Dittature, tutto quanto fa spettacolo: il Foglio d’Ordini del PNF

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Questa rubrica è dedicata agli aspetti meno conosciuti delle grandi dittature del ‘900: documenti, libri, curiosità biografiche dei protagonisti verranno illustrati mescolando rigoroso metodo storico e truce umorismo.

Oggi parleremo del Foglio d’Ordini del PNF, ovvero le direttive del Partito Nazionale Fascista.

Ci piace la libertà e tuoniamo indignati contro chi manifesta simpatia per vecchie e nuove forme di sopraffazione, ma abbiamo mai letto per intero Mein Kampf? O il programma di San Sepolcro? Ovviamente no, è roba per stomaci forti, non tutti possono farcela. Pertanto ringraziamo A.C. Whistle che si è sacrificato per noi, fedele al motto “non si può difendere la democrazia solo con le tisane equosolidali”.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: Le favole fasciste di Trilussa

Il Foglio d’Ordini del PNF

Se fate parte del novero di ingenui che si figurano il Ventennio fascista come un periodo tetro e asfittico, vi ricrederete. Quegli anni furono allietati, fra l’altro, dalla pubblicazione del Foglio d’Ordini del Partito Nazionale Fascista, del quale ho il piacere di recensire un esemplare facente parte della mia Wunderkammer: il n. 35 del 3 ottobre dell’anno V E.F., cioè 1927.

Compulsiamone le lepidissime righe.

 

Editoriale: V anniversario della Marcia su Roma

Siamo alle soglie delle celebrazioni del quinto anniversario della Marcia su Roma e “l’Italia è schierata compatta sotto i gagliardetti del Littorio”, l’atteggiamento delle masse del popolo italiano è “atteggiamento costante di lavoro, di ordine, di disciplina sempre più consapevole”. “Tutti i legionari del nostro Esercito […] considerino il lavoro compiuto come una piccola anticipazione sul lavoro dell’avvenire”. (Che sia Arbeit macht frei oppure Jobs Act, diffidate sempre di chiunque vi parla di lavoro, o fratelli, soprattutto se si riferisce al vostro).

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: il Foglio d’Ordini del PNF

 

La riunione del Direttorio del Partito: i protagonisti fra sesso e violenza

Il Direttorio del PNF era composto da eminenti figure, ognuna delle quali meriterebbe una monografia. A partire da Augusto Turati, secondo Renzo De Felice «il miglior segretario generale del PNF», che però nel 1932 fu travolto da uno scandalo per la sua relazione con una ex maîtresse, tale Paola Marcellino. Costei, quando fu lasciata, per vendetta consegnò alcune lettere nientemeno che a Roberto Farinacci, nemico di Turati da quando questi lo aveva sostituto come segretario del Partito, e forse già da prima.

Lettere che provavano come ella procurasse a Turati congressi carnali con ragazze minorenni (e va be’, che sarà mai, a chi non piacciono le donne giovani?), si prestasse a soddisfare la di lui coprofilia (caro lei, queste cose fanno ribrezzo, ma ognuno nel suo privato può fare ciò che vuole) e la sua predilezione per il congiungersi contemporaneamente con la signora e con un di lei servitore (un invertito nel Partito? ma è una vergogna!). Radiazione, internamento in casa di cura (rectius manicomio) e poi esilio a Rodi, fine della carriera.

La condanna a quattro anni di reclusione irrogatagli nel 1947 su impulso dell’Alto Commissario per le sanzioni dei reati fascisti fu sospesa perché durante l’occupazione tedesca Turati aveva aiutato le formazioni partigiane (aiuto la cui veridicità successive indagini degli Alleati negheranno) e perché aveva protetto, assumendolo sotto falso nome presso un suo ufficio, “l’ebreo Ascoli Vittorio”: non sono ancora in grado di dimostrare che vi sia una correlazione fra l’essere dedito a pratiche sessuali eccentriche e l’avere, in fondo, un buon cuore, ma ci sto lavorando.

Tornando alla riunione, erano presenti anche Leandro Arpinati, già feroce squadrista di Bologna (probabilmente fu di ispirazione per il personaggio del manganellatore Pavanati, costantemente evocato in Alto gradimento da Giorgio Bracardi nei panni del federale Catenacci), anch’egli successivamente espulso dal Partito (il suo impeto moralizzatore gli costò un’accusa di atteggiamento ostile al regime) e parimenti protagonista di una redenzione quasi in articulo mortis giacché aiutò ufficiali inglesi fuggiti da un campo di prigionia e partigiani, ma nel ’45 venne comunque ucciso dai gappisti;

Renato Ricci (figlio dell’unico cavatore di marmo di Carrara nel cui nucleo familiare non si coltivavano idee anarchiche), futuro presidente dell’Opera Nazionale Balilla; l’ineffabile Achille Starace; Alessandro Melchiori, che abbiamo già conosciuto qui Dittature, tutto quanto fa spettacolo: Le favole fasciste di Trilussa (kulturjam.it); e altri di cui ora leggerete i brillanti provvedimenti assunti in questa occasione.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: il Foglio d’Ordini del PNF

Patti di lavoro e situazione economica: riduzione dei salari

“Riunione di volpi, strage di galline”, dice il popolino incolto. Ma la pagina dell’economia ci spiega come, in presenza della deflazione che caratterizzò l’Italia dal 1925 al 1928 a seguito delle politiche monetarie del ministro delle finanze Giuseppe Volpi (Conte di Misurata e massone), si resero indefettibilmente necessarie riduzioni delle paghe le quali, “variabili da industria a industria e da provincia a provincia, non potranno essere inferiori al 10% e non superiori al 20%, perché nel primo caso non si adeguerebbero e nel secondo caso supererebbero le variazioni del costo della vita”.

Ora, se non leggo male i dati riportati sul sito dell’ISTAT, nel 1927 la deflazione fu poco più del 9%: ma è superfluo spiegare come il sistema corporativo, proteso verso il sol dell’avvenire, non potesse perdere tempo con queste inezie.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: il Foglio d’Ordini del PNF

 Foglio d’Ordini del PNF: Mussolini si dà sempre ragione

Il Duce ha espresso […] il suo compiacimento per l’opera del Direttorio e dei segretari provinciali, […] affermando che il criterio della scelta dall’alto ha dato ottimi risultati”. Cioè: io decido che devo essere io a fare le nomine; faccio le nomine e poi dico che l’operato dei nominati è eccellente, quindi lo è anche il criterio di nomina. Serve altro per spiegare la necessità della divisione dei poteri a chi ancora non ne sia convinto?

Breve guida per riconoscere il coatto la filosofia coatta

La celebrazione della Marcia su Roma: nel dovere sta il piacere

Oltre all’ovvia disposizione in base alla quale “tutti i fascisti dovranno indossare la camicia nera e le decorazioni, e dovranno sfilare dietro i gagliardetti delle rispettive organizzazioni”, si stabilisce che “sono aboliti i banchetti e le altre forme di festeggiamenti”.

Non si comprende la ragione per cui si volesse impedire a un fervente fascista di imbandire la tavola per onorare la fausta ricorrenza, ma la cosa che vi invito a notare è il verbo: i banchetti non sono vietati, ché il PNF ben conosce gli italiani, per i quali il divieto è poco più che un suggerimento, di fronte al quale i controllori -italiani anch’essi e pertanto amanti del convivio- chiuderanno un occhio; no, sono “aboliti”, cioè ne è decretata la non esistenza. E chissà se qualcuno trasgredì, travolto dall’incoercibile desiderio di brindare alla salute dell’uomo della Provvidenza.

Vuoi conoscere il resto della storia e molto altro?

Ti consigliamo di leggere l’ultima fatica dell’ineffabile A.C. Whistle: Dittature. Tutto quanto fa spettacolo.
Si può essere ironici e dissacratori su temi serissimi e al contempo fare opera meritoria di informazione e presidio della memoria? La risposta è in queste pagine.

Clicca sulla foto

Dittature. Tutto quanto fa spettacolo di A.C. Whistle

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A.C. Whistle
A.C. Whistle
Nasce alle pendici dei Nebrodi ma sin dalla prima infanzia vive a Roma, da dove non si è più mosso (“la mia famiglia è già emigrata troppo”, dice). Giuslavorista, etilista, pokerista, meridionalista, immoralista, si cela dietro quello che manifestamente è un nom de plume per tutelare la sua posizione sociale e censuaria. Convinto di essere la reincarnazione di Pietro Aretino, in quanto tale produce versi impudichi e faceti, mentre nella prosa predilige la forma breve del pamphlet, sia per dare sfogo alla sua misantropia (praticata come misandria e come misoginia con eguale trasporto), sia per assecondare la pigrizia contro cui ha smesso da tempo di lottare.

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