi.
Tra loro e la destra più retriva e tradizionale non c’è molta differenza: quando si comincia con la sacralizzazione della figura della madre e dell’esperienza mistica della gestazione e del parto, allora si può essere certi che si tratta di idiozie. Ma nonostante questo, l’utero in affitto rimane una delle cose più mostruose che si possa immaginare.
In nessun posto del mondo è legale vendere i propri organi e nemmeno il proprio sangue. Perché? Perché, al netto di quello che dice un certo femminismo libertario stupido, esistono eccome limiti su ciò che uno può fare con il proprio corpo. E l’esistenza di questi limiti *non* ha a che vedere con la sacralità del corpo (che non ha senso), bensì con le conseguenze sociali che il non avere limiti comporterebbe, ovvero: i poveri che vendono (o affittano, in questo caso) pezzi del proprio corpo.
E, tanto per cambiare, questa famosa “libertà di fare quello che si vuole con il proprio corpo” alla fine è solo una costrizione dettata dalla mancanza di possibilità economiche.
Ovviamente diverso è il caso della donazione libera del proprio utero, cioè senza scambio di denaro, sulla quale non ho nulla in contrario e che equivale alla donazione del proprio sangue o di un organo. Insomma alla fine, come dice Ritanna Armeni (in una sua riflessione social che riportiamo di seguito, ndr), l’unico argomento sensato contro l’utero in affitto è quello di classe.
Ritanna Armeni: “Sull’utero in affitto le femministe storiche non stanno aiutando”
Che fatica riuscire a dire qualche parola nel dibattito gpa, famiglie arcobaleno, diritti delle coppie omosessuali. Che fatica non lasciarsi sommergersi da aggressività e ideologia, da un passato identitario e da un futuro irresponsabile.
Faccio parte per storia e cultura delle femministe contro l’utero in affitto. Ma non mi sento solidale nel modo in cui stanno conducendo la loro battaglia. Con aggressività, senza comprensione, senza pietà. In nome di un corporativismo materno che non ho mai condiviso, di una naturalità e bellezza del ruolo di madre che la storia, l’esperienza hanno fatto a pezzi. Non si è buone madri solo se quel figlio lo si è portato in grembo nove mesi.
Alla maternità – mi era sembrato di capire – si dava un significato più ampio, universale e simbolico che riguardava in modo diverso anche chi un figlio non lo aveva partorito.
Io sono contro l’utero in affitto per motivi di classe. Perché sono le donne povere , di paesi poveri, che vengono sfruttate. Dal business di grandi imprese che ci guadagnano, e dal desiderio di genitorialità disperato e prepotente di tanti. Soprattutto coppie eterosessuali.
Sono anche convinta che questa pratica che -ripeto- non condivido non si contrasti aumentando o allargando la pena. Non è così. Quando in Italia l’aborto era proibito e punito dal codice Rocco le interruzioni di gravidanza superavano il milione. Sono altre le modalità culturali e legislative con cui contrastare la GPA. Su questo dovremmo concentrarci non privandoci nel momento in cui lo facciamo di un sentimento di pietà e di comprensione. Che non è approvazione ma solo ricerca di una soluzione vera, non ideologica, non passatista.
E i bambini di coppie omosessuali? Non riesco a credere che in Italia ci sia qualcuno – di destra o di sinistra – che possa pensare di non dare ad essi i diritti, l’attenzione l’amore che spettano. Non riesco a credere che siano gli ostaggi di una battaglia crudele e senza esclusione di colpi. Che diventino lo strumento di guerra contro la gpa. Il vessillo da abbattere ancora una volta in nome di una maternità o genitoralità unica, biologica e ideologica.
È possibile battersi contro l’utero in affitto e difendere diritti degli omosessuali, comprendere e andare incontro al desiderio di genitorialità, cominciare a riflettere sui limiti che dobbiamo accettare e su quelli che dobbiamo superare, sul valore oggi sicuramente diverso dal passato del corpo e della biologia? Secondo me è ancora possibile, ma molto difficile. Le femministe storiche non stanno dando una mano. E mi dispiace dirlo.

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