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Debito record, reclutamento militare in crisi e un’epidemia di obesità che costa quanto gli interessi sul debito pubblico. Gli Stati Uniti possono ancora stampare dollari, ma non possono stampare salute. Il rischio più grande è dentro i loro confini.
Il default biologico: come l’America si sta mangiando il proprio futuro.
C’è un momento preciso in cui ogni europeo scopre che il “sogno americano” ha l’odore di olio fritto e sciroppo di mais. Di solito succede intorno alle sette del mattino, dentro un locale di Atlanta o di una qualsiasi altra città della Sun Belt, davanti a un banco del self-service. È il momento in cui realizzi che la taglia “small” del tuo cappuccino è un secchio da un litro e che una ciambella viola fluo contiene abbastanza calorie da coprire il fabbisogno energetico di un piccolo comune ligure per una settimana.
Vent’anni fa, guardando quella fauna urbana e incrociando due poliziotti chiaramente sopra i cento chili, l’ironia cinica mi suggeriva una spiegazione balistica: “Sparano perché non possono correre dietro ai sospetti”. Vent’anni dopo, i dati dicono che quella non era solo una battuta da bar. Era una mia diagnosi geopolitica precoce.
Oggi il Pentagono vive nel panico da reclutamento. Il 77% dei giovani americani tra i 17 e i 24 anni è scartato a priori dai seggi di arruolamento. Il motivo principale? L’obesità. L’esercito della prima superpotenza mondiale non riesce a trovare soldati perché la sua gioventù è troppo sovrappeso per superare i test fisici, troppo dipendente da oppioidi o psicofarmaci, o semplicemente incapace di superare i test attitudinali di base. La tesi complottista secondo cui i nemici dell’America debbano solo sedersi sulla riva del fiume e aspettare che McDonald’s finisca il lavoro, forse, pecca di eccesso di zelo tecnologico (i droni e l’intelligenza artificiale non hanno bisogno di fare flessioni), ma fotografa una verità brutale: gli Stati Uniti hanno una bomba a orologeria in casa. E se la sono fabbricata da soli.
I mercati finanziari, che di solito non hanno senso dell’umorismo, stanno iniziando a registrare il conto. Il rendimento del Treasury a 10 anni viaggia stabilmente sopra il 4%. Non è il segnale di un’economia che corre, è il premio di rischio che gli investitori chiedono a uno Stato che continua a fare debito come se non ci fosse un domani.
E qui i numeri creano un’armonia perfetta e spaventosa. Oggi Washington spende circa 1.200 miliardi di dollari all’anno solo per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico. Una cifra astronomica, che equivale quasi esattamente alla stima dei costi indiretti dell’obesità sul sistema americano: 1.200 miliardi all’anno persi tra assenteismo, calo della produttività aziendale e morti premature.
L’America sta pagando due tasse gemelle sulla propria sostenibilità futura. La prima è finanziaria: il prezzo di aver vissuto per decenni oltre i propri mezzi economici. La seconda è biologica: il prezzo di aver vissuto oltre i propri limiti fisiologici, trasformando interi quartieri in “deserti alimentari” dove il cibo spazzatura costa meno della verdura fresca e dove le multinazionali della chimica alimentare hanno ingegnerizzato la dipendenza da zuccheri per fare profitto a breve termine.
Una nazione può anche stampare moneta all’infinito per pagare la prima tassa, forte del fatto che il dollaro, per il momento, governa ancora il mondo. Ma non esiste nessuna stampante capace di produrre fegati nuovi, arterie pulite e ventenni in salute. L’ironia sul collasso dell’impero americano, dopotutto, non è una provocazione da bar: è semplicemente la lettura più lucida del suo bilancio.

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