La terza edizione degli Stati Generali della Natalità ha visto la partecipazione della Presidente del Consiglio, Meloni, che si è lasciata andare a un vero e proprio comizio, per di più con l’imprimatur del Papa in persona.
Sugli Stati Generali della Natalità
In democrazia è normale che il Governo ponga in atto strategie per lo sviluppo di un settore produttivo in difficoltà, o comunque considerato socio-economicamente strategico, purché ciò non alteri il principio di concorrenza favorendo una o più imprese a discapito di altre.
Quando poi il settore è quello della cultura, il rischio di alterazione è più elevato, perché si
estende anche alle mode, ai gusti artistici, alle tendenze sessuali, alle credenze religiose. Ci si aspetta, cioè, che il Governo tuteli la libera espressione e circolazione di idee e informazioni, ma si astenga da forzature e orientamenti etici.
Le campagne civiche, messe in atto spesso proprio dalla Presidenza del Consiglio, sono politicamente corrette se mirano alla sensibilizzazione verso questo o quel settore della legalità, cioè su argomenti sui quali il Parlamento ha già deliberato.
Ma la promozione di idee e tendenze culturali è consentita a chiunque e per qualsiasi intento (sia esso etico, filosofico, scientifico), purché, è ovvio, non sia violata la legge. Se però lo fa il Governo, vengono alterate le basi stesse della convivenza democratica.
L’11 e il 12 maggio, c’è stata la terza edizione degli Stati Generali della Natalità, organizzata dall’Associazionismo Cattolico ma pienamente sostenuta ed incoraggiata dalla Chiesa stessa, ha visto la partecipazione della Presidente del Consiglio, Meloni.
Anche se fosse stata silente, la sua sola presenza sarebbe già bastata per definirlo un atto di indirizzo etico. Ma si è andato ben oltre, visto che la premier (per altro circondata da bambini festanti) si è lasciata andare a un vero e proprio comizio, per di più con l’imprimatur del Papa in persona.
Innanzitutto (e ciò vale anche per il Presidente del Consiglio precedente, Draghi, che
partecipò al convegno due anni fa), questo “connubio” non rispetta la giusta separazione tra la sfera civile e quella religiosa che esige la nostra Costituzione. Inoltre, rappresenta
un’ingerenza del capo di uno Stato altro, quello Vaticano, nelle politiche sociali del Paese.
A proposito del Papa, si era già notato che aveva abbassato i toni nei confronti delle politiche di respingimento dei migranti, cosa che induce a sospettare che gli conveniva cedere su quel fronte per raccogliere su quello della famiglia, purché rigorosamente fondata sull’unione procreatrice tra un uomo e una donna. Tant’è che, nello stesso giorno, si è sentito in dovere di twittare: “La natalità e l’accoglienza ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di accogliere, mentre una infelice si riduce a una somma di individui che difendono a tutti i costi quello che hanno.”
A prescindere dalle intenzioni, si tratta comunque di un vero paradosso: il capo di una
comunità, in cui è severamente vietato avere rapporti sessuali, incita con veemenza alla
procreazione coloro che non ne fanno parte. Un incontro difficile da interpretare, per quanto concerne i ruoli, ma è chiaro che assieme annunciano l’ennesima emergenza: l’estinzione del cittadino italiano, posto allo stesso livello del vino doc.
A tal proposito, trovo incredibile dover ancora ricordare, a quelli che eludono l’argomento,
cosa è accaduto in più di un secolo in termini di consapevolezza, sia femminile sia maschile.
La denatalità, ammesso sia davvero tale la questione, non può comunque essere affrontata
con una campagna di sensibilizzazione: l’incontro sessuale fra una donna ed un uomo e
L’eventuale scelta di avere un figlio appartengono alla sfera personale, intima per eccellenza, appunto quella della sessualità, della corporeità e di tutto ciò che tale sfera include in termini di psicologia di relazione fra due individui.
Poniamoci invece delle domande. Qual è la vera ragione di questa iniziativa, visto che la
popolazione sul pianeta è aumentata di ben sette miliardi negli ultimi due secoli? Anche per
quanto riguarda l’Europa, i dati pubblicati da Bruxelles rivelano che la media europea nel
2021 è in sensibile crescita. Ma ammettendo pure che la popolazione europea nel 2100 sarà cresciuta di meno (come indicano le stime ONU), sappiamo che quella mondiale è sempre in movimento, ricostruendo nuovi equilibri e, per di più, favorendo una cultura cosmopolita, che resta il miglior antidoto alla xenofobia e all’odio religioso.
D’altra parte, se proprio il problema fosse reale, si potrebbe ricorrere all’adozione, in
considerazione dei tanti orfani, spesso provenienti dalle zone più povere del mondo. Ma né
Meloni né il Papa vi hanno fatto menzione.
Il problema allora è che devono nascere bambini italiani?
Sembra proprio di sì, a sentire il ministro Lollobrigida. Nell’apparente tentativo di attenuare le polemiche, il ministro sposta la questione dalla difesa della razza a quello dell’etnia. In realtà, aggrava ancora più il senso della campagna sulla natalità, promuovendo una cittadinanza basata soprattutto sulla cultura e sulla tradizione: appendere il crocifisso nelle scuole, mangiare vongole piuttosto che cous cous, fare il presepe a Natale…
Intanto, continuano a manifestarsi le contraddizioni: all’utero in affitto si contrappone
l’adozione (e non a torto, aggiungo, purché non si mettano in discussione i diritti di nessuno), ma la si elude quando si incita alla natalità. Senza contare, per inciso, che accordare un bonus economico a chi fa figli, rappresenta solo una diversa modalità di indurre al concepimento in conto terzi (in questo caso, lo Stato), il cui fine politico è anche quello di ottenere più fidelizzazioni elettorali.
La propaganda è un vento costante, soporifero, che impedisce la formazione di un’opinione
frutto di proprie riflessioni. Il fatto è che abbiamo smesso di pensare.
Porre la nascita di un bambino o di una bambina in termini di nazionalità non significa nulla,
serve solo a fomentare la paura del diverso, il razzismo, il “prima noi”, che funziona per
guadagnare consenso politico, proprio grazie al dilatamento di quella paura.
È perciò tempo di raggiungere una consapevolezza: siamo complici di ciò che accade, cioè
del risveglio di intolleranze che erano quanto meno sopite grazie alle molteplici aperture
culturali seguite alla sconfitta dei totalitarismi.
Se è vero, infatti, che le parole restano comunque parole, è pur vero che l’eloquenza
neosovranista e nazionalista (spesso anche sinistrorsa) ha rinfocolato posizioni xenofobe
negli europei, inducendoli a credere che i responsabili della propria condizione precaria di
vita siano gli immigrati.
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- Il neocapitalismo sta socializzando la felicità e privatizzando la sofferenza
- La crisi demografica italiana tra miti ed ineluttabilità
- Bipolarismo all’italiana: ricchi di destra contro ricchi di sinistra
- Napoli campione d’Italia: Luigi Necco e Maradona se lo stanno raccontando nell’altrove
- Schlein e l’azienda progressista
- L’Italia guerrafondaia tra propaganda, trasformismo e irresponsabilità
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Dialoghi della coscienza: l’intensità magica del silenzio e la necessità di una poesia intima
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente













