Pasolini conteso: la politica riscrive il poeta per farne una bandiera

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La destra tenta di reinterpretare Pasolini come “conservatore”, ma questa operazione nasce anche da anni di letture che ne hanno depoliticizzato l’identità marxista. Recuperarne il pensiero significa restituirgli complessità e impedirne la manipolazione ideologica.

La contesa politica attorno all’eredità pasoliniana*

La decisione della destra italiana di promuovere un convegno dedicato a Pier Paolo Pasolini, con la partecipazione del presidente del Senato Ignazio La Russa, offre l’ennesima dimostrazione di quanto il poeta e intellettuale friulano continui a rappresentare un terreno di battaglia simbolica.

In sé, che un’area politica tradizionalmente distante dal suo percorso culturale scelga di confrontarsi con lui sarebbe un segnale positivo: significherebbe riconoscere la ricchezza di un pensatore che ha attraversato il Novecento con lucidità e inquietudine.

Tuttavia, il titolo dell’iniziativa — “Pasolini conservatore” — rivela tutt’altro intento: non un confronto serio, ma un tentativo di rilettura ideologica che piega il suo pensiero a un fine identitario.

Attribuire a Pasolini un’etichetta politica distante dalla sua biografia e dalle sue dichiarazioni non è un semplice errore interpretativo: è una riscrittura funzionale, una manipolazione che rischia di svuotare il suo percorso intellettuale.

Inserirlo nel canone del conservatorismo significa ignorare non solo la sua vicinanza al marxismo, più volte rivendicata, ma anche la sua critica radicale alla borghesia, al consumismo e alle forme di potere che definivano — e definiscono — la società italiana.

Questa operazione, tuttavia, non avviene nel vuoto. La destra può tentare oggi una simile appropriazione perché negli ultimi decenni una parte non irrilevante della cultura progressista ha contribuito a separare Pasolini dalla sua identità politica.

Un processo di edulcorazione che lo ha trasformato in un’intoccabile icona estetica, svuotata dei suoi riferimenti ideologici e del suo radicamento nella sinistra comunista. Un Pasolini “universale”, sì, ma reso innocuo: un poeta offerto al consumo culturale, privo della forza dirompente delle sue contraddizioni.

La rimozione della sua militanza e il vuoto lasciato alla destra

Non pochi commentatori si sono spinti a definirlo un radicale nel senso partitico del termine. Un equivoco smentito dallo stesso Pasolini, che proprio nel discorso preparato per il congresso del Partito Radicale — e mai pronunciato a causa della sua morte — apriva affermando: “Sono un marxista che vota PCI”. Parole che basterebbero a collocarlo senza ambiguità nel mondo comunista, pur nella sua indipendenza intellettuale.

La schiera di interpreti che, nel corso degli anni, ha tentato di trasformare l’autore de Le ceneri di Gramsci in una figura apolitica o disancorata dalle lotte sociali ha profondamente alterato la percezione pubblica del suo pensiero. Si tratta spesso di esponenti di una sinistra imprecisa e fluttuante, incline a un progressismo generico, che ha guardato con sospetto Pasolini durante la sua vita e che oggi, priva di strumenti critici, ne riabilita un’immagine addomesticata.

Una dinamica che apre inevitabilmente la strada a nuove e più aggressive manipolazioni: quelle della destra contemporanea, che tenta di recuperarlo selezionando frammenti del suo discorso — quelli più compatibili con la retorica del tradizionalismo — e cancellando tutto ciò che rimanda alla sua adesione, anche conflittuale, al comunismo.

Di fronte a questa operazione, è opportuno ricordare un passaggio poco citato, tratto dai dialoghi che Pasolini pubblicò sulla rivista comunista Vie Nuove. Un testo raramente incluso nelle antologie ufficiali, ma che riassume la sua visione del rapporto tra passato e rivoluzione: «Solo la rivoluzione può salvare la tradizione; solo i marxisti amano il passato. I borghesi non amano nulla: le loro dichiarazioni di amore per il passato sono retoriche, decorative, prive di radicamento reale nella storia».

È un’affermazione che rovescia completamente la tesi del Pasolini “conservatore”: per lui, la tradizione non è un rifugio nostalgico, ma un patrimonio che solo un progetto rivoluzionario può sottrarre alla mercificazione borghese.

Oggi il suo lascito continua a essere un luogo di conflitto. Proprio per questo merita rispetto, studio rigoroso e, soprattutto, difesa dalle appropriazioni strumentali che lo vorrebbero ridurre a bandiera di circostanza.

* Qeusto articolo riprende e amplia una riflessione del prof. Paolo Desogus

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