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Il naturalismo imprigiona la nostra epoca, fa diventare natura umana ciò che è costituito portando a una rimozione della storia: organizzazioni politiche, regole morali, modi di sentire sembrano caduti dal cielo.
La rimozione della storia*
Una delle caratteristiche della nostra epoca è la rimozione della storia. Sembra che i concetti, i pensieri, le organizzazioni politiche, le regole morali e i modi di sentire siano caduti dal cielo. E così si fa strada quella strana unione di naturalismo e di universalismo entro cui siamo imprigionati.
Il naturalismo universalizza, cioè sposta nell’origine, ciò che la storia ha prodotto: lo naturalizza, fa diventare natura umana ciò che è costituito. L’universalismo prende l’ultimo modo di pensare, quello in voga, e lo fa diventare espressione della pura ragione. In fondo ogni epoca ha il suo universale. A volte con esiti esilaranti, come – lo so che i santini non si possono toccare per voi ma io di santini non ne posso più – avviene in Kant, in Locke, in cui diventano regole di pura ragione regole che l’universalista odierno considererebbe abominio.
C’è un compito urgente, forse il compito che la storia assegna alle generazioni che vengono dopo la mia: pensare in maniera storica, ricondurre i pensieri all’epoca che li genera, li sostiene e li rende “ovvietà” (li naturalizza).
Ma che cosa è un’epoca?
Un’epoca è un’apertura di mondo, e di volta in volta siamo assegnati a una di esse, non ne possiamo uscire, non se ne possono scorgere i limiti esterni. Essa definisce ciò che possiamo pensare, immaginare, sentire, ciò che possiamo fare di quel tempo che ognuno di noi è. Al massimo, diceva Derrida, si può cercare di deformare i margini, si può lavorare ai suo bordi, per deformarli, rendersi porosi.
Questa articolazione strutturale di significati ha ricevuto, nell’impostazione fenomenologica un nome: mondo. Fink considerava la questione dell’origine del mondo la questione decisiva e fondamentale della fenomenologia: come si apre un mondo? Perché i mondi storici cambiano? Che cosa differenzia un mondo (un’apertura) dall’altro?
La politica si radica entro queste aperture, che sono aperture dell’Essere. Se allora assumiamo che l’essere stesso di Dio (il modo in cui pensiamo Dio o in cui Dio si manifesta) si radica in queste aperture di mondo, allora la nozione stessa di teologia politica dovrebbe essere ricondotta a quella di Ontologia politica, e dovremmo parlare di teologie politiche.
La politica si radica nella metafisica, se per metafisica intendiamo questo schiudersi di orizzonti di senso intrascendibili.
Potremmo individuarne, alla grossa, alcuni:
- Il mondo come avvolgente, come ordine entro cui prendere posto (grecia arcaica)
- Il mondo come struttura logica, coglibile con il pensiero ma non con i sensi (platonismo)
- Il mondo come ordine gerarchico di beni (cristianesimo)
- Il mondo come mera immagine, paesaggio (modernità), sicché esso non ci avvolge più, ma ci sta di fronte come un oggetto.
- Il mondo come male, che deve essere messo in forma, per cui la filosofia politica si costituisce a partire dal binomio essere/dover essere (tutta la filosofia politica moderna). La politica deve emendare l’essere, a partire dal dover-essere, come se il mondo non avesse una propria articolazione, un proprio dinamismo. Qui l’ordine non c’è, c’è disordine, e l’ordine va imposto dalla ragione.
- La trasformazione dal mondo come insieme di possibilità di azione al mondo come mero flusso di messaggi (il mondo digitale e il mondo della vita mediatizzato), che prescrive un’altra politica.
Il compito oggi è riconoscere l’appartenenza della politica all’epoca, e l’epoca come condizione di possibilità del pensare, del sentire e dell’istituire. Per affrontarlo occorre riprendere a pensare in maniera storica, una storia non empirica, senza scadere in un relativismo storico alla fine banale, ma neanche in un universalismo astratto o nel naturalismo che rimuove la storicità.
* Per gentile concessione di Vincenzo Costa, professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.
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