L’Italia senza scudo: il grande bluff della difesa europea

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​Un drone caduto accidentalmente in Romania riapre una domanda scomoda: l’Italia saprebbe difendersi da un attacco missilistico moderno? Tra pochi sistemi antiaerei, copertura limitata e minacce ipersoniche, emerge la fragilità di un Paese che parla di riarmo ma resta esposto.

L’ombrello bucato: cosa succederebbe se un missile russo traghettasse verso l’Italia?

Il drone russo precipitato in territorio rumeno è stato liquidato come un “incidente di percorso”. Cosa che in effetti è stato al netto dei titoli di “Repubblica”. Una sbandata tecnologica probabilmente dovuta ai sistemi di intercettazione di Kiev nel teatro di guerra ucraino. Eppure, quel frammento di metallo caduto all’interno dei confini NATO ha innescato il panico mediatico, riassumibile nel titolo che ha fatto il giro del continente: “L’Europa si scopre senza difesa aerea”.

In realtà, i vertici militari non hanno scoperto nulla: sapevano da trent’anni che l’ombrello era bucato. La vera domanda, che l’opinione pubblica italiana ha iniziato a porsi con un brivido di realismo, è un’altra: se un attacco missilistico, anche convenzionale, prendesse di mira l’Italia, cosa succederebbe oggi?

Per farvi iniziare bene la giornata e per dare una ventata di ottimismo ve lo racconto io.

La prima linea: i caccia Eurofighter e il fattore tempo

​Nello scenario geopolitico attuale, la difesa dello spazio aereo italiano si basa quasi interamente sull’Aeronautica Militare. Se un missile da crociera o un bombardiere russo venissero tracciati dai radar NATO mentre sorvolano l’Adriatico, scatterebbe il Key Scramble. I caccia Eurofighter Typhoon si leverebbero in volo dalle basi di Grosseto, Gioia del Colle o Istrana in pochissimi minuti.

I nostri piloti sono tra i meglio addestrati al mondo, ma i jet hanno limiti fisici: devono decollare, intercettare il bersaglio e abbatterlo prima che raggiunga la terraferma. Contro una pioggia di droni o missili subsonici, l’aviazione farebbe la sua parte. Ma se la minaccia fosse un missile balistico o un vettore ipersonico di ultima generazione (Kinzhal o Zircon), i caccia sarebbero del tutto inutili. Lì la palla passerebbe alla difesa basata a terra. Ed è qui che la coperta si scopre drammaticamente corta.

Il paradosso del SAMP/T: proteggere Roma lasciando scoperto il Paese

L’Italia possiede un sistema di difesa antiaerea e antimissile di livello mondiale: il SAMP/T. Sulla carta, è un gioiello tecnologico capace di neutralizzare minacce balistiche tattiche. Nella realtà, è un’eccellenza fantasma per via dei numeri.

Storicamente, l’Esercito Italiano disponeva di appena 5 batterie operative. Di queste, dopo le note vicende geopolitiche e gli impegni internazionali, la disponibilità sul suolo nazionale si è ridotta al lumicino. Attualmente, una batteria è rischierata stabilmente nel Lazio, a protezione di Roma, dei palazzi del potere e dello Stato del Vaticano da minacce asimmetriche o terroristiche. Un’altra è in riparazione e le altre le abbiamo gentilmente donate.

Ma una batteria SAMP/T ha un raggio d’azione utile di circa 100 chilometri. Significa che mentre la Capitale gode di una “bolla” di protezione, i grandi centri industriali del Nord (Milano, Torino, Genova), i porti strategici o le basi nevralgiche del Sud (come la base NATO di Sigonella o l’arsenale di Taranto) sarebbero completamente esposti a un attacco missilistico pesante. L’Italia, in termini di difesa terra-aria, è un corpo senza corazza, protetto solo nei suoi organi vitali.

In realtà se anche fossero disponibili tutte e 5 le batterie Samp/T non sarebbero sufficienti a proteggere lo Stivale. Ne servirebbero almeno 20, più missili e personale specializzato. Una batteria missilistica non la comandi con il joystick della Nintendo.

Missili ipersonici: lo scenario da incubo.

Se Mosca decidesse di impiegare un missile ipersonico manovrabile, i tempi di reazione del nostro Paese si azzererebbero. Questi vettori viaggiano a velocità superiori a Mach 5 e cambiano traiettoria nell’atmosfera, rendendo i calcoli dei radar tradizionali obsoleti.

In uno scenario del genere, l’Italia non avrebbe una copertura sistematica. Solo la batteria SAMP/T di Roma potrebbe tentare un’intercettazione disperata, molto disperata, nella fase terminale del volo del missile, ammesso che questo punti la Capitale. Se l’obiettivo fosse un altro, il paese subirebbe il colpo senza poter opporre resistenza elettronica o cinetica.

La rincorsa al 2030

Il 2030, che è praticamente domani, è la data convenzionale per ogni progetto di difesa europea: “Nel 2030 saremo pronti a…”. Nell’attesa non si capisce bene cosa faremo.

Il Ministero della Difesa ha frettolosamente stanziato fondi per l’acquisto della nuova generazione del sistema (il SAMP/T NG), con l’obiettivo di aumentare i sistemi in dotazione sia all’Esercito che all’Aeronautica. Ma le catene di montaggio della difesa non seguono i ritmi della propaganda: la produzione di questi scudi richiede anni, componenti rare e investimenti miliardari continui.

Come ho scritto prima ne servirebbero una ventina e per produrne 20 ed addestrare il personale altro che 2030. Inoltre il nemico, che pare sia la Russia almeno leggendo Repubblica, non sta mica con le mani in mano. Il sistema di difesa Samp/T potrebbe risultare obsoleto. Quindi la domanda che mi faccio, e che vi faccio, è sempre la stessa: “Perché cercare lo scontro contro una nazione che militarmente è avanti di 20 anni?”. Mistero.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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