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Il Board of Peace voluto da Trump per ricostruire Gaza si scopre quasi senza fondi: dei 17 miliardi promessi è arrivato poco più dell’1%. Stati e monarchie del Golfo non vogliono finanziare una struttura accentrata e opaca. La geopolitica aziendale si schianta contro la realtà.
Il miliardo fantasma di Trump: la pace privata a Gaza è già una scatola vuota
Se vi state chiedendo perché da qualche tempo lo spumeggiante Board of Peace (BoP) sia sparito dai radar dei telegiornali, la risposta è drammaticamente banale: nel club privato della diplomazia trumpiana si è spenta la musica perché gli ospiti hanno “dimenticato” il portafoglio a casa.
Fondato in pompa magna lo scorso gennaio a Davos (Svizzera) e definito dal suo Presidente a vita Donald Trump “il Board più prestigioso mai assemblato nella storia, in ogni tempo e in ogni luogo”, l’organismo nato sotto l’egida della Risoluzione 2803 dell’ONU avrebbe dovuto gestire con piglio aziendale la ricostruzione post-bellica della Striscia di Gaza.
A quattro mesi dalla firma, però, la holding della pace si è scontrata con il più classico dei problemi societari: il piatto piange.
Il paradosso del miliardo fantasma
Nel report ufficiale consegnato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 15 maggio 2026, i vertici del Board hanno dovuto abbandonare la retorica del “va tutto benissimo, chiamiamo i capitali solo quando serve” per lanciare un appello disperato. C’è un “gap urgente”, dicono, tra le promesse e la realtà.
I numeri reali emersi in questi giorni descrivono una situazione che oscilla tra il tragicomico e il fallimentare:
1) Dei 17 miliardi di dollari promessi a febbraio durante la passerella di Washington da emiri, monarchi e governi vari, nelle casse del Board è arrivato poco più dell’1%.
2) Gli unici ad aver effettuato un bonifico degno di nota sono gli Emirati Arabi Uniti, che hanno inviato 100 milioni di dollari (destinati specificamente a finanziare l’addestramento di una futura polizia palestinese).
3) Il resto dei fondi è congelato. E la beffa finale? Persino i miliardi di tasca americana che Trump stesso aveva promesso a nome di Washington non sono ancora stati pagati.
Le cancellerie internazionali hanno applicato una ferrea logica da “free rider”: visto che lo Statuto accentra ogni potere di veto e decisione nelle mani di un solo uomo, i grandi donatori del Golfo (e i pochi europei rimasti a guardare) hanno deciso che non ha molto senso pagare un miliardo di dollari di quota d’ingresso per fare le comparse nel teatro di qualcun altro.
Intanto al Cairo…
Mentre i grandi della terra non pagano la quota associativa, sul piano pratico il Board si ritrova con le ruote a terra. Il NCAG (il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza), ovvero la squadra di 14 tecnocrati palestinesi guidati da Ali Shaath che avrebbe dovuto materialmente subentrare sul campo e gestire la transizione civile, sta vivendo un’interminabile vacanza forzata.
La squadra è di fatto confinata in un hotel al Cairo, sotto l’attenta sorveglianza delle autorità egiziane e statunitensi. Non possono mettere piede a Gaza perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi della burocrazia, né c’è un accordo per una forza di interposizione internazionale (i 20.000 soldati promessi da Marocco, Indonesia e Albania sono rimasti sulla carta).
Nel frattempo, il Board scarica formalmente la colpa dello stallo sul “rifiuto di Hamas di cedere le armi e accettare la smobilitazione”, ma la verità che filtra dai corridoi diplomatici è che nessuno vuole finanziare un progetto stimato in 70 miliardi di dollari complessivi mentre i venti di guerra con l’Iran offrono l’alibi perfetto a tutti i pesi massimi del Medio Oriente per tenere i cordoni della borsa ben stretti.
Non andrà benissimo…
Il Board of Peace sta dimostrando il limite strutturale della “geopolitica transazionale”. Trattare la ricostruzione di Gaza come la ristrutturazione di un casinò ad Atlantic City o di un hotel a Manhattan si sta rivelando un boomerang.
Se l’obiettivo di Trump era dimostrare che un consiglio d’amministrazione snello di sette fedelissimi (tra cui Jared Kushner, il miliardario Marc Rowan e la “foglia di fico” Tony Blair) potesse sostituire la farraginosa macchina dell’ONU, la realtà del 2026 sta dicendo il contrario. Le Nazioni Unite saranno anche lente, burocratiche e incapaci di decidere, ma almeno quando organizzano una conferenza dei donatori, qualcuno i soldi sul tavolo ce li mette davvero.
Senza una profonda riscrittura dello Statuto che restituisca dignità e potere di voto agli Stati finanziatori, il Board di Trump rischia di passare alla storia non come il sostituto dell’ONU, ma come la più costosa e monumentale scatola vuota della diplomazia moderna. Un altro successo di Trump.

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