L’ondata di cordoglio a reti unificate per la dipartita della regina Elisabetta II è sconfortante per qualsiasi osservatore minimamente “democratico e popolare”, ma non sorprende. Ecco perchè.
La partecipazione al lutto per la regina Elisabetta II
“La viva emozione e il profondo cordoglio” per la dipartita della sovrana d’Inghilterra, enfatizzati dai media a reti unificate, risultano abbastanza sconfortanti per un osservatore che abbia ancora un minimo di discernimento “democratico e popolare”, ma non sorprende.
Propaganda, conformismo e ancoraggio dell’immaginario collettivo a uno star-system da soap in salsa blu. Pardon, sangue blu. Noblesse oblige.
The Queen, nata Elisabeth Alexandra Mary Windsor, regina del Regno Unito di Gran Bretagna, Irlanda del Nord e altri reami del Commonwealth, verrà ricordata sulle riviste patinate per i completini color pastello e cappellino in tinta.
Nei 70 anni del suo “Regno” ha svolto un ruolo pressoché decorativo, esercitando con puntiglio il ruolo della propria inavvicinabilità ritualizzata, e pubblicamente avallando col silenzio una serie di scelte politiche più che imbarazzanti, quando non criminali.
Si è chiesto provocatoriamente Piero Sansonetti alla tv del Riformista:
“Chi era la regina? Ero io il Re d’Inghilterra quando massacravano gli irlandesi nelle prigioni e per le strade? Era lei, era Elisabetta che stringeva la mano a Pinochet, chi era che stringeva la mano a Pinochet? Era il Presidente tedesco, il Presidente italiano, il presidente spagnolo? No, era la regina Elisabetta”.
E qualcuno ricorda la cosiddetta battaglia di Orgreave?
Parliamo dell’apice toccato nella repressione di stampo cileno (toh!) di minatori e dei loro sindacalisti comandata da Margaret Thatcher nello Yorkshire del Sud, appunto ad Orgreave, il 18 luglio 1984. Una vera mattanza segnata dalla violenza della polizia in assetto anti sommossa e affiancata da reparti a cavallo, che assalì, arrestò e picchiò in maniera inaudita i lavoratori, con alla loro testa il leader Arthur Scargill.
Il bilancio fu di due morti, migliaia di feriti e 11mila arresti. In seguito, dopo un processo, la polizia dovette risarcire con 425mila sterline trentanove minatori imprigionati con accuse risultate false. E nessuno della famiglia reale mosse un dito o spese una parola per contestare questo attacco scellerato e fascistoide.
Stendiamo poi un velo pietoso poi sulle vicende personali dei vari membri della Royal Family. Ricordiamo solo un ‘dettaglio” economico: 15 miliardi di sterline, ovvero 17.131.873.164,75 euro: è il patrimonio personale che la regina Elisabetta II ha lasciato al figlio 73enne, che sarà incoronato come Carlo III e “regnerà per conto di Dio”.
Ma di tutto questo, ovviamente, non c’è traccia in questi giorni. Molti contenuti sono addirittura scomparsi dal web (provate a cercare le foto del astretta di mano e dell’abbraccio tra Elisabetta II e Pinochet. Niente. Sparito tutto.)

Sulla morte della regina Elisabetta ha scritto Luca Casarini di Mediterranea Saving Humans:
“La commozione pubblica è una costruzione, un rito collettivo che nella nostra società ha valore costituente. È creato ed organizzato. (…) I sudditi commossi imparano a seguire la liturgia.”
Ma per chi si interroga sull’ondata di empatia collettiva per la morte di Elizabeth Windsor, su suggerimento del professor Alessandro Ferretti, consigliamo la lettura di questo passo di David Graeber (scritto nel 2007):
“Abbastanza curiosamente fu Adam Smith, nella sua Theory of Moral Sentiments (scritta nel 1761), a notare per primo quella che oggi viene definita “compassion fatigue”. Gli esseri umani, ha osservato, sembrano avere una tendenza naturale non solo a usare l’immaginazione per identificarsi con i propri simili, ma anche, di conseguenza, a provare in prima persona le gioie e i dolori altrui.
I poveri, tuttavia, sono semplicemente troppo infelici e quindi chi li vede, per autoproteggersi, tende semplicemente a cancellarli.
Il risultato è che mentre quelli in basso trascorrono molto tempo a immaginare le prospettive e a prendersi cura di quelli in alto, il reciproco non succede quasi mai. Questo è il mio vero punto. Quali che siano i meccanismi, sembra sempre succedere qualcosa di simile: che si tratti di padroni e servi, uomini e donne, capi e lavoratori, ricchi e poveri.
La disuguaglianza strutturale – la violenza strutturale – crea invariabilmente le stesse strutture asimmetriche dell’immaginazione. E poiché, come correttamente osservato da Smith, l’immaginazione tende a portare con sé simpatia, le vittime della violenza strutturale tendono a prendersi cura di coloro che ne beneficiano, o almeno, a preoccuparsi per essi molto di più di quanto quei beneficiari si prendano cura di loro.
In effetti, questa potrebbe benissimo essere (a parte la violenza stessa) la singola forza più potente che preserva tali relazioni.”
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