Informazione e propaganda: “Ma cosa cambia, che differenza fa?”

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La differenza tra informazione e propaganda è un elemento fondamentale della democrazia. Minimizzare errori e fake news (“che differenza fa?”) significa accettare una deriva culturale: senza dati verificati non esiste opinione consapevole. La precisione non è dettaglio ma base democratica. Oggi riguarda le guerre, domani può riguardare noi.

Informazione e propaganda

L’abbiamo letto troppe volte, sempre con la stessa leggerezza disarmante: “Ma cosa cambia?”, “Che differenza fa?”. Succede ogni volta che qualcuno prova a segnalare che una notizia — dall’Ucraina a Gaza, passando per l’Iran o il Libano — è falsa, manipolata o quantomeno non verificata. La risposta è quasi automatica, come un riflesso condizionato: non importa il dettaglio, conta la cornice morale.  Diritto internazionale contro autocrazie, aggressore contro aggredito, buoni contro cattivi. Il resto è rumore.

È esattamente qui che si misura il problema, perché la differenza non è marginale: è strutturale. Ed è uno dei sintomi più evidenti di un arretramento civile e cognitivo che non viene nemmeno percepito come tale. Se il dato fattuale diventa secondario, se la verifica è un fastidio e non una necessità, allora non siamo più nel campo dell’informazione ma in quello della narrazione.

Negli ultimi anni gli esempi non sono mancati. Durante le prime fasi del conflitto in Ucraina, numerosi video virali condivisi da media e utenti mostravano presunti combattimenti in tempo reale che si sono poi rivelati clip tratte da videogiochi o da conflitti precedenti. Lo stesso è accaduto con immagini attribuite a bombardamenti russi che provenivano in realtà dalla Siria o da altri teatri. Organizzazioni come BBC e Reuters hanno documentato più volte la circolazione di contenuti fuorvianti, amplificati proprio dalla velocità dei social.

A Gaza il problema si è ripresentato in forma ancora più drammatica. La cronaca è stata “sequestrata” dal governo israeliano, i giornalisti considerati bersagli, qualsiasi narrazione non allineata squalificata aprioristicamente come “antisemitismo”.

Dire “che differenza fa se i morti sono 30 o 300?” significa non comprendere che proprio quella differenza modifica il giudizio politico, l’intensità della reazione internazionale, le scelte diplomatiche. La quantità, nei conflitti, non è mai neutra: è linguaggio politico.

Scegliere di comunicare a reti unificate, su tutti i grandi media, che le vittime delle repressioni in Iran nei giorni delle contestazioni, sono state “40mila in tre giorni”, senza citare fonti, contesti, una qualche prova, anche minima, non è fare informazione, è alimentare una narrazione, un clima generale.

La correttezza dell’informazione è, prima di tutto, un principio di igiene democratica. Non è un vezzo da addetti ai lavori, ma una condizione minima per la formazione di opinioni consapevoli. Su quella base si costruiscono orientamenti politici, scelte elettorali, perfino atteggiamenti morali. Senza quella base, tutto diventa opinabile, manipolabile, intercambiabile.

La verità è diventata più fragile. La velocità della circolazione delle notizie ha ridotto drasticamente i tempi di verifica, e spesso li ha eliminati del tutto. Il punto, però, non è solo tecnico. È culturale. Accettare che “tanto non cambia nulla” significa interiorizzare l’idea che la realtà sia secondaria rispetto al racconto. Che i fatti siano negoziabili. Che la precisione sia un optional.

E qui il parallelo con il sistema giudiziario non è retorico. Il principio del giusto processo — riconosciuto, ad esempio, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo — non serve a proteggere i colpevoli, ma a garantire che nessuno venga giudicato senza prove, senza contraddittorio, senza regole. È una tutela universale, non una concessione morale.

È un principio di civiltà e democrazia implicito nell’avere un processo equo anche e soprattutto se si è colpevoli. E non per buonismo, come blaterano i forcaioli da tastiera, ma perchè è una necessità di tutela che deve valere per tutti. Perchè un giorno potrebbe esserci alla sbarra un innocente e sapere che sarà tutelato, che avrà un procedimento equo, è fondamentale.

Allo stesso modo, l’informazione verificata non serve a “difendere una parte”, ma a mantenere uno spazio comune di realtà condivisa. Senza quel terreno comune, ogni discussione diventa impossibile, perché ciascuno parla da un mondo diverso.

E c’è un ultimo punto, forse il più semplice e il più ignorato. Oggi si tratta di conflitti lontani. Domani potrebbe riguardare noi. Il nostro contesto, la nostra vita, il nostro nome dentro una notizia. E in quel momento la differenza tra A e B non sarà più irrilevante.

Sapere che qualcuno ti mostra A e lo chiama B è l’unico modo per capire dove ti trovi davvero. Rinunciare a questa distinzione non è neutralità: è resa.

 

Ps: nella foto – che molti ricorderanno – la famosa prima pagina de La stampa di mercoledì 16 marzo 2022, in cui una strage compiuta dalle truppe governative di Kiev, ai danni dei civili di Donetsk, veniva messa in conto ai russi. “E cosa cambia? Che differenza c’è?”

Informazione e propaganda

 

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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