www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Nella nostra società iperliberista anche l’educazione è un investimento per cui il figlio sarà sempre l’essere più acuto, più socievole, più sorprendente e vivrà solo esperienze straordinarie. Figli cresciuti in campane di vetro che poi appaiono nel loro rovescio. Quando sprigionano un crack emotivo che sfoga violenza e autodistruzione, che lambisce i confini della malattia mentale.
Alle radici della violenza
Annalena Benini, direttrice del Salone del Libro di Torino, è sconcertata. Suo figlio ha preso 3 in un compito di verifica. “Quel voto è simbolo di una sconfitta e un’offesa alla speranza del suo ragazzo“.
Questo è l’atteggiamento capace di sprigionare violenza, contro sé stessi o contro gli altri. Non è caratteristico delle élite ma diffuso e generalizzato; percorre qualsiasi strato sociale.
Le chat dei genitori, per esempio, si trasformano ben presto in strumenti di giustizia sommaria nei confronti dell’insegnante.
Per comprendere perché la violenza è congenita a questo registro discorsivo si dovrà partire da una premessa. Solo la sfera privata è etica. Lì, nell’angusto nucleo familiare, è depositata l’unica legittimazione all’educazione.
La giustificazione morale nel concepire questo assolutismo risiede nell’investimento. Nessuna autorità può permettersi di intervenire perché non ha speso nella formazione del capitale/figlio. Anzi, così come si pensa che lo Stato può solo rovinare le dinamiche di mercato con il suo protagonismo, allo stesso modo il pubblico potrà solo guastare il percorso di capitalizzazione pedagogica.
La postura ideale per valorizzare l’incremento azionario del proprio capitale/figlio si realizza nel confezionamento del prodotto/figlio. Sarà necessario utilizzare le categorie del marketing per promuovere un percorso di eccezionalità. Così il figlio sarà sempre l’essere più acuto, più socievole, più sorprendente e vivrà solo esperienze straordinarie. E questo sentimento dovrà essere esplicitato, è essenziale far capire al figlio la sua prodigiosità.
Qualsiasi esperienza assumerà i contorni della rarità, del sublime, ogni evento sarà interpretato come a sé stante, qualcosa di ineguagliabile. Per poter poi dire “nessuno lo conosce meglio di me”. Possiamo ammetterlo, i giovani stanno crescendo tutti così e così sono cresciuti i loro genitori. Ora ragazzotti di mezza età. Nanni Moretti ebbe un’illuminante intuizione ne “L’isola dei figli unici“, dove ai bambini nulla era precluso. I no sono impronunciabili o inefficaci perché privi di convinzione, fanno riferimento a valori scomparsi.
Questo accudimento permissivo è prestazionale. Si pretende dagli esseri umani la responsabilità di vite vivificanti, la capacità di romanzare le esistenze nella loro specialità. Di santificare nel mito il proprio bagaglio emozionale perché il percorso sia affrontato senza traumi, perdite dolorose o divieti. Si forma una campana di vetro mostruosa nella sua affettazione accogliente. Quel guscio che poi appare nel suo rovescio. Quando sprigiona un crack emotivo che sfoga violenza e autodistruzione, che lambisce i confini della malattia mentale.
Idealizzare la vita privata disintegra lo scorrere dell’ordinario, abbatte la relativizzazione ragionevole delle nostre vite, che in sé non contengono quasi nulla da mostrare al pubblico.
È nell’ordinario che sorge la bellezza, lo scintillante irradia solo riflessi pornografici. Anche per questo si dovrebbero studiare discipline che raccontano lo sviluppo dell’umanità, che non servono a nulla se non a rapportarsi criticamente anche con sé stessi, che dovrebbero armare gli esseri umani di strumenti per affrontare l’insensatezza di nascere per poi morire.
Programmare con protocolli di intervento lo straordinario vuol dire far espandere volontà personali rapaci, pronte a demolire gli ostacoli anche quando si tratta di persone.
Tornare a relativizzare i cosiddetti drammi adolescenziali o giovanili, non immedesimarsi in essi con una solidarietà lacrimevole ma riportarli a un giusto rapporto nei confronti della Storia, potrebbe rappresentare un buon inizio.
Difficile far capire a un figlio la negatività di una gelosia ossessiva e possessiva se non lo si è educato a considerarsi non così importante, unico e irripetibile.
Evocare il patriarcato non mi sembra consono allo spirito dei tempi, né utile per sradicare i problemi; scoprire, saper pronunciare, al contrario, le malattie mentali proprie del nostro tempo, forse sì.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- L’ambito ruolo della vittima nel mondo liberal
- La guerra impossibile dell’Occidente contro la realtà
- Come Netanyahu ha finanziato e costruito Hamas dal 2012 al 2018
- Il nemico interno: “se esprimi dubbi sei contro di noi”
- La crocifissione di Julian Assange per aver rivelato l’indicibile
- Cafè Ghengò: i punti di “repere” tra pensieri sincopati
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Kavi: Il Poeta è Vivo
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Dialoghi della coscienza: l’intensità magica del silenzio e la necessità di una poesia intima
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente














