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Nel discorso geopolitico occidentale il “popolo” cambia significato a seconda delle convenienze. Gli esuli diventano voce autentica delle nazioni, mentre le masse che vivono nei paesi reali vengono spesso ridotte a propaganda o fanatismo. Una definizione molto selettiva.
Il popolo, quello vero (secondo l’Occidente)
– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti
La parola “popolo” è una delle più flessibili del vocabolario politico occidentale. Non perché sia complessa, ma perché cambia significato con sorprendente rapidità. Dipende dal luogo, dal momento e soprattutto dalla direzione geopolitica.
Per esempio: quando nel 1959 la rivoluzione cubana rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, una parte significativa delle élite economiche dell’isola scelse la via dell’esilio negli Stati Uniti. Molti di loro si stabilirono a Miami, dove nacque la comunità cubana più numerosa del paese, concentrata nel quartiere oggi noto come Little Havana.
Fu una diaspora composita: imprenditori, professionisti, oppositori politici. Ma nel racconto mediatico occidentale quell’esilio diventò rapidamente qualcosa di più di una semplice comunità migrante. Divenne il popolo cubano.
E così, mentre a L’Avana milioni di persone continuavano a vivere la propria storia nazionale — con tutte le contraddizioni di un sistema politico complesso — il concetto di “popolo” si spostava comodamente sulle spiagge della Florida. Il popolo, insomma, aveva cambiato indirizzo. Il modello funzionò così bene che negli anni successivi venne replicato più volte.
Quando il popolo vive all’estero
Negli anni Duemila il copione si arricchisce di nuovi protagonisti. Arrivano gli esuli venezuelani delle classi medio-alte, spesso stabiliti tra Miami, Madrid e alcune capitali europee. Nel discorso pubblico internazionale sono loro a rappresentare il “popolo venezuelano”.
Non importa se, dentro il Venezuela reale, milioni di persone partecipano a elezioni, manifestazioni o processi politici complessi. Nel grande teatro dell’opinione pubblica occidentale il ruolo del popolo è ormai occupato da un’altra categoria sociale: quella degli esuli benestanti che raccontano il proprio paese da lontano.
La formula è semplice e ha anche una certa eleganza narrativa. Il popolo autentico, quello che merita ascolto, è quello che parla inglese fluente, frequenta università occidentali e rilascia interviste ai giornali internazionali. Tutti gli altri — contadini, operai, popolazioni indigene, quartieri popolari — diventano improvvisamente una variabile statistica, talvolta persino un fastidio analitico.
E così il concetto di popolo si restringe progressivamente. Non coincide più con una società, ma con una specifica frazione sociale: quella più compatibile con l’immaginario politico dell’Occidente.
Le folle sbagliate
Il meccanismo diventa particolarmente evidente quando si osservano alcune mobilitazioni di massa nei paesi non allineati. Quando centinaia di migliaia di persone scendono nelle piazze di città come L’Avana, Caracas o Teheran, la narrazione cambia improvvisamente registro. Quelle folle non sono più il popolo. Sono “masse manipolate”, “propaganda di regime”, “fanatismo ideologico”. In altre parole: sono popolazioni che hanno sbagliato ruolo nella sceneggiatura geopolitica.
Il paradosso è evidente soprattutto nel caso dell’Iran. Il paese possiede una delle società più istruite del Medio Oriente e una presenza femminile significativa nelle professioni qualificate e nell’università. Tuttavia, quando l’opinione pubblica iraniana esprime posizioni non gradite all’Occidente, il racconto mediatico preferisce descriverla come un conglomerato indistinto di fanatici religiosi.
Il motivo è semplice: la categoria di “popolo legittimo” non dipende dalla demografia ma dalla compatibilità economica e culturale. Un popolo diventa rispettabile quando apre le proprie economie alle multinazionali globali, quando accetta l’ecosistema digitale dominato dalle piattaforme occidentali e quando considera inevitabile l’integrazione nei circuiti finanziari internazionali.
Se invece decide di percorrere strade diverse, il termine cambia immediatamente. Non è più popolo. È massa. Una distinzione sottile, ma molto utile. Perché consente di difendere un principio fondamentale dell’ordine globale contemporaneo: la sovranità popolare vale, ma solo quando produce i risultati giusti.

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