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Kultujam si unisce al grido di Nicola Vicidomini contro la “rieducazione urbana” di Porta Portese. No alla sterilizzazione burocratica del mercato: salviamo l’ultima oasi poetica di Roma dall’omologazione neoliberale. Difendiamo il disordine vitale!
Ci uniamo al grido di Nicola Vicidomini: salviamo Porta Portese dalla rieducazione urbana
Come Kultujam, non possiamo che unirci, con convinzione e senza riserve, al grido lanciato da Nicola Vicidomini – già da diversi mesi – contro l’oscena “rieducazione urbana” del Mercato di Porta Portese. Gridiamo anche noi, con voce limpida e ostinata, contro l’ennesima espropriazione estetica e culturale mascherata da “riqualificazione”.
Lo facciamo in nome di quella che non è solo una domenica romana, ma un rito collettivo che tiene in vita l’ultima, fragile arteria di un’identità meticcia, vitalistica, irriducibile all’algida logica dell’omologazione.
Porta Portese è molto più di un mercato. È un palinsesto vivente, un’arca di sopravvivenza del disordine poetico. È l’ultimo luogo dove la casualità genera incontri, dove lo sguardo precede la parola, dove si commercia, si ride, si litiga e si sogna sotto il sole che batte sulle macchine scassate e le bancarelle sbilenche.
È un sistema lirico, che non prevede centro né margini, dove il vinile e la camicia usata, la bicicletta scassata e il libro introvabile diventano ponti tra mondi. Il magliaro e il professore, il musicista e il rigattiere, l’anziano nostalgico e lo studente squattrinato convivono nella stessa, gloriosa, anarchia.
Ora, un apparato cieco e sordo propone di “restaurare” questo miracolo domenicale con banchi standardizzati, loghi istituzionali e postazioni numerate, come se si trattasse di un outlet sorvegliato da vigilanti. Le parole sono chiare e spietate: “modello tipo”, “etichettatura”, “semplificazione dei controlli”.
Una neolingua da distretto disciplinare che riduce Porta Portese a manufatto sorvegliabile, a “spazio funzionale” da addomesticare e addobbare. Ma un mercato non è una fiera della razionalità. È caos vitale, è carne e sogno, è voce e sudore. È folla che vive e si racconta.
Questa non è urbanistica, è rieducazione comportamentale. È l’ennesimo attacco all’irregolarità, all’imprevisto, alla vita che non si piega. È la stessa mano che impone dehors identici, insegne pulite, vetrine minimal, panchine chirurgiche: l’arte del rendere tutto sterile in nome della sicurezza e del decoro. È il bianco neon del nulla. Ma dove finisce la disuguaglianza, se tutto è uguale? Dove comincia la dignità, se tutto è numerato?
Noi di Kultujam diciamo no a questa operazione violenta e vigliacca. Diciamo no al logo, no al banco omologato, no al progetto che cancella la voce popolare in nome della tracciabilità. Diciamo sì alla poesia, al disordine, all’umanità che non si misura col righello. Chiediamo a chi frequenta Porta Portese – artisti, intellettuali, cittadini comuni – di esporsi, di parlare, di lottare. Questo è il momento.
Porta Portese è anarchia organica, è meticciato narrativo, è Roma che resiste nel cuore della modernità che divora. Chi prova a normalizzarla la uccide. Noi stiamo con la ruggine, con la muffa nobile, con il banco scomposto, con il venditore abusivo, con il canto stonato. Costi quel che costi.
Porta Portese non si tocca. Avanti, dunque. Contro la burocrazia anestetica, viva la bellezza che disobbedisce.

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