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sabato 4 Dicembre 2021
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Cimitero dei feti a Roma: viaggio nel giardino dei non nati

Il caso del cimitero dei feti è noto: in seguito a un aborto eseguito all’ospedale San Camillo di Roma, una donna ha scoperto al Flaminio una tomba con una croce su cui ha trovato scritto il proprio nome e la data dell’operazione. Senza aver dato il consenso. Una prassi che nasce da un regio decreto del 1939. Decidiamo che vogliamo vedere da vicino. Il passaggio emotivo attraverso gli occhi è essenziale per capire qualcosa in più. Ma poi, cosa c’è da capire realmente?

Giuliana Vitali ci conduce al Giardino degli Angeli  con il suo reportage.

Il giardino dei non nati

Percorriamo in macchina i viali dissestati dalle grosse radici degli alberi che giganteggiano in modo ordinato nel Cimitero Flaminio. Insieme ad Andrea, vado alla ricerca del Giardino degli Angeli, così lo chiamano quelli dell’associazione religiosa Advm – Difendere la vita con Maria – dove sono sepolti i feti provenienti da aborti spontanei o volontari.

L’associazione dice di occuparsene come atto di beneficenza, senza che però la donna ne sapesse niente. Per un attimo la storia mi sembra anacronistica ma poi penso in fondo siamo in un paese cattolico e il cattolicesimo non può che avere valori conservatori e allora non mi pare più inverosimile.

Pochi passanti, alcuni sono operai o addetti alla manutenzione delle imponenti cappelle di marmo.

Ci fermiamo per domandare dove possiamo trovare il campo. All’inizio sembrano non capire cosa stiamo cercando ma poi rispondono che forse è ai piedi del forno crematorio. Iniziamo perciò a seguire il cartello segnaletico fino a incontrare una piccola distesa di terra con sopra delle croci incuneate.

Dovrebbe essere questo – fa Andrea intanto che usciamo dall’auto. Calpestiamo il terriccio quasi incolto, le croci sono molto vicine tra loro, alcuni dei loro pezzi in legno sono sparsi qua e là insieme a un paio di tombe di marmo con i fiori finti. Ne sono affascinata; mi piace l’idea di camminare sulla terra di mezzo, un luogo dove sento di essere davvero sola, una spettatrice di storie che i vivi raccontano attraverso lapidi kitch o abbandonate, disadorne e quasi diventa un piacere sadico che mi fa avere un po’ meno paura della morte.

Ci sono i nomi sia di maschi che di femmine, non può essere. Il campo è di sole donne – dico. Andrea annuisce, viene attratto dalla tomba di un giovane pugile dall’altra parte del viale.

Decidiamo di continuare a piedi costeggiando il muro di cinta che pare quello di una fortezza. Si sta bene al sole, c’è silenzio e tanto ossigeno nell’aria, sarà per gli alberi o per la disabitudine di parecchi mesi dato il consiglio del Governo, per il Covid19, di restare il più possibile a casa. Ma più andiamo avanti e più la strada sembra arrivare da nessuna parte. Dal lato opposto, una vecchia signora cambia l’acqua ai fiori e prima che entri nel grande edificio a più piani, proviamo a chiederle informazioni sul giardino ma non ne sa niente.

Ci rimettiamo alla guida proseguendo alla cieca intanto che cerco indicazioni su internet, alcune fotografie sugli articoli di giornali on-line che possano suggerirmi qual è il luogo esatto, un particolare: un palazzo rosso, accanto ce ne è un altro giallino. Mi sembra di vedere all’improvviso quello stesso scorcio e lo seguiamo salendo una piccola stradina a serpentone. Davanti a noi si palesa un’enorme zona zeppa di girandole colorate dove sono sepolti i bambini.

Andrea, forse siamo vicini. Secondo me il campo non è distante da quello dei bambini, no?

Continuo a guardare immagini su google, superiamo uno stretto con dei lavori in corso. Sulla destra una distesa con tante croci di ferro, ancora girandole ma stavolta si contano sulle dita di una mano. Parcheggiamo l’auto al lato.

Scendi tu, va’ a vedere – fa Andrea.

Comincio a calpestare il prato verde mentre sotto le scarpe scricchiolano le foglie secche in mezzo al campo sterminato di croci. Alzo il cellulare e sovrappongo alla veduta l’immagine di internet e combaciano alla perfezione, c’è anche la rete arancione del cantiere in lontananza. Siamo nel posto giusto.

Andrea mi raggiunge. La luce di mezzogiorno è forte ma non si riflette sul ferro delle croci che resta opaco. Sembrano anonime, tutte uguali come campi di militi ma su ogni targhetta nera apposta ci sono nomi e cognomi di sole donne. Liliana, Valentina, Paola, Eleonora, Emanuela, Silvia, Hiwet, Elisa… poi un numero di registro e la data dell’aborto.

Cimitero dei feti a Roma: viaggio nel giardino dei non nati

Continuo a districarmi nel campo, non ci sono fiori sotto le croci, solo su due sono legati ben stretti con il fil di ferro un cane di pezza mentre all’altro un grande orsacchiotto e una rosa rossa. Immagino di trovarmi di fronte a una croce col mio nome. Eppure ho sempre pensato che un funerale non lo voglio, essere solo bruciata ecco, e diventare rifiuto speciale come sarebbero dovuti essere anche quei feti, i non nati.

Cimitero dei feti a Roma: viaggio nel giardino dei non nati

Tornata a casa, riguardo le fotografie scattate al cimitero. Sono tutte così simili che sembrano non raccontare niente.

Cimitero dei feti: il parere di un medico del San Camillo

Ho bisogno di saperne di più, ascoltare una voce che viene da dentro le mura dell’ospedale e comincio a cercare su internet nomi di medici che lavorano nel reparto di ginecologia al San Camillo e che praticano aborti. Nessun nome, vengono fuori solo articoli sulla legge 194 e alcune polemiche su un concorso della Regione per assumere medici non obiettori.

Mi salta alla mente una mia conoscenza che aveva interrotto tempo fa una gravidanza. La contatto e mi fornisce un numero di cellulare, un medico che lavora al reparto Ivg del San Camillo. Riesco ad avere un appuntamento telefonico con lui. Mi concede mezz’ora – il tempo di una visita mi dice – ma non vuole che compaia il suo nome, né essere registrato.

Pronto? Allora, mi dica come posso aiutarla. – mi fa, qualche secondo di silenzio.

Dottore, so che lei è uno dei pochissimi ginecologi non obiettori di coscienza. Cosa ne pensa dei campi dove hanno seppellito i feti?

Ho scoperto della faccenda da poco tempo. La trovo abominevole.

Non ne sapeva nulla?

No. Ai feti, appena dopo l’aborto, facciamo le autopsie per accertare il motivo della morte. Quello che resta lo diamo all’Ama e poi se ne occupano loro come rifiuto speciale. Credo sia lì il nodo centrale. E poi le pazienti firmano un foglio: Vuole un funerale o preferisce che se ne occupi l’ospedale? Ecco tutto.

Ci sono queste associazioni cattoliche che dicono di seppellire i feti per beneficenza…

Sono degli invasati. Pro-life per esempio. Girano sempre in ospedale a consegnare volantini. Pensi che una volta si sono chiusi a chiave nelle stanze e siamo dovuti entrare dalle finestre per farli uscire. Io sono un medico e devo aiutare chiunque chieda di abortire.

Gli chiedo se ha rapporti con le organizzazioni femministe che tutelano i diritti civili della donna e che adesso si stanno occupando delle denunce di alcune donne coinvolte.

No. Ci ho provato ma alle volte pare di entrare in cellule politiche estremiste. Qui la politica non c’entra. Serve un dibattito senza schieramenti, parlare di prevenzione soprattutto.

E il San Camillo in che modo fa prevenzione?

Parliamo di un’eccellenza italiana, insieme all’ospedale di Torino. Resta l’unico centro di coordinamento della Legge 194 dal 2010. Dopo 15 giorni dall’aborto le nostre pazienti tornano da noi e dopo escono con un opuscolo, spirali e preservativi. Pensi che ci sono strutture come quella all’Isola Tiberina che fanno visite e diagnosi prenatali e poi se loro riscontrano problemi con il feto non ti aiutano, ti stringono la mano e arrivederci. Allora che fanno a fare queste visite?

Ma l’Italia in che direzione sta andando? In Spagna per esempio si può abortire fino alla 22sima settimana…

-Guardi, noi siamo tra i paesi che sono più avanti su questo tema già dagli anni ‘70 con il diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto appunto. Però c’è un fatto che trovo assurdo riguardo alle ultime disposizioni sulla famosa pillola del giorno dopo. Prima occorreva la ricetta medica. Adesso basta che vai in farmacia e te la danno. I farmacisti non sono medici, possono venderti una medicina o una crema per il viso è la stessa cosa. Io ho bisogno di un colloquio preliminare con la paziente, è importante. Perché aiutiamo dall’inizio a dopo l’aborto. E adesso la Laiga vuole autorizzarlo anche per le minorenni…

Però ci sono delle situazioni familiari difficili. Magari c’è violenza, paura o vergogna di parlare di un aborto.

Le minorenni si rivolgono a noi anche senza aver bisogno del genitore. Chiamiamo il giudice tutelare e in poche ore tutto è risolto. Diventano minorenni emancipati. Sa quante volte è capitato? Pensi che in certi casi ho avuto il serio dubbio che alcune di loro fossero state stuprate dal padre.

E dello stato psicologico delle donne che hanno scoperto il campo cosa pensa?

È terribile perché con l’aborto terapeutico l’interessata avrebbe voluto essere madre. Poi con i nomi e cognomi, la data dell’aborto scritta sulle targhette… In realtà esisterebbe pure l’anonimato. Spesso per esempio ci sono attrici, personaggi dello spettacolo che si rivolgono a noi compilando schede anonime. Ma c’è un problema. Noi dobbiamo inviare la scheda della paziente alla Regione con tutti i dettagli anche anagrafici per essere pagati. Con l’anonimato non può arrivarci un soldo. Vorrei dirle un’ultima cosa. Adesso molte donne stanno chiedendo un indennizzo all’ospedale per la questione dei feti seppelliti. Non voglio difendere a spada tratta il San Camillo però la struttura non credo c’entri nulla soprattutto per l’idea che abbiamo di sanità pubblica e laica.

 

Cimitero dei feti. La collina di Ismet


Giuliana Vitali
Scrittrice e redattrice responsabile della rivista letteraria Achab ->

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