Recalcati e il demerito dei meritocratici

Il turbo-renziano Recalcati si è superato nel discettare sul ‘merito’. Un lungo sproloquio sapienziale contro la sinistra per dire che il merito è meritevole, come la sicurezza rassicurante.

Il demerito dei meritocratici

Di Fausto Anderlini*

Merito al merito. Ogni volta che vado al bar e cedo alla tentazione di leggere Repubblica finisce che mi va il caffè di traverso. Per lo sdegno e l’incontenibile ilarità, insieme. Non poteva mancare lo psicantropo di turno a tirar fuori l’obolo apologetico per i giornaloni di lor signori.

Per l’occasione il turbo-renziano Recalcati si è persino superato. Una spanna sopra tutti nel discettare sul ‘merito‘. Un lungo sproloquio sapienziale contro la sinistra per dire che il merito è meritevole, come la sicurezza rassicurante. Tautologia allo stato puro venduta come verità universale che i biechi sinistri dovrebbero una volta per tutte smettere di oltraggiare, uscendo dal loro guscio ideologico .

Ogni sistema sociale ha i suoi criteri di valutazione. Sicchè non esiste il merito al merito, se non come falsa coscienza, perchè il merito è sempre socialmente condizionato. Ed è di questo che si deve parlare, cioè di sociologia critica della meritocrazia.

La società capitalistica si basa sulla remunerazione del merito tanto quanto il merito è remunerabile. Nessun merito che non è remunerato alla fine è riconosciuto. Così che ha in sè stessa la negazione del valore universale del merito che proclama.

Se è vero che omaggia chi per merito si fa una posizione è anche vero che si guarda bene dal declassare il cretino ereditiere. Fa pur parte del merito riconosciuto la potestà di trasmettere ricchi appannaggi ai figli scemi.

Giustamente tanto i cattolici autentici che i materialisti storici (cioè marxisti e dintorni) sono più che scettici rispetto alle tautologie recalcatiane.

I cattolici perchè per loro il vero merito non è di questo mondo e il luogo di remunerazione sta nell’aldilà, ovvero nell’empireo dell’etica. Per il quale valgono criteri di giudizio puntutamente meritocratici. Si pensi alle minuziose prove d’esame cui sono sottoposti i santi e i beati per accedere al venerabile status che li riguarda.

I materialisti perchè suppongono a ragione, in ciò intimamente relativisti, che le idee dominanti, ivi compresi i giudizi sul merito, sono sempre quelle delle classi dominanti.
A questo pensiero critico-scettico verso la pretesa meritocrazia aggiungerei due ulteriori criteri di distinzione.

Il primo d’ordine generale che riguarda il rapporto fra talento e merito. Il talento è un dono differenziante, cioè disegualmente distribuito fra gli umani. E se come tale è ovviamente meritevole è anche vero che si remunera da sè, come piacere di possederlo. In soprannumero. Anche fosse sottopagato o non riconosciuto.

Se c’è un criterio che è norma è che al loro apparire le più importanti opere di genio, nell’arte come nella scienza o in qualsiasi altro campo, sono sempre misconosciute e fieramente contrastate secondo i criteri di merito dominanti. Una vita di stenti è spesso la remunerazione che la società riserva ai più talentuosi dei suoi membri.

Vale per la società la regola che vale per lo sviluppo della scienza tramite la lotta incessante dei paradigmi. Ogni idea nuova si afferma sempre per contrasto alla meritocrazia dominante. Il ricambio culturale, morale, scientifico è intrinsecamente connesso al ricambio e alla circolazione delle classi dirigenti, che una volta in auge tendono fisiologicamente a trasmutarsi in caste. Legittimando da sè, perversamente, il diritto d’essere travolte.

Chi ha idee nuove e creative non combatte per vedersi riconosciuto il merito dalla casta ossificata dominate ma per travolgere la regola e i suoi depositari.

Il secondo è d’ordine empirico e socio-psicologico. Non esistono persone più antipatiche e ipocrite, quindi immeritevoli, dei ‘meritocrati’. Fateci caso, chiunque si fa vanto dei propri meriti, soprattutto esponendo titoli, di reddito e status, è quasi sempre un mediocre. Un infantile se non essendone in possesso pretende gli siano riconosciuti.

Un pedante quando si abbandona ai sermoni sulla meritocrazia non rispettata. Nessuna persona dotata di talento si perde a celebrare la meritocrazia. Così come nessuna persona dotata di autorevolezza morale usa il ‘lei non sa chi sono io’.

E nessun bravo insegnante si perde dietro un registro dove sono classificati i ‘meritevoli’ e in ‘non meritevoli’, gloriandosi di fare il secondino della meritocrazia. Il bravo pedagogo s’industria piuttosto per elevare la condizione dei più deboli, dei meno dotati, degli sfavoriti.

Scruta i talenti nascosti, sovente presenti negli outliers sociali, e aiuta ad esprimerli. Il primo compito della scuola non è ‘classificare’, se non con cautela. Soprattutto è socializzare il sapere erga omnes ed educare allo spirito critico.

Una scuola solo meritocratica e selettiva è ostile all’eguaglianza sociale (primo imperativo costituzionale) tanto quanto nega e appiattisce la diversificazione dei talenti (secondo imperativo costituzionale).

* ripreso da Fausto Anderlini

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