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Tra silenzi e frasi caute, il mondo culturale e sportivo italiano si mostra incapace di condannare apertamente Israele per Gaza. Tra neutralità e calcoli di immagine, emerge un teatro dell’ambiguità che erode la credibilità morale dell’Italia.
Il festival della neutralità: Venezia e il silenzio degli artisti
I massacri e la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza ad opera di Israele non hanno soltanto diviso governi e opinioni pubbliche, ma hanno anche gettato un’ombra pesante sul mondo culturale italiano. Attori, registi e personalità dello spettacolo sembrano incapaci di assumere posizioni nette di fronte a un dramma che scuote la coscienza internazionale.
Al Festival di Venezia oltre 1.500 firme del cinema italiano hanno chiesto alla direzione di condannare apertamente le azioni di Israele e di escludere dal red carpet figure come Gal Gadot e Gerard Butler, note per il loro sostegno a iniziative pro-israeliane. La risposta, però, è stata un esercizio di equilibrio: il festival ha difeso la sua presunta neutralità, ribadendo che l’arte non deve farsi censura.
Da qui si sono susseguite prese di posizione individuali che hanno mostrato la fragilità morale del panorama artistico. Ferzan Ozpetek ha ribadito il rispetto per l’arte e non per la censura, Paolo Sorrentino si è dichiarato “pieno di dubbi”, Pierfrancesco Favino ha ammesso di non sentirsi esperto di geopolitica, mentre Carlo Verdone si è detto semplicemente “messo in mezzo”.
Parole che rivelano un atteggiamento di cautela — qualcuno direbbe di codardia o calcolo — più attento all’immagine pubblica e al consenso che non alla difesa dei diritti umani. In un momento così drammatico, la retorica dell’incertezza diventa una forma di complicità: si evita accuratamente di nominare Israele, parola tabù che sembra in grado di compromettere carriere e prestigio. Si preferiscono giri retorici, distinzioni e formule di circostanza.
Lo sport e la politica dell’“equilibrio”
La stessa ambiguità si riflette nel mondo dello sport. Il commissario tecnico della Nazionale di calcio, Gennaro Gattuso, ha dichiarato di essere “un uomo di pace” e di soffrire per la morte di civili e bambini. Tuttavia, ha aggiunto che, se Israele fa parte del girone della Nazionale, “dobbiamo giocare”. Una posizione che si presenta come pragmatica, ma che in realtà mostra la reticenza ad affrontare il nodo centrale: il legame tra sport e responsabilità morale.
Il Ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha spinto oltre questo ragionamento. Secondo lui Israele non può essere boicottata — a differenza della Russia — perché “è un paese aggredito”. Una dichiarazione che non solo conferma la doppia misura applicata in campo internazionale, ma che si colloca perfettamente nel linguaggio ufficiale dell’ipocrisia e dei doppi standard diplomatici, evitando ogni richiamo diretto a responsabilità israeliane.
Ne risulta un quadro paradossale. Da una parte si ribadisce il dolore per le vittime e l’importanza della pace; dall’altra, si sottrae qualsiasi responsabilità a uno degli attori principali del conflitto. La conseguenza è una narrazione neutra, depotenziata, che finisce per legittimare l’inerzia e per oscurare la gravità della crisi in corso.
Un equilibrio che diventa pavidità
Il linguaggio delle star, degli sportivi e dei rappresentanti istituzionali italiani sembra seguire un copione unico: dichiarazioni condizionate da “ma” e da clausole di prudenza. “Siamo per la pace, ma…”, “l’arte non censura, ma…”, “giocare è dovere sportivo, pur soffrendo”. Ogni frase appare calibrata per non compromettere rapporti diplomatici, carriere e immagine pubblica.
Questo teatro dell’ambiguità, che oscilla tra diplomazia e paura, finisce per neutralizzare il dovere morale verso Gaza. Non si condanna apertamente, non si tace del tutto: ci si muove sul filo di un equilibrio fragile, che diventa rapidamente pavidità.
Il risultato è una perdita di credibilità collettiva. L’Italia, nazione che spesso rivendica un ruolo centrale nella cultura, nello sport e nell’informazione, appare incapace di assumere una voce forte e coerente.
L’assenza di coraggio non solo amplifica il dolore di chi soffre a Gaza, ma mette in crisi l’autorità morale del nostro Paese, rivelando quanto poco valore venga attribuito al peso etico della parola pubblica.

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