Cancellare la Storia: “Stanotte un’intera civiltà morirà”

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Quando si normalizza l’idea di cancellare un’intera civiltà, la guerra ha già vinto. Non è follia, è linguaggio politico. Tra doppi standard e indifferenza, lo sterminio diventa opzione. E allora la domanda non è se accadrà, ma perché lo stiamo accettando.

“Stanotte un’intera civiltà morirà”: normalizzare lo sterminio

Stanotte un’intera civiltà morirà“. Quando si arrivano a pronunciare queste parole si arriva a un punto di non ritorno. Non sto parlando di un mancato intervento circostanziale della diplomazia, quello che in tanti hanno invocato a piè sospinto nel conflitto Nato/Russia. No. Qui si parla di mentalità generale, di considerare scenari indicibili come possibilità concrete, perfettamente futuribili. Quando accade questo, la guerra non lascia scampo.

Ma era facilmente prevedibile. Se un genocidio vive ancora tra mille distinguo, tra mille epperò, ecco che può legittimamente essere prospettata la cancellazione storica di un popolo, come se non fosse mai esistito. Non spaventa il carattere roboante della presunta follia trumpiana. La pazzia si può contrastare con l’azione politica. In questi giorni avviene esattamente il contrario.

Ascoltare queste parole rovesciate in raziocinio, in progetto ingegneristico, normalizzare il terrore per ovvi interessi di profitto. È proprio così che non si torna più indietro. Non perché non ci sarebbero strade da percorrere per la pace. Ma l’illusione degli ottimisti sta nel credere che sia ancora possibile orchestrare ragionamenti relazionali quando è la cultura di sterminio che ha invaso la discorsività generale.

Cancellare un’intera civiltà è proponimento che scorre senza troppi sbigottimenti proprio come scorre nell’indifferenza la macelleria sociale che l’Occidente si propone di attuare per gli ultimi, per gli esclusi, per i subalterni. Siamo avvezzi ad accettare la sconfitta dei deboli quale evento naturale della vita concorrenziale e performativa.

Per questo sono parole che non ci suonano così estranee. Anche in questo caso la solidarietà di massa si è fermata di fronte allo spauracchio degli ayatollah, unica vera fonte di vicinanza reale, e non solo umanitarista, con il popolo palestinese. Che ricordiamolo vorrebbe essere nazione. Nazione con dei confini.

Perché i confini stabiliscono la libertà e l’arrivo della pace. Quando, al contrario, si cancellano o si stuprano i confini ecco che appare l’insolenza imperialista, ecco che appare la tracotanza coloniale, ecco che si moltiplicano le guerre preventive, o umanitarie o di polizia internazionale. Quelle che cancellano bambini, civili, intere popolazioni e pagine di storia.

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parole ribelli, menti libere

Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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