La scuola dell’inclusione dove i maschi giocano e le ragazze decorano la scena

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Nel memorial scolastico di Mugnano i ragazzi giocano e occupano il centro della scena, mentre le ragazze fanno da cornice coreografica. Un dettaglio apparentemente innocuo che però continua a riprodurre stereotipi di genere dentro uno spazio educativo che dovrebbe superarli.

Cheerleader a scuola, pedagogia della subalternità

Alcuni giorni fa – come ogni anno – allo stadio Alberto Vallefuoco di Mugnano di Napoli, si è svolta la terza edizione del Memorial Luigi ed Enrico Amatore, attraverso una partita tra gli studenti delle due sedi del Liceo Scientifico “Emilio Segrè” di Marano e Mugnano di Napoli.

Si tratta di una cornice fortemente simbolica e comunitaria con il coinvolgimento di centinaia di ragazzi e delle autorità locali, per cui la presenza delle cheerleader induce ad aprire una riflessione critica sul rapporto tra scuola, rappresentazione e genere.

Dallo sport maschile alla femminilizzazione spettacolare. Il corpo femminile come cornice dell’evento.

Il cheerleading si lega all’evoluzione dell’intrattenimento sportivo moderno, al marketing degli eventi e alla costruzione di uno spettacolo pensato anche attraverso quello che la teoria femminista definisce male gaze, lo “sguardo maschile”, un dispositivo culturale che organizza il corpo femminile come superficie visiva di accompagnamento e consumo simbolico. Le ragazze, la cui collocazione è laterale ma altamente visibile, sono relegate a svolgere una funzione coreografica e di accompagnamento scenico, mera cornice estetica dell’evento sportivo, la cui centralità, in termini di competizione e prestazione, è appannaggio esclusivo dei maschi.

E dire che proprio in questa struttura, lo stadio Alberto Vallefuoco di Mugnano, esiste da anni una qualificata scuola calcio femminile frequentata da numerose ragazze, di certo un’istanza culturale del territorio che potrebbe essere sostenuta e valorizzata coinvolgendola in modo appropriato nell’evento, magari organizzando due incontri distinti fra team di genere.

Invece nei contesti educativi e culturali si continua cioè a riproporre quella che il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito una violenza simbolica, un ordine sociale che si impone come naturale proprio perché incorporato nelle pratiche quotidiane e raramente messo in discussione. Per di più scuola, sport e cultura non sono semplici spazi neutri, bensì luoghi in cui si formano e si riproducono schemi di comportamento e gerarchie sociali interiorizzate.

Anche la filosofa Judith Butler offre una chiave di lettura utile, evidenziando come il genere non sia qualcosa di naturale o fisso, ma il risultato della ripetizione continua di comportamenti sociali. In questo senso, la distinzione tra chi agisce e chi accompagna non è neutra: è una ripetizione che produce e consolida ruoli di genere. La presenza delle cheerleader rientra precisamente in questa dinamica: una pratica che contribuisce a stabilire chi occupa il centro della scena e chi ne resta ai margini.

La persistenza degli stereotipi nella scuola contemporanea

Un evento che si presenta come educativo, comunitario e fondato sulla memoria attiva continua a utilizzare una rappresentazione dei generi profondamente tradizionale e anacronistica.

La questione non riguarda la danza o le espressioni corporee in sé. Riguarda il significato che esse assumono quando vengono inserite in una precisa gerarchia simbolica: alcuni corpi giocano, competono e occupano il centro; altri decorano la scena dell’azione.

In un contesto scolastico, questo non è un dettaglio folkloristico ma pedagogia implicita. Perché anche attraverso elementi apparentemente secondari si trasmette un’idea di ruolo sociale, di visibilità e di partecipazione. E quando la scuola continua a riprodurre modelli in cui il corpo femminile resta prevalentemente ornamentale, il rischio è quello di normalizzare gerarchie che appartengono più al passato che a un’educazione realmente contemporanea.

Il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra educazione e rappresentazione pubblica. La scuola non forma soltanto attraverso programmi, verifiche o dichiarazioni di principio ma anche attraverso la distribuzione dei ruoli, l’organizzazione dello spazio, la costruzione simbolica degli eventi collettivi. Ogni cerimonia scolastica produce implicitamente un racconto di ciò che viene considerato centrale, desiderabile, prestigioso.

Assegnare sistematicamente ai ragazzi il campo della prestazione e alle ragazze quello della valorizzazione estetica significa trasmettere una precisa idea di cittadinanza: non fondata sulla partecipazione piena e plurale ma differenziata, cristallizzando un contesto in cui il riconoscimento passa ancora attraverso codici tradizionali di genere.

Nell’ambito di un memorial costruito attorno ai valori della comunità, dell’impegno e della crescita collettiva, in uno spazio educativo ad alta intensità simbolica, ogni scelta scenica acquista un peso ulteriore, e la coreografia non è più semplice intrattenimento ma diventa parte integrante del discorso pedagogico.

La ricerca sociologica ha da tempo messo in evidenza come questi dispositivi non operino soltanto sul piano dell’immagine, ma influenzino anche la costruzione dell’autopercezione: le ragazze imparano molto più precocemente di un tempo che, soprattutto per loro in quanto femmine, le forme di riconoscimento sociale sono enormemente legate alla piacevolezza estetica, alla capacità di occupare lo spazio in modo decorativo, alla gestione del consenso visivo. I ragazzi, al contrario, vengono più frequentemente associati all’efficacia, all’agonismo, alla conquista della scena attraverso l’azione.

È importante sottolineare che tali dinamiche non dipendono tanto o solo dalla volontà individuale delle partecipanti né dall’intenzione esplicita degli organizzatori. Proprio qui risiede la forza dei dispositivi culturali: funzionano anche senza essere dichiarati. Si ripetono perché appaiono normali, familiari, persino innocui. Ed è proprio questa apparente innocenza a renderli particolarmente efficaci sul piano educativo.

Interrogare questi modelli significa chiedersi quale tipo di immaginario la scuola continui a legittimare nello spazio pubblico. Significa domandarsi se l’educazione contemporanea possa davvero limitarsi a proclamare uguaglianza e inclusione, continuando però a mettere in scena strutture simboliche costruite su una separazione evidentemente subalterna dei generi. Significa cioè quale idea di soggettività femminile una scuola decide di rendere visibile quando organizza la propria rappresentazione pubblica.

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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