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Giravolta liberista: dal woke al Musk

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Elon Musk segna il declino del “capitalismo woke”: una strategia di facciata che mascherava il progetto delle big tech di governare il capitale senza politica. Ora il politicamente corretto è superfluo: il digitale trionfa su consenso e cultura, scoprendosi monarchia totalitaria del nuovo ordine mondiale

In un attimo dal woke a Musk

Elon Musk sembra contraddire la strategia woke delle grandi aziende digitali che, nell’ultimo decennio, hanno stabilito un codice comportamentale del capitalismo ispirato al politicamente corretto, alla sensibilizzazione per i diritti delle minoranze e all’intervento nel dibattito sulle diseguaglianze.

La presunta incoerenza dei nababbi digitali, che sta causando attacchi acuti d’isteria nell’accecato parterre del divismo progressista, viene sottolineata grazie a una cattiva interpretazione di ciò che ha rappresentato il wokismo.

Il ricorso capitalista alla cancel culture, lungi dal significare un ravvedimento in senso egalitario del capitalismo come sostenuto anche da un diffuso antagonismo impolitico, ha in realtà strutturato un progetto di governo diretto del capitale sganciato definitivamente dall’intermediazione politica.

Le multinazionali annunciavano al mondo che le problematiche civili, le questioni sociali potevano essere affrontate direttamente dall’iniziativa privata.

Teoricamente nulla di particolarmente nuovo perché, sin dagli albori del sistema capitalista, i proprietari si liberarono dell’ordine aristocratico e, con il liberalismo, di qualsiasi autorità etica capace di frenare gli appetiti di profitto. Ma in pratica, questa nuova grammatica civilizzata è stata accolta come un chiaro sintomo di progresso sociale.

Senza ragionare sul fatto che questo progetto culturale, abbinato all’istituzionalizzazione della beneficenza e ai progetti d’intervento sul territorio delle grandi fondazioni, finiva per accarezzare l’utopia di un governo mondiale centralizzato dal capitale.

Il capitalismo si rinnovava in una originale ingegneria sociale capace di avviare un disciplinamento di massa degli individui che, finalmente, avrebbero potuto disinteressarsi della sfera pubblica e concentrarsi su obiettivi di gratificazione personale, spinti dalle fragranze ammalianti del sogno e del desiderio in un contesto esistenziale incentrato sulla concorrenza e sulla performance.

Musk e, con lui, i vecchi eroi dei garage californiani tanto idealizzati dalla sinistra postmoderna, si sono resi conto che questo processo di mutazione antropologica era in una fase molto più avanzata di quanto la Silicon Valley osasse sperare e che la postura woke rappresentasse, ormai, un ostacolo al compimento definitivo del progetto egemonico, perché incapace di integrare nella logica tecno-liberista gran parte delle classi popolari e del ceto medio in declino.

Grazie a Trump si sono resi conto che la questione culturale, per la vecchia piccola borghesia e per il proletariato disperso nella de-industrializzazione, fosse dirimente. E di quanto l’approccio altezzoso e pedagogico del wokismo rappresentasse, per loro, un elemento di disistima sociale.

Grazie a questo cambio di prospettiva, ora il capitalismo digitale non ha più bisogno di nascondersi nelle sofisticazioni del politicamente corretto ma può sedersi con piena legittimità sul trono assegnato alla nuova monarchia politica.

Per questo motivo si è speso del tempo per criticare i gay pride sponsorizzati da Google o da Amazon e il Partito democratico nella sua estrema benevolenza nei confronti della sfera privata, delle grandi lobby affaristiche, delle start up, della comunicazione manageriale e dell’esclusivismo letterario.

Si voleva affermare che un antifascismo privato della componente anticapitalista si riduceva a lamentela sul buon costume e finiva per accogliere una mentalità sovrapponibile a quella fascista.

Non si esercitava, quindi, un risentito sentimento populista, ma la critica ragionata di un sistema nel quale la cultura woke aveva già delineato i contorni di una nuova civilizzazione coloniale nei confronti di quei popoli incapaci di adeguarsi all’autorità degli Stati Uniti d’America. Lì dove, da qualche secolo, germoglia una mentalità fascista, classista e razzista che poi finisce per espandersi incontrastata nelle praterie dell’impero.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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