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Dopo mesi di stragi a Gaza, i filo-israeliani italiani smettono i toni arroganti e scoprono la “pace”. Ma è troppo tardi. Chi ha giustificato un genocidio in diretta ora prova a dissociarsi, come i fascisti nel ’43. Nessuna amnistia morale: i conti restano aperti.
La timida retromarcia degli ultrà di Tel Aviv: troppo tardi per la pace, troppo comodo il pentimento
C’è qualcosa che comincia a incrinarsi. Non nei talk show, beninteso: lì i difensori di Israele a ogni costo, anche sull’ultimo bambino palestinese, continuano a presidiare le telecamere con lo zelo dei soldati imperiali giapponesi rimasti nella giungla vent’anni dopo la fine della guerra. Pensiamo ai soliti noti — Parenzo, Mieli, Cerasa, Fratello, Mentana — che, incuranti di crateri e cadaveri, ancora raccontano una fiaba in cui Israele è vittima, civiltà e faro etico dell’umanità intera. Lì, la propaganda resiste. Ma altrove, qualcosa scricchiola.
Fuori dai circuiti televisivi blindati, nel mondo reale, si avverte un cambiamento sottile. Gli ultrà di Tel Aviv, quelli da tastiera, da ufficio stampa, da convegno accademico, sembrano meno baldanzosi. Si sono fatti prudenti, cauti, persino — Dio non voglia — riflessivi.
La sicumera granitica di chi bollava ogni voce critica come antisemitismo mascherato sembra essersi incrinata. L’atmosfera è quella di chi ha fiutato la sconfitta sul piano simbolico. I toni cambiano. Le parole anche. E di colpo, la parola “pace” torna di moda.
Che tenerezza, verrebbe da dire, se non fosse tutto così tragicamente ipocrita. Dopo mesi — anzi, anni — di retorica muscolare, giustificazioni infami, e criminalizzazione del popolo palestinese, ecco la svolta diplomatica. I filo-israeliani più avveduti iniziano a dissociarsi dal governo Netanyahu, lo descrivono come un’anomalia, un incidente, una parentesi impazzita. Israele, ci dicono adesso, sarebbe in fondo un popolo pacifico, vittima di un manipolo di estremisti religiosi. Peccato che quello stesso popolo, democratico fino al midollo, li abbia votati. Più e più volte.
Non serve un genio per decifrare la nuova narrazione. È un’operazione di salvataggio in zona Cesarini: smarcarsi in tempo prima che arrivi il giudizio della storia, disinnescare la bomba morale prima che scoppi nei salotti buoni dell’opinione pubblica occidentale. È già successo: come i fascisti all’indomani dell’8 settembre, i paladini del bombardamento umanitario ora soffrono d’improvvisi vuoti di memoria. Nessuno ha detto nulla, nessuno ha giustificato niente, nessuno ha mai negato l’evidenza. Cancellare, riscrivere, ripulirsi.
Ma no, non funziona così. Non dopo un genocidio in diretta. Non dopo otto mesi di assedio, fame e bombardamenti sistematici. Non dopo ospedali distrutti, bambini amputati, convogli umanitari presi di mira. Non si può parlare di pace adesso come se fosse un nuovo inizio. È troppo tardi. Lo era già nel 2021. Lo era nel 2014, nel 2008. Lo era nel 1948, quando la pulizia etnica fu raccontata come autodifesa.
E oggi non c’è tregua, non c’è risoluzione ONU, non c’è riconoscimento dello Stato palestinese che possa pareggiare i conti. Non dopo tutto questo. Chi parla di pace adesso è, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo. Nella peggiore, un complice. Come l’Autorità Nazionale Palestinese, che ha fatto del servilismo istituzionale la propria unica funzione: passare documenti, accettare compromessi, firmare la propria irrilevanza.
Nel frattempo, i manager morali del sionismo all’italiana — pardon, dei sostenitori incondizionati dello “Stato ebraico” — provano a rifugiarsi dietro la stanchezza dell’opinione pubblica. Ma non c’è amnistia possibile per chi ha tifato, giustificato, minimizzato. Né per chi ha trasformato la solidarietà con gli oppressi in reato d’opinione. La “pace” non cancella nulla. E chi oggi parla di pace, dovrebbe prima parlare di colpe. E assumersele.
La memoria non si lava col lessico della riconciliazione. E il sangue non si asciuga con un comunicato stampa.

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