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RepIdee torna a Bologna con settanta incontri e sempre gli stessi volti. Schlein, Conte, Renzi, Prodi: il salotto della sinistra perbene si sposta in piazza. Si chiama agorà. Funziona come uno show.
RepIdee e la democrazia come intrattenimento
La Repubblica delle Idee nasce nel 2012 per iniziativa di Ezio Mauro, allora direttore del quotidiano. Prima edizione a Bologna, quattro giornate, ingresso gratuito, dibattiti aperti al pubblico. L’idea di partenza era quella dell’agorà democratica: il giornale che scende dalla carta e incontra i lettori, il pensiero che si fa evento urbano condiviso. Un progetto con una sua logica, all’epoca. Poi, come accade a molti esperimenti nati con buone intenzioni, il format si è cristallizzato, ha trovato i suoi sponsor, la sua platea fidelizzata, il suo circuito di volti ricorrenti. E da laboratorio di idee si è trasformato in qualcos’altro: uno show dell’establishment con ambizioni intellettuali.
L’edizione 2026, in programma dal 12 al 14 giugno tra il Teatro Arena del Sole, il Cinema Modernissimo e Piazza Maggiore, porta il titolo “Una storia di futuro, il futuro della storia” e celebra il cinquantesimo anniversario del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari il 14 gennaio 1976. Settanta incontri, tre giorni, una Bologna estiva usata come quinta scenica per un evento che si autodefinisce agorà e funziona come palinsesto televisivo trasferito all’aperto.
Il jet set delle idee: sempre gli stessi, sempre lì
Il programma politico schiera Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, Romano Prodi, Augias e Achille Occhetto, Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri. È un elenco che chiunque segua il dibattito pubblico italiano riconoscerebbe a occhi chiusi, perché sono esattamente le stesse persone che si alternano nei talk show da anni, che rilasciano le stesse interviste alle stesse testate, che portano in giro le stesse analisi con la stessa sicurezza di chi sa di non dover convincere nessuno di nuovo — il pubblico è già convinto, è lì apposta.
A ripercorrere il primo mezzo secolo del giornale saranno Corrado Augias ed Ezio Mauro con la vicedirettrice Stefania Aloia, mentre Romano Prodi dialogherà con Francesco Bei e Achille Occhetto con Francesco Merlo. La sensazione è quella di un raduno di famiglia allargato, in cui i commensali si conoscono da decenni, condividono le stesse premesse e producono il tipo di confronto che non disturba nessuno perché i confini del dicibile sono stati stabiliti prima che il microfono si accendesse.
Le giornate si apriranno alle 9 alla Libreria Coop Ambasciatori con la rassegna stampa mattutina. Alle 9. Di mattina. In estate. A Bologna. Il profilo sociodemografico del partecipante medio non richiede particolari sforzi di immaginazione.
La città come scenografia, le idee come intrattenimento
Il problema non è che esista un festival organizzato da un grande quotidiano. I festival esistono, hanno una loro funzione, possono persino essere utili. Il problema è la pretesa: quella di essere uno spazio di elaborazione politica e culturale autentica, mentre si è strutturalmente qualcosa di diverso — un evento di fidelizzazione dei lettori, un’operazione di brand identity, un contenitore di intrattenimento colto riservato a chi può permettersi di trascorrere tre giorni estivi a seguire incontri in teatri climatizzati nel centro di Bologna.
Il direttore Mario Orfeo ha dichiarato che l’agorà bolognese servirà a «confrontarsi, ragionare, divertirsi con la cultura e lo spettacolo, raccogliere critiche e suggerimenti, far circolare idee e punti di vista nuovi e giovani». “Divertirsi con la cultura”: almeno la formulazione è onesta. È intrattenimento. Di qualità, probabilmente. Ma intrattenimento.
Quello che manca, e che nessun palinsesto da settanta incontri può sostituire, è qualsiasi forma di partecipazione dal basso che non sia il pubblico seduto in platea ad applaudire. Non ci sono attivisti, non ci sono realtà territoriali, non c’è la politica come pratica collettiva — c’è la politica come spettacolo da consumare. Nel frattempo, le feste di partito vere, quelle che nascono dal volontariato disinteressato e si tengono in qualche cortile di periferia con i fondi che avanzano dalla tessera, continuano a sopravvivere con risorse inverse rispetto all’importanza che gli viene attribuita.
Bologna meriterebbe di meglio che prestarsi come scenografia a un evento che parla di democrazia senza praticarla. Ma Bologna, si sa, è ospitale. Anche quando non dovrebbe esserlo.

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