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Il rifiuto dell’orale alla maturità non è ribellione politica, ma sintomo di una cultura neoliberale che confonde pubblico e privato. Il mito del capitale umano, del merito e delle “life skills” mina la scuola pubblica e prepara l’abolizione del titolo di studio legale.
Chi ha paura dell’esame orale? Nessuno mi può giudicare
La cultura del capitale umano è strettamente allacciata al motto di sessantottina memoria “vietato vietare”. I casi, seppur ancora rari, di rifiuto studentesco all’esame orale della maturità non nascono da ragionamenti predisposti dalla conflittualità politica: non si rivendica alcunché per il corpo studentesco, non si contesta la grammatica gerarchica; si desidera il rispetto della sensibilità personale, l’accortezza di non penetrare indebitamente nella sfera altrui giudicandola.
Anni di egemonia neoliberale hanno contribuito nel confondere ambito pubblico e intimità privata. A un diritto pubblico ormai preda delle compagnie private fa da contraltare la mistificazione del “personale è politico”. Ma soprattutto hanno intriso la discorsività di parole magiche quali “merito”, “competenza”, “sogno”, “scelta”.
Ogni ragazzo deve poter costruire il proprio sogno perché la sicurezza personale sia costruita attraverso la realizzabilità in termini economici delle proprie scelte. Questo mantra ripetuto ininterrottamente, come fosse parte di un rito sciamanico, assorbe l’individuo in pericolose sabbie mobili esistenziali, dalle quali solo con una sana concorrenza si sopravviverebbe.
L’accesso nell’esclusiva cricca dei competenti, gli unici dotati di quella personalità magnetica che garantisce l’iper-visibilità e il passaggio a un’esistenza garantita, è determinato, quindi, dalla correttezza degli investimenti compiuti sin dall’adolescenza, grazie allo scudo protettivo delle famiglie che, dollaro su dollaro, congegnano un rispettabile curriculum vitae da sventolare con orgoglio e fierezza.
Perché la vita sia vissuta “sognando” l’eccellenza, sarà determinante non sottolineare traumi eccessivi. Le giornate dovranno scorrere nell’eccezionalità delle esperienze, nell’unicità dei gesti, nell’impossibilità di esprimere un rifiuto o un giudizio.
Inaccettabile, a quel punto, superare la fine di una storia sentimentale o attraversare le forche caudine dell’esame di maturità orale, dove pubblicamente si compone una soggettività capace di relazionarsi dialetticamente nei confronti dell’autorità, magari anche contestandola.
È bene comunque sottolineare come questi casi, sporadici ma paradigmatici dell’egemonia ideologica alla quale l’essere umano è sottoposto, sono particolarmente enfatizzati dalla stampa liberale. Il decadimento dell’istituzione scolastica si è già avverato attraverso la sua sostanziale privatizzazione e la sua aziendalizzazione, con il criterio prestazionale dei crediti e con le continue sollecitazioni verso attività extra-scolastiche che ideologizzano l’impalpabilità delle cosiddette life skills. Ma non basta.
La vera ricaduta sociale alla quale da anni puntano i lanzichenecchi del totalitarismo capitalista è l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Rimarcare il rifiuto alla maturità di ancora poche anime, ha lo scopo di immiserire la liturgia dell’evento e renderla rimovibile. Così da sottrarre il percorso scolastico pubblico, con i suoi certificati ufficiali, con la sua impronta formativa ispirata alla funzione sociale della cittadinanza, al monopolio del titolo di studio accreditato. Ed equiparare gli attestati dei percorsi formativi privati, confessionali, esclusivi, settoriali al titolo di studio pubblico.
Cosicché i rampolli di buona famiglia possano navigare sempre con meno ostacoli nella loro instancabile ricerca della felicità. Questi il diritto a non essere giudicati lo hanno conquistato da tempo immemore.

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