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mercoledì 18 Maggio 2022
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Il professor Keating, il fallimento e la guerra

Questi anni segnati dal passaggio dalla pandemia alla guerra hanno cambiato orizzonti, vite, e anche lo sguardo che avevamo su simboli, persone, film, personaggi come il professor Keating…

Il professor Keating

Ho amato alla follia il grande Peter Weir di film magnifici come “Picnic ad Hanging Rock” o “Gallipoli”. Poi, vidì “L’attimo fuggente“, con Robin Williams, la pellicola che lo rese celebre.

Mi piacque, ero giovane. Ma col tempo la figura del professor John Keating (interpretato appunto dal bravissimo Williams) cominciò a generare in me qualche perplessità, qualche dubbio: insomma, Keating non me la contava giusta.

Non per la sua follia, per certi versi benefica, libertaria, anticonformista, ma per una certa superficialità che fa capolino a un certo punto. Il film si conclude con un suicidio, quindi con un fallimento di Keating.

Forse perché il senso di libertà che trasmette ai suoi allievi è romantico, vago, ma anche furbo, demagogico, senza ombra di principi da opporre a quelli della vecchia società autoritaria, fondato su un carisma dietro il quale non c’è molto più di un confuso ribellismo.

Un ragazzo fragile è lasciato sostanzialmente solo di fronte ad un dilemma che lo lacera. Non regge. Io non so perché, mentre la guerra incede e non riesce a fermarsi, mi venga in mente questo film, credo ci sia un nesso ma davvero non lo so.

Ci sono stati mesi in cui sono state sacrificate molte libertà in questo paese, sembrava che in pochi se ne accorgessero. Ora la libertà, certo sacrosanta, di un popolo, è il leit motiv dei discorsi di tutti.

Tutti si dicono pronti a sostenere, a solidarizzare, tutti inveiscono contro il tiranno, l’aggressore, ma dai loro divani, tra un sushi e uno spritz. Potrebbero fare altrimenti? No. Ma potrebbero evitare di inveire anche contro chi non la pensa come loro, chi ha qualche dubbio in più.

Chi combatte davvero, in quei luoghi, merita rispetto. Ma voler bene alla gente, ai popoli, vuol dire anche fornire loro un orizzonte reale, sennò tutto si riduce a nichilismo. Del resto, Keating, a un certo punto del film dice ai suoi ragazzi che “l’uomo non è che cibo per i vermi, il suo destino è di diventare freddo come il marmo ed essere concime per i fiori”, e, ecco, non mi pare fosse un bel messaggio, un messaggio veramente vitalista. Chissà che non abbia a che fare con quel suicidio.

Vedete, siamo tutti spaesati. Non da ora, non da questa guerra, ma da due anni. Due anni in cui è cambiato tutto. Non siamo più così sicuri, neppure qui da noi, di stare in democrazia, almeno non in quella – imperfetta, lacunosa – di prima.

E anche i rapporti tra le persone, anzi soprattutto quelli, appaiono degradati. Alcuni di noi evitano gli slogan e gli schieramenti beccandosi accuse di vigliaccheria, da chi non ci pare stia in qualche trincea sotto i bombardamenti.

Cerchiamo solo un po’ di luce nelle tenebre per sfuggire al destino di esser cibo per la luna. Non siamo molto, forse, ma non siamo neppure niente.

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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