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mercoledì 28 Luglio 2021
AgoràLa censura a Trump e la cancel culture: affari delicati

La censura a Trump e la cancel culture: affari delicati

Continua a far discutere la censura a Trump sui principali social network: c’è chi lo ritiene un precedente pericoloso e chi lo ritiene un atto doveroso. Probabilmente la verità sta in entrambe le posizioni.

La censura a Trump e la cancel culture

La rimozione dei profili di Donald Trump dai social più famosi fa discutere e -senza voler dare supporto a Trump, ben lungi da me – per validi motivi.

Solo pochi mesi fa una lettera firmata da 150 artisti, scrittori, intellettuali, creativi ecc., aveva richiamato non poca attenzione mediatica. In quella lettera si chiedeva a gran voce di rispettare la libertà di parola, difendendo il dibattito aperto, puntando il dito contro la gogna pubblica che miete ormai sempre più vittime, con forti ripercussioni personali e professionali. Una condanna della cosiddetta cancel culture: la pratica che ostracizza chiunque abbia un’idea diversa dai più.

Una sorta di censura e proprio di censura l’ultima vittima è il ben noto tycoon biondo, ormai – quasi – ex Presidente degli Stati Uniti, che è stato bannato dai principali social. Twitter e Facebook hanno infatti deciso di chiudere i profili di Trump.

Gli animi si dividono. C’è chi si domanda perché abbiano aspettato così a lungo e chi invece lo etichetta come un gesto osceno e pericoloso.

Riavvolgendo il nastro: Trump è incapace di accettare la sconfitta alle ultime elezioni, continua a gridare al broglio elettorale, incurante dell’infondatezza delle sue parole, e lo fa perché vuole incendiare gli animi. Ahimè ci riesce e anche bene. Il suo orgoglio ferito si riprende mentre i rivoltosi fanno breccia all’interno di Capitol Hill.

Per il suo animo egocentrico-narcisistico quell’irruzione è il simbolo più prezioso, la conferma della sua personale verità. Dopo aver lui stesso incitato la folla, li richiama all’ordine, e poi afferma: si conclude così il più grande mandato della storia. Farebbe quasi tenerezza se non fosse sostenuto da milioni di americani.

A guardarlo da fuori il tycoon più famoso d’America sembra una caricatura, un grottesco personaggio di un film distopico, eppure raccoglie consensi. Guida irruzioni violente al Parlamento pur senza scendere dal suo palcoscenico. Aizza le folle, come un vero leader.

Ha carisma, forse questo possiamo riconoscerglielo, tuttavia è privo di etica, di moralità, di equanimità. È guidato dalla pancia e prende proprio le pance dei suoi sostenitori.

Un presidente che mette in dubbio la legalità dei voti senza prove, istiga l’odio, infiamma le divergenze, per pura ingordigia di potere, è pericoloso. La decisione quindi di togliergli la parola sulle piattaforme social sembra sensata, ma rischia di creare un precedente altrettanto pericoloso.

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Censura o non Censura?

La questione è delicata.

In molti si domandano se sia giusto dare ai colossi della Silicon Valley, che detengono il monopolio delle piattaforme social, il diritto di oscurare utenti. Ebbene, in teoria il diritto loro lo hanno già, fa parte delle regole che accettiamo tutti quando ci iscriviamo, tuttavia Trump è il Presidente uscente e imbavagliando i suoi profili social si rischia di favorire politicamente Biden. Facebook e Twitter sono disposti a schierarsi oppure dobbiamo accettare che si tratta di un’azione super partes? Per quanto le affermazioni di Trump siano false si rischia comunque di creare un precedente nella messa a tacere di una fazione politica piuttosto che un’altra.

Inoltre: il vikingo che ha guidato l’assalto a Capitol Hill era un seguace della setta digitale di QAnon , che provoca disagi e violenze già da anni negli Stati Uniti, e a cui lo stesso Trump ha fatto velatamente accenni, perché nessuno ha pensato di oscurare quella pagina? Per non parlare delle fake news in generale, che diffondono disinformazione e agitano l’opinione pubblica.

È altresì vero che libertà di espressione non significa essere liberi dalle conseguenze. Ognuno deve prendersi la responsabilità delle proprie parole, anche e soprattutto il Presidente degli Stati Uniti, anche e soprattutto se si provoca un’irruzione violenta al Parlamento.

Eppure, chi ha il diritto di censurare l’altro? Quis custodiet ipsos custodes?

 La censura a Trump e la cancel culture affari delicati

Di censura parlò già Platone, la ritroviamo anche nell’Antica Roma, nel Medioevo attraverso la Chiesa e nel secolo breve: tanto le dittature di sinistra quanto quelle di destra fecero ricorso alla censura.

È una questione atavica, la libertà di parola è un diritto prezioso, conquistato con le unghie e col sangue, difeso strenuamente dagli intellettuali di ogni epoca – certo fa venire i vermi allo stomaco doverlo oggi difendere attraverso la persona di Trump.

Le domande sorgono spontanee. La cancel culture e la censura social soffocano davvero l’espressione di idee che si spingano anche solo di qualche centimetro oltre il politically correct? Tutto ciò che va contro il senso comune viene etichettato come nocivo per la società, oppure la gente non sopporta le opinioni diverse dalla propria?

I limiti al dibattito, che dipendano da un governo repressivo o da una società intollerante, finiscono ugualmente per fare del male di più a chi non ha potere, e rendono tutti meno capaci di partecipare alla democrazia diceva uno degli ultimi passaggi della lettera del 7 luglio pubblicata da Harper’s.

Ma è davvero possibile mantenere un dibattito aperto con chi manipola la realtà come Trump?

Le domande continuano a rincorrersi. Che potere e quali responsabilità avranno adesso i Big Tech social dopo questa decisione? Cominceranno forse ad oscurare tutti i dittatori, gli estremisti, i fanatici, tutti coloro che istigano la violenza?

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Certo è che tutto ciò porta a galla una questione che non si può più ignorare: i social hanno un ruolo fondamentale nella divulgazione, benché le testate giornalistiche godano di autorevolezza, un post virale, seppur riportante notizie false, raggiunge molte più persone rispetto alle suddette. Bisogna quindi trovare il modo di conciliare libertà di espressione e disinformazione, probabilmente con delle regole, che però minerebbero la libertà di tutti; oppure accettare che insieme a quella libertà vengono anche legioni di individui che usano la rete per diffondere le loro storie fantasiose e poi assaltano il Parlamento guidati da “sciamani” infervorati.

Concludo ricordando un esempio più virtuoso: Wikileaks ci ha insegnato che non tutti i ribelli digitali vengono per nuocere, salvo poi pagare un alto prezzo per quelle azioni.

 

 

 

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Alessandra Spallarossa
Laureata in Mediazione Linguistica alla Sapienza, per vivere lavora come consulente di comunicazione a Roma, per passione scrive, legge e insegna yoga. Ha pubblicato il romanzo "La luna crescente" (Emersioni, 2020)

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