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La Repubblica, giornale della borghesia liberal che sostiene i diritti individuali, si batte per il bon ton e la libertà d’espressione degli amici ma poi appoggia le guerre, le politiche contro il lavoro, e manifesta il fastidio antropologico verso i barbari del popolo.
La Repubblica, bibbia della borghesia liberal
Una delle più evidenti contraddizioni all’interno del nostro paese è il duplice ruolo della stampa, specie di quella progressista. I giornalisti de La Repubblica sono tra i maggiori sponsor del neoliberismo, delle privatizzazioni, dell’ingiustizia sociale mascherata da meritocrazia, ma lo fanno in modo suadente ormai da decenni.
La Repubblica è la riprova della deriva antropologica del paese negli ultimi 50 anni. Lo scopo è stato quello di catturare l’area della borghesia progressista e farle egemonizzare la sinistra a discapito del proletariato.
L’ultimo colpo, quello dei lanzichenecchi sul treno per Foggia, non è che il punto di arrivo finale di un giornale che odia il popolo, le classi popolari e tutte le loro manifestazioni culturali, esistenziali, biografiche, riconducendole a barbarie.
Quel blocco egemonico non solo ha rubato la sinistra spostandola dal marxismo a un vago libertarismo anglosassone (in sostanza mettendo il cappello su un benevolo a-comunismo culturale controparte del PCI berlingueriano che nel ’76 si dichiarava al sicuro sotto la NATO), ma lo ha lentamente svuotato delle sue basi esistenziali, trasformando la cultura popolare (modi, usi, costumi) in una colpa.
La Repubblica è il giornale della borghesia che vota PD, prima DS, prima PDS e via dicendo. Una borghesia che umanitariamente sostiene i bombardamenti sui ponti di Belgrado, l’espansione della NATO, le peggiori pratiche neo-coloniali e che sposta il dibattito pubblico su un manicheismo dei costumi.
In questo, Tangentopoli e la grande battaglia anti-berlusconiana non sono che due facce della stessa medaglia, non si fa più politica, si fa moralismo, si discute la vita sessuale del rivale.
Si vota uguale su tutto, politica estera, politica interna, politica economica e ci si divide su Ruby Rubacuori e sul Milan.
In questo La Repubblica (tutto il gruppo editoriale e la grande stampa in mano al grande capitale italiano ancora tra Torino e Milano) si fa egemonica e conquista ogni spazio dai pupazzetti kitsch di Zerocalcare in edicola a Saviano, da Michela Murgia ai lanzichenecchi foggiani, una grande campagna di omologazione della società attorno a nuovi valori.
Fateci caso, ognuna di queste persone di cui sopra quando criticata, viene poi difesa sul piano personale, mai sociale, solitamente si mette in ballo una presunta invidia per il successo degli stessi; come se la qualità di un uomo fosse misurato sulla fama, sulla notorietà, sulla vestibilità di sé, si riduce la critica politica a invidia e come tale si riduce un argomento sociale a un non argomento (chi personalizza notoriamente non ha argomenti).
Questo è l’essenza del neoliberismo culturale, la distruzione e l’omologazione dei vari modi in cui avevamo imparato a vivere in questo paese (per parafrasare Pasolini, di cui metto un video nei commenti).
Non stupiamoci di quanto accade, iniziamo piuttosto a pensare a una bonifica mentale da questi valori, da queste persone.

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