La propaganda come il nuovo consumismo vive di eterno presente

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In un mondo dove Gaza affronta un massacro nell’indifferenza generale, l’informazione italiana ripete passivamente narrazioni plastificate, decise a priori, senza confronto critico. Il nuovo consumismo e la propaganda si inseguono in un frenetico susseguirsi e cancellarsi di novità mai verificate, spacciate per molteplicità ed emancipazione.

Il nuovo consumismo vive di eterno presente

Lle cronache geopolitiche continuano as offrire un ritratto drammatico e inequivocabile dello stato del mondo e, insieme, della postura dell’informazione occidentale. Mentre a Gaza si registra una catastrofe umanitaria senza precedenti — con un milione e settecentomila persone in fase terminale di malnutrizione e l’intera popolazione sottoposta a una sistematica distruzione militare —, l’attenzione mediatica italiana si concentra su temi secondari, filtrati da un’ottica atlantista e acritica.

L’intervento di Israele è raccontato con toni ambigui o apertamente giustificazionisti, mentre le voci dissenzienti vengono marginalizzate o etichettate come “pericolose”. Parallelamente, in Europa si moltiplicano le operazioni di soft censorship, come la richiesta di oscurare media alternativi o limitare l’accesso a figure considerate “filorusse” o “anti-occidentali”.

Questo clima non nasce da oggi: è il risultato di un lento ma costante allineamento a una narrazione dominante, angloamericana, che ha smesso di confrontarsi con alternative credibili.

Radio Londra…al contrario

Durante la Seconda guerra mondiale, molti italiani si sintonizzavano sulle trasmissioni di propaganda americane e britanniche, come Voice of America e Radio Londra. Probabilmente non prendevano per vero ogni messaggio, ma li mettevano a confronto con la narrazione fascista per farsi un’idea autonoma.

Oggi l’ascolto della propaganda angloamericana prosegue, con la differenza che non esiste più un termine di paragone: giornali, telegiornali e internet si limitano a riproporne passivamente contenuti e interpretazioni.

Ma agli italiani va bene così. Non cercano di elaborare un giudizio critico, preferiscono schierarsi con chi vince, così da sentirsi vincenti a loro volta. Non a caso la loro lingua si sta rapidamente anglicizzando.

Non si tratta tanto di conformismo, quanto di consumismo: l’idea che la diversità non debba esprimersi nel presente, dove rischierebbe di creare incertezze, attriti e dissonanze, risultando così fuori luogo. Meglio seguire compatti le tendenze e le celebrità più pubblicizzate, per poi rimpiazzarle non appena minaccino di radicarsi, essere comprese e magari suscitare sospetti o insofferenza. Sempre tutti insieme, senza deviazioni.

Il problema più grave è che questa frenesia di novità effimere e mai realmente verificate venga spacciata per pluralismo, varietà, complessità, emancipazione.

La diserzione

Eppure, in un’epoca in cui la moltiplicazione dei canali informativi avrebbe potuto generare consapevolezza critica, ciò che si consolida è una forma di obbedienza estetizzata, fluida, confortevole. La propaganda di oggi non impone verità assolute: le propone con leggerezza, sotto forma di suggestioni condivisibili, emozioni rapide, slogan virali. Non ha bisogno di censurare apertamente — basta rendere irrilevante tutto ciò che non si allinea.

In questo contesto, l’assenza di attrito diventa la misura del successo: una società che non dubita, che si muove all’unisono con le logiche del potere globalizzato, è una società docile, compatibile, spendibile. Ma proprio per questo, destinata a dissolversi in ciò che consuma. Non c’è libertà nel ripetere ciò che viene venduto come libertà. Non c’è pluralismo nell’alternanza accelerata di modelli imposti.

La vera diserzione, oggi, non è il gesto clamoroso o il proclama ideologico: è il silenzio vigile, il rifiuto di partecipare alla festa collettiva dell’irrilevanza, la scelta ostinata di restare alieni a ciò che tutti sembrano desiderare.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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