Micaela Tosato è fondatrice, insieme a Monica Bizaj, della rete nazionale Sbarre di Zucchero, non una di meno, tesa a mettere al centro del dibattito sociale il tema del carcere, il miglioramento delle sue condizioni, l’aiuto costante alle donne detenute.
Sbarre di zucchero: intervista a Micaela Tosato
Questa intervista nasce dopo gli ultimi scontri politici sul tema delle madri in carcere. Mi
riferisco al ddl ripresentato emendato dalla Lega (vedi notizia del 24 marzo 2023, riportata
anche dall’Ansa), già approvato nella scorsa legislatura con l’intenzione di creare almeno
strutture protette entro le quali far scontare la pena alle madri con i loro figli. Ma, a causa
delle misure ancora più severe introdotte dalla attuale maggioranza attraverso modifiche che capovolgevano di fatto lo spirito originario del disegno di legge, il Pd ha dovuto ritirare le firme allo scopo di farlo decadere, visto che così stravolto avrebbe fatto aumentare il numero dei bambini in carcere rispetto alla situazione attuale. Purtroppo, non riusciamo nemmeno a far crescere bambini incolpevoli fuori dalle carceri.
1. Sbarre di Zucchero. Da dove nasce il nome così evocativo della rete?
Il nome è nato dopo il suicidio della detenuta Donatella Hodo nel carcere veronese di
Montorio, sono stata sua compagna di cella. Un gesto che non comprendevamo perché,
nonostante le sue fragilità, sembrava potesse reagire, ma evidentemente si è sentita proprio sola.
Io e altre ex detenute ci siamo ritrovate fuori a parlare dell’accaduto e ci siamo dette
basta, qualcuna di noi deve cominciare a parlare di ciò che accade “dentro” e di cosa viene
e non viene fatto. Abbiamo formato un gruppo e scelto come nome Sbarre di zucchero,
che doveva essere il titolo di un ipotetico libro di una delle ragazze. Sbarre, perché ci sono
materialmente e di zucchero, per dare un’identità alla dolcezza delle donne che viene
massacrata quando si entra “dentro”.
2. Le donne in carcere subiscono una doppia segregazione, laddove vivono tale
condizione anche come madri. Qual è attualmente la situazione e come la state
affrontando?
Le donne subiscono una doppia detenzione perché solo 4 o 5 istituti sono prettamente
femminili; in genere sono occupate sezioni di risulta prese a spazi che non servono al
maschile, quindi molto limitanti. Non ci sono le sezioni che ci dovrebbero essere, quindi
per i protetti mancano infermerie, non c’è un reparto per le persone con problemi
psichiatrici, una sezione per le donne omosessuali…
Tutte queste figure, che nelle sezioni maschili sono separate in apposite strutture, nelle femminili è tutto mischiato e si vivono situazioni davvero pesanti. Per le mamme, che comunque spesso hanno vissuto situazioni estreme, non c’è nessun occhio di riguardo, come per esempio per le telefonate che rispettano le stesse regole che per i maschi. Senza tener conto delle esigenze relative alla maternità: se un figlio a casa fosse malato, vorresti poter telefonare più spesso. Mi sembra che le madri abbiano diritto a un paio di telefonate in più, ma negli istituti dove puoi fare una telefonata a settimana significa che forse le madri possono farne due e, secondo me, visto che le telefonate sono pagate dai detenuti, dovrebbero poter sentire i figli tutti i giorni, con telefonate quotidiane e controllate.
3. Quali sono state le leggi davvero in grado di alimentare il vostro attivismo o che
hanno fatto sperare in qualche possibilità di cambiamento, anche in relazione alle
percezioni dell’opinione pubblica?
Non ci sono leggi sulle quali ci siamo attivate, perché crediamo che l’esecuzione penale
andrebbe rifatta, ricostruita tutta. Il problema è che spesso di questo argomento ne parla la gente che non conosce questa realtà. Ne dovrebbero parlare i detenuti, gli avvocati, gli
operatori interni, la polizia penitenziaria. Vedi, per esempio, la situazione medica, che
adesso è gestita dall’esterno.
Questo significa che anche il personale interno si trova in situazioni difficili in cui chiami il medico, questo non arriva ma non puoi intervenire, perché l’assistenza sanitaria è gestita esternamente. Ritenendo che l’esecuzione penale vada ricostruita e che non ci sono leggi a favore di un miglioramento delle condizioni nelle carceri, avevamo però creduto alle parole dell’ex direttore del Dap (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria), Carlo Renoldi, che aveva promesso un cambiamento proprio per le telefonate. Ma non è stato raggiunto lo scopo e adesso la situazione è peggiorata, perché siamo tornati ai livelli precedenti al Covid, dato che in quel periodo qualche videochiamata e telefonata in più era stata concessa. La relazione con la famiglia è indispensabile per salvarsi dalla depressione, dalla mancanza di speranza e, di conseguenza, dal suicidio.
4. Siamo un Paese che spesso tende a lavarsi la coscienza attraverso l’elemosina, ad affidarsi all’intervento divino o, nel migliore dei casi, a una superficiale divulgazione delle problematiche. Qual è la difficoltà che davvero impedisce un cambiamento sostanziale in Italia, visto che nel mondo, specie in Europa, esistono esempi di luoghi destinati all’inclusione ben diversi dai nostri penitenziari medievali?
Proprio sabato abbiamo avuto in un convegno a Verona Stefano Anastasia (tra i fondatori
dell’Associazione Antigone), in occasione dell’uscita del suo ultimo libro; raccontava che
in Germania, quando si arriva al numero legittimo di ospiti, il penitenziario può rifiutare di
accogliere. Per questo motivo vengono maggiormente attivate misure alternative.
Se si considera che in carcere la maggior parte dei detenuti sono ragazzi con problemi di
tossicodipendenza, se non di doppia diagnosi, questi andrebbero curati non certo in un
penitenziario, dove vengono “addormentati” col metadone che è comunque una droga
sintetica, per cui, quando escono, la prima cosa che faranno sarà quella di rubare per
comprare la droga. È un circolo vizioso. I percorsi di recupero per questi ragazzi vengono
solo dalle comunità e dai percorsi costruiti con i Ser.D. (Servizi pubblici per le dipendenze
patologiche).
Gli psichiatri invece, sono chiamati occasionalmente, in conseguenza di aggressioni, procurate lesioni tra i ragazzi, che non dovrebbero stare in carcere, perché lì vengono trattati peggio degli animali… Io ho visto delle cose disumane, mai viste in vita mia. È un sistema che non funziona, che non tiene conto del sovraffollamento. I migranti, per esempio, sono ragazzi che arrivano e finiscono quasi tutti a spacciare. Se vai in stazione a Verona, ci trovi ragazzi senza casa che arrivano da chissà dove, che per mangiare spacciano. Allora, mi chiedo, perché i servizi sociali non funzionano prima che
si arrivi al carcere? Perché non dare lavoro a queste persone, visto che abbiamo necessità
di manodopera.
In Italia c’è una grandissima indifferenza a tutto ciò che avviene dentro il carcere: passi quel portone e non sei più nulla, tutto quello che può succedere te lo sei meritato. Però ci dimentichiamo che sono persone, che hanno commesso dei reati ma che devono avere la possibilità di comprendere i loro errori, la sofferenza che hanno provocato in altri, ed essere reinseriti, non rieducati o riabilitati. È necessario avere una seconda possibilità seria e positiva, un lavoro che consenta di vivere, solo così non ci sarà più recidiva. Ma in Italia l’indifferenza fa da sovrana.
5. L’etimologia del termine “pena” evoca vendetta, un rifarsi in modo violento sul
responsabile di un reato. Quali potrebbero essere le alternative al carcere, anche per i reati più gravi come l’omicidio?
La certezza della pena non deve essere la certezza del carcere. Io credo che anche per i
reati più gravi – e l’abbiamo sentito con Giampaolo Manca* , Carmelo Musumeci** , con i
percorsi di giustizia riparativa (vedi Agnese Moro*** e Adriana Faranda**** ) – è possibile
restituire dignità al condannato e rimediare alle conseguenze dannose che la sua condotta
ha provocato. Io stessa ho perso una figlia, sono vittima e nessuno è venuto da me per
darmi spiegazioni, conforto. Anche la vittima viene abbandonata a se stessa. Io credo
fermamente nei percorsi di giustizia riparativa.
6. È dal 2013 – con la legge 146 del 23 dicembre – che esiste il Garante nazionale
(regionale e provinciale) dei diritti delle persone private della libertà personale. Dopo 10 anni di attività di tale Istituzione, cosa è migliorato e quali interventi sono
mancati?
Credo che il garante sia una figura importante. A Verona ne abbiamo avuti di molto
competenti. Ho conosciuto Ciambriello, Anastasia, Emanuela Belcuore (garante della
provincia di Caserta, che comprende un carcere molto difficile come Santa Maria Capua
Vetere). Loro ci credono, incontrano le persone, le supportano, le aiutano. Credo che il
garante sia un trait d’union indispensabile tra il dentro e il fuori.
7. Il periodo di pandemia nei penitenziari ha fatto emergere maggiormente i problemi preesistenti. Come è stato vissuto?
Ho vissuto poco la pandemia nel carcere, perché mi son trovata che entravo ed uscivo con
dei permessi, in quei giorni… Sono stata però qualche mese a fine pandemia e non era
gestibile la situazione, soprattutto al femminile. C’erano delle ragazze positive in prima e
seconda sezione e, non avendo un posto per l’isolamento, le hanno lasciate in sezione con
il carrello del vitto che passava ovunque.
Nel maschile c’era una pandemia nella pandemia perché, su 500 maschi, ce n’erano più di 200 contagiati, messi in isolamento e trattati come animali, presi dalle loro sezioni e messi tutti insieme nelle celle. Situazione gestita malissimo, senza alcun rispetto per le persone, perché le precauzioni prese all’esterno dovevano essere attuate anche dentro. I vaccini, invece, sono stati fatti e messi a disposizione. Il detenuto appartiene a una delle prime categorie a essere vaccinata.
8. Quali sono le iniziative in corso della rete?
Sono tante le iniziative. Ora siamo attivamente impegnate, insieme ad altre associazioni,
con la campagna “Madri fuori” per una mobilitazione generale il 14 maggio, promossa
dall’associazione La società della ragione; il 10 maggio a Venezia con Ristretti orizzonti e
la Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia; saremo il 13 a Torino ancora con La
società della ragione; il 15 saremo impegnate con le associazioni Il Gabbiano e Donne
oltre le mura.
Non stiamo fermi un attimo, perché vogliamo che si parli di questo problema da tutti i punti di vista, come è accaduto nell’evento: “Caro carcere, le cose che non ti ho mai detto”, durante il quale garanti, avvocati con l’Osservatorio Nazionale sulle Carceri, noi di Sbarre, la polizia penitenziaria rappresentata da due sindacati, ognuno nel suo ruolo ha raccontato le problematiche che riscontra all’interno del carcere. Particolare clamore, a seguito di questa conferenza, ha destato la notizia, comunicata da Ornella Favero: in data 27 aprile il direttore della Casa Circondariale di Padova, dopo aver sospeso il servizio di chiamate giornaliere (nato in corso di emergenza Covid 19), lo ha ripristinato.
I reclusi presso il Carcere di Padova, pertanto, possono fruire delle telefonate tutti i giorni.
Se da soli siamo piccoli, insieme potremo avere una voce molto più potente per arrivare ai
livelli decisionali più alti.
Note
*Giampaolo Manca, scrittore, fu esponente di spicco della Mala del Brenta, organizzazione criminale che ha segnato la storia del Veneto dagli anni Settanta fino agli anni Novanta. Manca ha scontato già trentasei anni di carcere (dodici dei quali in regime di 41-bis).
**Carmelo Musumeci, scrittore, fu capo di un’organizzazione criminale. Nel 1992 venne condannato all’ergastolo ostativo per omicidio. Durante gli anni di detenzione ha conseguito il diploma e tre lauree.
***Agnese Moro è figlia di Aldo Moro, politico e giurista italiano, che f u rapito e ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978.
****Adriana Faranda è un'ex brigatista italiana, militante delle Brigate Rosse durante gli Anni di piombo e ebbe parte attiva nel sequestro Moro.

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