Andrea s’è perso… È ancora possibile dire qualcosa di sinistra?

È ancora possibile dire qualcosa di sinistra? È ancora possibile avere una visione del mondo che trova soluzione agli squilibri proponendo un cambiamento radicale degli assetti del mondo?

È ancora possibile dire qualcosa di sinistra?

Se si va indietro con la memoria ad ogni campagna elettorale si poteva attribuire significati diversi. Si pensi a quella del 18 Aprile del ’48, la madre di tutte le campagne che seguirono, almeno fino agli anni ’90 cioè fino a quando è esistita la ”prima repubblica”. Da un lato lo schieramento “clerico atlantista” guidato dalla DC, dalla chiesa cattolica e dagli USA, dall’altro quello di sinistra del “Fronte popolare”.

Finì con la sconfitta delle sinistre e la vittoria schiacciante della DC.

La DC guidata da De Gasperi formò un governo di coalizione chiamando al governo i partiti minori ad esclusione del PCI e per un periodo del PSI.

Una decina di anni dopo con l’ingresso del PSI al governo si diede inizio alla lunga stagione dei governi di centro-sinistra e alla formazione di quel sistema definito del “penta partito”, DC, PSI, PSDI, PRI, PLI.

L’opposizione fu incarnata dal PCI che ne guidò le politiche fino agli anni di “Mani pulite”. Al di la del significato specifico che ogni campagna assumeva data la specifica contingenza un elemento era chiaro, la maggioranza di governo rappresentava il ceto socio-politico moderato e la opposizione quello popolare del lavoro di cultura politica prevalentemente “operaista” incarnata principalmente dal PCI.

Centro-sinistra al governo e sinistra all’opposizione.

Si pensi al periodo di boom economico e alle lotte sindacali che lo accompagnarono fino alla realizzazione dello Statuto dei lavoratori. Sul piano della politica internazionale la divisione del mondo in blocchi contrapposti vide le forze di governo schierate con il blocco atlantista e l’opposizione di sinistra su posizioni di contrapposizione alle politiche egemoniche dell’USA e al mondo del capitale internazionale.

Si pensi alla guerra del Vietnam e alla condanna espressa dalle sinistre e dal mondo della contestazione giovanile. Dirompente fu la dichiarazione di Berlinguer nel ’76 di preferire l’ombrello Nato. Ciò però non modificava la collocazione sociale del PCI che fino all’ultimo cercava di rappresentare i ceti meno abbienti se pure con una propensione a volere la partecipazione al governo del paese.

“E’ ora di cambiare il PCI deve governare” era uno degli slogan più gridati nelle manifestazioni di piazza. L’ultima battaglia di stampo “operaista” voluta da Berlinguer fu quella del referendum del 1985 per l’abrogazione della legge che aboliva la scala mobile. Referendum perso da chi voleva mantenere la scala mobile che nel 1992 fu definitivamente abolita.

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L’evoluzione digitale del mondo delle produzioni, la trasformazione del capitale internazionale da “industriale” a finanziario, il crollo del muro di Berlino e la fine dell’impero sovietico, mani pulite, furono eventi che sconvolsero il quadro rappresentativo degli schieramenti sia politici che sociali.

Sparirono in un sol tempo sia il “mondo operaio” che le forme partito che rappresentavano quel ceto insieme ai partiti rappresentativi del ceto medio e imprenditoriale. Le nuove “forme” cercavano indiscutibilmente di rappresentare tutte il ceto-medio che diventava il ceto di riferimento per tutte le forze politiche principali in campo, lasciando alle forze minori il compito di rappresentare i ceti più precari e meno garantiti.

Anche i sindacati facevano fatica a rappresentare il precariato diffuso trovando più facile la difesa dei lavoratori stabili. Il credo che si diffuse fu che più fluidità, nelle assunzioni e nelle dinamiche salariali doveva generare più dinamismo economico e più occupazione e benessere.

Si produsse così una potente caduta della domanda interna e conseguentemente di quella esterna e dei flussi finanziari produttivi tanto da aumentare sia la disoccupazione che la precarietà più generale. Ceti medi prima garantiti finivano nel calderone del precariato e del non garantito. Vasto settore del mondo sociale non riusciva più ad individuare un referente politico che lo rappresentasse e la dinamica sinistra- destra veniva definita superata e non più rappresentativa della realtà.

Di qui il sopravvento di forze populiste che cavalcavano il malcontento e l’aumento della sfiducia nella rappresentanza politica vista sempre più come “casta” da “punire” con un voto di protesta o con l’astensione dal voto.

Finiva così lo schema ceto medio produttivo al governo, mondo del lavoro e meno abbienti all’opposizione politica.

Si aggiunga a questo quadro la questione ecologica. Le problematiche ambientali rappresentate dai cambiamenti climatici imponevano ed impongono attenzioni e ricerca di soluzioni complesse che spesso mettono in contrapposizione lavoro e ambiente. Tema quest’ultimo intimamente connesso con le problematiche internazionali.

La guerra Russa-Ucraina è intimamente connessa con le tematiche relative alle risorse energetiche e ai risvolti ambientali che ne conseguono e ai rapporti tra Stati per la loro gestione e produzione. Esse mettono in crisi i vecchi schemi egemonici e la crescita di nazioni come la Cina innanzitutto e l’India impongono nuove visioni e strategie per determinare equilibri più solidi.

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La domanda che si pone è, è ancora possibile dire qualcosa di sinistra?

È ancora possibile avere una visione del mondo che trova soluzione agli squilibri proponendo un cambiamento radicale degli assetti del mondo? La sinistra sembra essersi persa difronte all’incalzare delle contraddizioni. Ricorda quella canzone di De André che diceva “Andrea s’è perso e non sa tornare”.

Invece c’è necessità di una visione di sinistra se si vogliono compiere passi avanti nella ricerca di soluzioni alle contraddizioni. Più rispetto degli equilibri mondiali e della forza conquistata da popoli finora ritenuti più subalterni senza rinunciare alle proprie prerogative sono necessari, rinunciando però ad una visione egemonica esclusiva del mondo occidentale in un’ottica multipolare e cooperativa tra le nazioni.

Ricerca di soluzioni che impongano il superamento delle diseguaglianze tra i popoli e i ceti è l’unica opzione che può sanare le contraddizioni. Una visione solidaristica e cooperante è indispensabile se si vogliono affrontare temi come i cambiamenti climatici e la crisi energetica.

Si può immaginare che si governi il clima solo in una parte del mondo, o che una sola nazione governi i processi della transizione energetica? L’ipotesi che un nuovo equilibrio mondiale scaturisca da una guerra totale è da follia pura data la diffusione massiva di armi nucleari. Una netta posizione contro le guerre è indispensabile!

In poche parole non è possibile trovare soluzioni locali senza una visione globale. C’è in Italia e non solo una forza politica che sappia rappresentare i ceti non garantiti e sappia offrire un programma con questi contenuti? Non direi, non ancora per lo meno.

Quando si propone un programma di governo della cosa pubblica non si offre una politica internazionale di autonomia rispetto ai blocchi, vedi PD. Dall’altro verso pur manifestando idee progressive, pacifiste e di attenzione all’ambiente non si è in grado di offrire concrete soluzioni di governo, vedi sinistre di vario conio e 5stelle (la vicenda del termovalorizzatore per Roma ne è un esempio).

Che fare? Eterno interrogativo della sinistra! Mi viene da suggerire una “Agenda Bersani”, l’unico che abbia finora saputo ragionare su idee e proposte di governo sensate. Sarà possibile prima del 25 Settembre prossimo? Si saprà indicare ad “Andrea” la strada per un ritorno felice? Me lo auguro!

Andrea s’è perso

 

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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