La guerra che non esiste: in Ucraina l’Occidente continua a tifare senza spiegare

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La guerra in Ucraina si continua a combattere su due fronti: il fango del Donbass e gli schermi di mezzo mondo, più vicina alla struttura narrativa di un film di genere che alla complessità opaca di un conflitto logorante.

Guerra e percezione: chi controlla la narrazione controlla la realtà

C’è un paradosso che attraversa quattro anni di conflitto ucraino con la costanza di un metronomo: mentre le linee del fronte si spostano di qualche chilometro alla volta nel Donbass — con perdite umane che l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani stima in decine di migliaia di vittime civili accertate, e stime militari che viaggiano su cifre ben più alte, seppur senza alcuna verifica ufficiale — una parte consistente dell’informazione occidentale ha continuato a raccontare una guerra diversa,  più vicina alla struttura narrativa di un film di genere che alla complessità opaca di un conflitto logorante.

Ad oggi i dati territoriali parlano chiaro: la Russia controlla circa il 18% del territorio ucraino riconosciuto internazionalmente, ha stabilizzato buona parte delle linee di occupazione nel Lugansk e nel Donetsk, e continua pressioni attive lungo l’asse di Zaporizhzhia. L’economia russa, che il Fondo Monetario Internazionale aveva proiettato in caduta libera dopo il pacchetto di sanzioni del 2022, ha invece registrato una crescita del PIL intorno al 3,6% nel 2023 e si è mantenuta in territorio positivo negli anni successivi, trainata dalla spesa militare e da una riconfigurazione degli scambi commerciali verso Est.

L’Ucraina, dal canto suo, dipende in misura strutturale dal sostegno esterno: secondo i dati del Kiel Institute for the World Economy, gli impegni di aiuto militare, finanziario e umanitario da parte di Stati Uniti e Unione Europea hanno superato i 250 miliardi di euro nel corso del conflitto.

Questi sono i fatti disponibili. Eppure seguire esclusivamente certi canali dell’informazione euro-atlantica ha significato, per anni, ricevere un flusso quasi ininterrotto di annunci su crolli russi imminenti, esaurimento delle munizioni di Mosca e instabilità interna al Cremlino prossima al punto di rottura.

Il presidente-influencer e la macchina del consenso bellico

Zelensky ha costruito qualcosa di inedito nella storia della comunicazione di guerra: una presenza mediatica globale, continua e trasversale, capace di attraversare simultaneamente i parlamenti europei, i festival del cinema, i vertici NATO e i palinsesti dei principali network internazionali. Non è una critica alla sua leadership politica — resistere militarmente a una potenza nucleare con un PIL quaranta volte superiore richiede ogni leva disponibile, inclusa quella comunicativa — ma è un’analisi del meccanismo strutturale che ne deriva: una guerra finanziata dall’estero deve vendere continuamente ai propri finanziatori l’idea che la vittoria sia non solo giusta, ma prossima e conseguibile.

Il problema è che questo imperativo ha prodotto effetti distorsivi sull’intero sistema informativo occidentale. Tra il 2022 e il 2024, think tank come il Center for Strategic and International Studies e l’Institute for the Study of War hanno formulato previsioni che gli eventi hanno sistematicamente smentito o ridimensionato: il collasso dell’economia russa entro l’anno, l’esaurimento delle riserve di artiglieria di Mosca entro l’estate, l’isolamento diplomatico totale della Russia sul piano internazionale.

Nel frattempo Pechino ha continuato ad acquistare idrocarburi russi a prezzi scontati, l’India ha mantenuto rapporti commerciali invariati con Mosca, e il vertice dei BRICS del 2023 a Johannesburg ha registrato la presenza di oltre quaranta paesi osservatori — difficilmente il profilo di una potenza globalmente isolata. Nessuna di queste istituzioni ha prodotto bilanci autocritici significativi.

Il conformismo come nuova architettura della censura

La censura novecentesca era riconoscibile nella sua brutalità: decreti, sequestri, redazioni commissariate. Quella contemporanea funziona attraverso meccanismi più raffinati e per questo più difficili da contestare: algoritmi che determinano la visibilità dei contenuti, dinamiche di piattaforma che premiano la conferma delle narrazioni dominanti, e soprattutto un clima in cui mettere in discussione certi paradigmi interpretativi espone automaticamente all’accusa di simpatie filo-russe, con conseguente emarginazione dal dibattito pubblico.

Il giornalista americano Seymour Hersh, dopo aver pubblicato nel 2023 la sua inchiesta sul sabotaggio del gasdotto Nord Stream attribuita a operazioni statunitensi, è stato praticamente ignorato dai principali organi di stampa occidentali che pure lo avevano celebrato per decenni come uno dei più importanti giornalisti investigativi viventi.

Il risultato è una funzione giornalistica invertita: invece di interrogare il potere, una parte rilevante dell’informazione ne amplifica e legittima il racconto, mentre gli utenti trasformano la propaganda in identità collettiva, redistribuendola attraverso i social network con un’efficacia che nessun ministero dell’informazione avrebbe potuto organizzare centralmente. Ogni attacco con drone documentato da uno smartphone, ogni edificio colpito trasmesso in diretta, ogni discorso presidenziale confezionato per i titoli internazionali contribuisce a una guerra del simbolico in cui il valore percettivo di un evento supera sistematicamente il suo peso militare reale.

Putin, per converso, ha adottato una strategia comunicativa opposta e speculare: rarità degli interventi pubblici, controllo rigido delle informazioni provenienti dal fronte, gestione del silenzio come strumento retorico. Non è un modello più onesto — è semmai una diversa forma di manipolazione, costruita sull’opacità invece che sulla sovraesposizione — ma produce un effetto preciso: preservare al proprio discorso pubblico una soglia di eccezionalità che la comunicazione quotidiana di Zelensky, per sua stessa natura, non può permettersi.

La storia dei conflitti moderni insegna che la propaganda sopravvive fino al momento in cui i fatti si presentano all’appuntamento. Quando arrivano — e arrivano sempre, con il ritardo proprio delle verità scomode — non chiedono il permesso a nessuno, e non hanno mai dimostrato alcun rispetto per i calendari editoriali.

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