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La crisi dell’attivismo e il diritto al brindisi

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L’eterno presente della narrazione neoliberista, nonostante la devastante crisi geopolitica mondiale, ancora riesce a deviare l’attivismo sull’idea che la sfera privata abbia un senso politico totalizzante.

La crisi dell’attivismo

La politica contemporanea si è ridotta nella contemplazione dell’ineluttabile. Per politica, in questo caso, si intendono non solo i blocchi istituzionali, quelli formalmente preposti alla formazione della decisione, ma anche tutti quei blocchi, quelle articolazioni sociali, antropologiche e culturali che concorrono, accanto alle istituzioni stesse, nel disegnare di senso il mondo, che nella dialettica conflittuale davano un indirizzo allo Stato.

La legittimità politica da sola non era sufficiente perché doveva trovare il proprio contraltare nella legittimità sociale.

Oggi la legittimità politica non ha più bisogno di una legittimità sociale, così come immaginato dalla Costituzione. Ma, grazie alla trasformazione del buon senso comune imbrigliato dalla messa in scena della concorrenza individuale, si autentica nella legittimità economica.

In questo passaggio si sostanzia il totalitarismo liberale. La politica afferma la propria credibilità quando gli enti economici di controllo – con la classificazione dei rating ad esempio – appongono il loro bollino blu.

Affermare che questa sia l’unica possibile razionalità, anzi che corrisponda alla Razionalità, ha formato nelle coscienze un nuovo tipo di attivismo, incentrato sull’idea che la sfera privata abbia un senso politico totalizzante che coincida con l’unico immaginario conflittuale possibile.

Qualche sera fa, qui sotto le finestre di casa, ho visto sfilare un lungo corteo. Megafoni urlanti e arrabbiati nel declino della domenica. La rabbia era concentrata sull’impossibilità per le donne di uscire da sole la sera.

In via di principio nulla da eccepire. Giusto che possano vivere liberamente le proprie ore in qualsiasi momento vogliano farlo. Così come è giusto che lo possano fare gli uomini, o i ragazzi di ogni età. Ciò che desta sorpresa però è il momento storico in cui il problema viene affrontato. E anche il luogo in cui il corteo è stato organizzato suscita meraviglia.

Il quartiere di Roma in questione è il classico conglomerato romano in cui si è sviluppata un’industrializzazione dello sballo e dell’effimero. La creazione di un’isola pedonale ha foraggiato l’accavallamento di locali bistrot, di ristoranti, di circoli ricreativi che passano indistintamente dalla propensione ludica ed edonista alla socialità teatralizzata dell’imprenditoria militante. Insomma dove gli assembramenti notturni si dividono tra spazi di totale abbandono festante a spazi nei quali sopravvivono pose più politicizzate.

Il punto contraddittorio che contribuisce a innescare una certa perplessità è il seguente: data per assodata la mia lontananza culturale dalle battaglie concentrate esclusivamente sull’ingiustizia di genere che in questo contesto è fuorviante affrontare, ciò che
risulta spiazzante è come il militante politico immagini la proiezione del futuro. Anche di sé stesso nel futuro prossimo.

Nei giorni in cui la Guerra irrompe nella vita quotidiana, quando insomma si torna a fantasticare sulla Bomba, sulla distruzione dell’umanità, nel corso di una crisi che spezzerà le reni a chi già si è allontanato da una parvenza di dignità sociale, sembra che l’impellenza delle azioni dimostrative si riduca comunque alla necessità di riproduzione delle proprie gesta di consuetudine libertaria.

Come se insomma anche sotto un grappolo di bombe o nell’indigenza di gran parte della popolazione, si dia per scontato che una certa dimensione esistenziale debba a tutti i costi sopravvivere.

L’eterno presente sponsorizzato dalla narrazione neo-liberale appare il luogo di visita di un cittadino impegnato nel difendere la propria condizione di eterno turista. Anche la riflessione collettiva si disperde così nel riflesso delle singole personalità. ancora attratte dalla promessa rigenerante di sconfitta della morte.

Rivendicare una libertà di movimento personale – di genere – in una zona di movida, con la Bomba sulle nostre teste, con la Fame che morderà i nostri prossimi, contempla un retrogusto lugubre. E una coscienza schizofrenica.

Neanche l’apparizione della Realtà è in grado di politicizzare l’impegno. Quella legittimazione economica ha reso tutto ciò che esula dal privato ineluttabile. Crisi, Guerra, Ingiustizia equivalgono a inondazioni, terremoti, dai quali l’essere umano non può che porsi in termini resilienti. La lotta si riduce alla propria necessità di auto-rigenerazione. Nel mercato e nello spazio adibito allo sballo.

L’impegno è diretta emanazione della proiezione di sé, del proprio autocompiacimento quando si può discorrere in santa pace gesticolando i propri avvenimenti. Una vita di continui avvenimenti che compongono esistenze o serate romanzate. Quel primato del privato che determina una dittatura dell’introspettivo.

Il proprio disagio si afferma come problema del mondo. Per questo ormai trasformatosi in ideologia. Indifferente alla Guerra, alla Fame altrui e all’Ingiustizia.

Per questo quella rabbia urlata accanto agli schiamazzi dei calici di vino conteneva un non so che di grottesco. Come se si lottasse perché quei calici possano mantenere il diritto di continuare a brindare.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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