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mercoledì 14 Aprile 2021
BiblosUna questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Fu una rivelazione quando lessi per la prima volta Il muro di Sartre; la prigionia del protagonista che resta nella terribile attesa della sua condanna a morte in una minuscola cella insieme con altri condannati. Nella testa ho ancora il puzzo di quando uno dei carcerati si ritrovò con i pantaloni bagnati del suo piscio e sporchi dei suoi escrementi.

Iniziai a seguire le lotte civili dei Radicali, ricercavo notizie sulle carceri italiane, sulle condizioni dei detenuti fino all’incontro con il blog di un ergastolano: Carmelo Musumeci, il Boss della Versilia, arrestato negli anni ‘90 e condannato all’ergastolo ostativo ma da poco tempo in libertà cautelativa.

Un caso raro, quasi un miracolo, come lui stesso dice. Durante la prigionia Carmelo Musumeci ha conseguito tre lauree, ha scritto libri e poesie. Porta avanti numerose battaglie per i diritti e la dignità dei detenuti, quelli che lui chiama uomini ombra.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Conversazione con Carmelo Musumeci

Ti sei autopubblicato. Come mai non hai affidato i tuoi scritti a una casa editrice ?

La letteratura è l’anima di un Paese ma a differenza di altri, in Italia manca una letteratura sociale carceraria. Nel mio piccolo, mi sto sforzando di crearne una perché durante i 25 anni di prigionia non ho fatto altro che scrivere per continuare a esistere, ma purtroppo sono pochi gli editori disposti a pubblicare i testi di un ergastolano, forse per evitare critiche e guai.

In diverse interviste affermi che i tuoi testi sono romanzi. Perché?

Non parlo solo di carcere, ma soprattutto di come si arriva. Scrivo anche per far conoscere alle persone di fuori che il carcere produce tanta recidiva e che l’inflizione di una pena crudele non fa riflettere sul male commesso. Agli ergastolani non servirebbe poi molto per migliorarsi, se non un po’ di speranza e un fine pena. Credo che sarebbe utile far sapere alla società che una sofferenza inutile non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, per questo ci tengo in particolar modo che i miei libri vengano letti.

Nel 2008, insieme con altri detenuti, hai pubblicato anche una lettera aperta all’allora Presidente della Repubblica Napolitano in cui chiedevi in modo provocatorio la pena di morte.

Bisognerebbe essere contrari sia alla pena di morte che all’ergastolo perché in un caso si ammazza tutto, nel secondo si rispetta il corpo e si ammazza la personalità. La condanna all’ergastolo è una pena di morte viva dove il boia è il tempo.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci
Il buco nel bagno cella. Serviva a controllare il detenuto affinchè non si suicidasse

Quindi, essere contro l’ergastolo ostativo senza se e senza ma. Oppure è una differenza con crimini per mano di associazioni a delinquere (mafia, camorra…)? Penso ai più pericolosi boss criminali come Riina, Cutolo, Denaro.

Una società ha diritto di difendersi dai membri che non rispettano la legge ma è altrettanto ragionevole che essa non lo debba fare dimostrando di essere peggiore di loro. Purtroppo, a volte, questo accade. Certi fenomeni criminali non si sconfiggono militarmente, ma culturalmente. Tutti i criminali possono cambiare, a parte i Buoni che pensano l’incontrario.

Un giorno Agnese Moro mi scrisse che il padre era contrario all’ergastolo perché l’essenza degli esseri umani è la libertà e se si toglie la speranza di tornare liberi è una cattiveria ancora più grande della pena di morte. Nella nostra Costituzione, poi, la prigione non è né una punizione né una vendetta, ma il luogo in cui ritrovare se stessi.

Hai affrontato anche tu il regime carcerario duro 41bis. Lo definiresti un percorso
rieducativo?

Penso che il regime di tortura del 41-bis insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena. Lasciandola in quella situazione di sospensione e di inerzia la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà innocente, mentre le persone perbene rischieranno di essere colpevoli.

Credo che se ad alcuni ergastolani venisse data una possibilità, una sola, di rifarsi una vita smetterebbero di essere criminali. Ma in questo caso la mafia dei colletti bianchi – quelli che non commettano reati, ma creano le condizioni – perderebbe il suo esercito e lo Stato perderebbe il nemico interno su cui poter scaricare tutte le colpe.

E in che modo lo Stato può dare una seconda possibilità ai più pericolosi capi delle
criminalità organizzate fuori delle carceri?

Tentando di redimerlo con una pena che faccia bene sia a lui che alla società.
Spesso si rimprovera ai boss in carcere di non aver mai preso coscienza del male che hanno fatto. In effetti è molto difficile che avvenga essendo murati vivi in una cella, sottoposti al regime di tortura del 41 bis. Una speranza, o una morte dignitosa, andrebbe data a tutti, anche ai mostri, almeno perché questi non creino culturalmente altri mostri.

Il carcere dovrebbe servire a fermare il male, ma subito dopo deve fare il bene della persona, per farle uscire fuori il senso di colpa dei crimini commessi perché questo è il dolore più grande ed è quello che fa più paura, anche ai mostri. Solo così la giustizia potrà funzionare.

Da quando sono in libertà condizionale e svolgo volontariato e servizio di sostegno ad adulti portatori di handicap, ho iniziato a sentirmi colpevole e a rendermi conto del male fatto; solo adesso che la società ha smesso di considerarmi cattivo e colpevole per sempre.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Qualche tempo fa Il Mattino pubblicò la foto di Riina per l’anniversario della sua
nascita. Ci fu molto scalpore.

Spesso sia i buoni che i cattivi vengono strumentalizzati e usati per interessi mediatici personali o d’immagine. Penso che forse riusciremo un giorno a liberarci della mafia, ma sarà molto più difficile liberarsi di una certa antimafia corrotta, interessata e senza nessuna coscienza sociale. La mafia in fondo è una mentalità e una cultura che hanno anche le persone ‘perbene’; (vedesi il contenuto delle intercettazioni dell’ex magistrato Palamara).

Quando ero ragazzina con la scuola si sono sempre fatti incontri tra studenti in occasione di giornate dedicate alla legalità, contro le mafie etc. Il mio ricordo principale è noi ragazzi seduti in un’aula davanti allo schermo di un televisore sul quale scorrevano i nomi di persone assassinate. Hai mai fatto incontri nelle e con le scuole in occasioni simili?

Ho fatto moltissimi incontri con i ragazzi delle scuole sia dentro che fuori del carcere perché penso che sia importante far conoscere a loro il male per dargli la possibilità di evitarlo.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci
La frase scritta sul muro è di un detenuto della cella

E in che modo ti hanno accolto?

Per esempio, nel carcere di Padova facevo parte del progetto Scuola-Carcere di Ristretti Orizzonti e mi confrontavo con migliaia di studenti all’anno. Mi sono trovato bene anche perché i ragazzi a differenza degli adulti cambiano più facilmente idea. La cosa cosa buffa è che davanti ai giudici mi sono sempre avvalso dalla facoltà di non rispondere e invece con loro ho sempre risposto a tutte le domande che mi ponevano.

A proposito di ragazzi, a Napoli per esempio è il carcere minorile di Nisida dove si fanno anche diverse attività culturali-educative. Ma davvero aiuta il carcere per i ragazzi? O per esempio sarebbe meglio adottare una sorta di politica territoriale? Aiutarli insomma sul territorio stesso da liberi.

Se non servono i carceri degli adulti figurati quelli minorili. Il carcere per funzionare
dovrebbe essere un’opportunità e non una punizione. Ti faccio un esempio: la Comunità Papa Giovanni XXIII nelle sue case famiglie ha circa trecento detenuti ed ex detenuti e la recidiva è del 5%. Per esempio a che serve tenere i tossicodipendenti in carcere?

Stanno 24 ore su 24 in branda pieni di gocce per dormire. Il carcere, come pena da scontare è una invenzione moderna, prima ti mettevano alla berlina, ti mandavano in esilio, ti ammazzavano, ma non ti muravano vivo. Te la posso fare io una domanda? Secondo te la mafia è un potere dall’alto o dal basso?

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

La mafia potrebbe venire storicamente dal basso ed essere nata per mancanza dello Stato su un territorio; il guappo del quartiere per intenderci. La gente si sentiva protetta da qualcuno che Stato non era, che era stata abbandonata. Tu cosa pensi?

Non sono d’accordo, la mafia è un potere che viene dall’alto e da destra. Tempo fa leggevo che persino Giuseppe Garibaldi nel fare lo sbarco dei mille (a parte l’aiuto degli inglesi) era scesa a compromessi con la mafia di allora. I grandi notabili del sud hanno sempre usato i Picciotti o i bravi; come li chiama il Manzoni, per comandare.

Ma questo anche prima. Ti parlavo proprio degli albori. Anche se in realtà gli stessi Re si circondavano di personaggi che controllavano un determinato piccolo territorio.

Sai, in carcere di mafiosi veri ne ho incontrati pochissimi; solo tante persone che hanno fatto reati mafiosi, semplicemente carne da cannone. Parliamoci chiaro Giuliana, certi fenomeni criminali non si vogliono sconfiggere perché a seconda dei tempi fanno comodo a tutti; prima facevano comodo al fascismo poi alla democrazia per accaparrarsi i voti. Pensa che in carcere non ho mai incontrato un mafioso comunista.

Però non voglio credere che tutti i politici siano uguali!

E fai bene perché non bisogna mai generalizzare troppo. Le brave persone ci sono da tutte le parti, fanno loro la differenza. Tutti nascono anarchici o comunisti poi purtroppo diventiamo qualche cos’altro. Io sono nato ribelle sociale e poi sono diventato qualche cosa d’altro.

Sai qualcosa in più circa i tempi per il vaccino Covid19 ai detenuti? Non trovo notizie.

Hanno fatto un appello sia il garante nazionale che la senatrice Segre per mettere i detenuti nella liste a rischio. Sembra che debbano aspettare i tempi dei cittadini comuni all’esterno. Sarebbe anche giusto a pari condizioni di vivibilità, ma i prigionieri sono più a rischio perché vivono ammassati uno sopra l’altro e non possono mantenere le distanze. D’altronde se dovessero vaccinare i detenuti per primi immagino le dichiarazioni di alcuni politici e professionisti di una certa antimafia: i mafiosi vaccinati prima degli onesti cittadini?

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci
Le scarpe abbandonate da un detenuto

Com’è organizzata una giornata in carcere?

La giornata in carcere è difficile da descrivere perché dipende dal girone infernale in cui sei assegnato (regime di tortura del 41 bis, Alta Sicurezza uno, due o tre, Media Sicurezza). E poi ovviamente dipende dagli umori del Direttore e dalle guardie. Si dice che ogni carcere è uno Stato a sé perché quello che è proibito a Napoli è consentito a Milano, e viceversa, dato che ogni istituto ha il suo regolamento interno. In carcere a volte per tentare di vivere devi saper morire. E io iniziavo a morire appena mi svegliavo al mattino. Normalmente mi svegliavo all’alba. Non mi alzavo subito.

Stavo un po’ abbracciato con il mio cuore. A volte andavo all’ora d’aria a fare quattro passi. Spesso invece rimanevo in cella. Aspettavo che passava la guardia della posta e rispondevo alle numerose lettere che ricevevo. La sera mi cucinavo qualcosa. Poi iniziavo a fare su e giù per la cella per aiutare la digestione. E passeggiavo. Avanti e indietro. Tre passi avanti e tre indietro. Quando ero abbastanza stanco, mi sdraiavo sulla branda. Se non c’era nulla d’interessante alla televisione mi mettevo a leggere fino a tardi. Poi mi addormento perché non potevo fare altro.

Cosa proporresti per migliorare la vita nelle carceri?

Il migliore carcere sarà quello che non costruiranno mai, ma in attesa dell’abolizione del carcere come pena un detenuto dovrebbe scontare la sua condanna perdendo solo la sua libertà e non tutti gli altri diritti come la dignità, gli affetti ecc. E con delle verifiche periodiche se la propria pena abbia esaurito ogni propria funzione. La giornata dovrebbe essere impegnata nel lavoro, nello studio, nella lettura e in confronti culturali.

Importanti sarebbero gli incontri con la società esterna, in particolar modo con le vittime dei reati per stimolare i detenuti a identificarsi con chi subisce un reato. Insomma, un carcere e una pena che faccia bene a chi la sconta e alla società. Non è utopia, ma semplicemente buon senso.

Le tue battaglie per la dignità dei detenuti attraverso i tuoi incontri, gli scritti, e anche con scioperi della fame, hanno portato a dei cambiamenti significativi?

Se si lotta si vince sempre, anche quando si perde, perché la vittoria sta già nella lotta. Sotto un certo punto di vista l’esito della Corte europea e quello della Corte Costituzionale è frutto, prima che di una vittoria giuridica, di una lotta dal basso perché è iniziata dall’attivismo degli stessi ergastolani con i vari scioperi della fame e di sensibilizzazione nella società. È proprio vero che le rivoluzioni, culturali o giuridiche che siano, le iniziano in pochi ma li finiscono in tanti. Non è stato facile coinvolgere gli ergastolani condannati per mafia negli scioperi della fame perché loro entrano in carcere già istituzionalizzati, pronti ad ubbidire perché lo facevano anche fuori.

Negli anni ‘70 ed ’80 i mafiosi in carcere erano pochi, la maggioranza dei detenuti erano ribelli sociali con spiccato senso di solidarietà ed era più facile lottare in carcere per migliorare i propri diritti. Poi quando acquisisci dei diritti devi continuare a lottare per non farteli porta via. La stragrande maggioranza della polizia penitenziaria preferisce fare servizio nei regimi di 41 bis o in alta sicurezza che in media sicurezza dove ci sono detenuti scalmanati.

Hai spesso usato il termine brave persone. Ma cosa significa essere brave persone?

Avere coscienza sociale.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Da bambino mi piaceva portare i capelli lunghi. Una volta però
presi i pidocchi. I grandi vollero raparmi la testa a zero. Io però
non ero d’accordo. E mi ribellai. Non vollero sentire ragioni. E mi
legarono alla seggiola. Piansi molto quando vidi i miei bei capelli
per terra. Erano per me come le foglie per un albero, e mi
dispiaceva vederli separati dalla mia testa.

Il senso di giustizia dei bambini è diverso da quello degli adulti.
E a me dispiaceva che i miei pidocchi fossero rimasti senza casa.
Già da allora pensavo che tutto dipendeva da quale parte si
guardava. E io ero dalla parte dei pidocchi. Loro almeno mi
tenevano compagnia. Ogni tanto gli davo una grattatina come
fanno i cani.

I pidocchi erano contenti. E io ero felice di saperli
contenti. Dopo avermi raso i capelli, mi misero sul capo un telo
inzuppato di benzina per fare morire le uova dei pidocchi. Lo
dovetti tenere per un paio di giorni. Ricordo ancora la puzza di
benzina: era tremenda. Alla fine rimasi senza pidocchi. Per un po’
di tempo continuai lo stesso a grattarmi la testa perché ne sentivo
la mancanza. 
da Le vostre prigioni. Vite da ergastolano. Carmelo Musumeci

Conversazione con Carmelo Musumeci-

Le foto sono state scattate all’EX OPG “Je so Pazzo”, Napoli, da Giuliana Vitali.

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Giuliana Vitali
Giuliana Vitali
Scrittrice e redattrice responsabile della rivista letteraria Achab ->

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