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Gli Usa hanno reintrodotto le sanzioni contro Francesca Albanese, relatrice ONU sui territori palestinesi occupati. Punita per aver fatto il suo lavoro: documentare i crimini di Israele. Il governo italiano tace. Lo scandalo è doppio.
Albanese sanzionata due volte: Washington punisce chi fa il suo lavoro
Il 23 maggio 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha reintrodotto Francesca Albanese nella lista nera globale dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), dopo che una corte d’appello federale aveva sospeso la precedente sentenza che bloccava la misura. Albanese, giurista italiana e relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani dell’ONU per i territori palestinesi occupati, si trova così nuovamente nell’impossibilità di utilizzare le principali carte di credito o effettuare transazioni bancarie internazionali.
La prima designazione era arrivata nel luglio 2025, firmata dal segretario di Stato Marco Rubio, che l’aveva accusata di «antisemitismo sfacciato» e «sostegno al terrorismo». Albanese nega entrambe le accuse. Il caso giudiziario era stato intentato dal marito, Massimiliano Cali, in rappresentanza del loro figlio minorenne, cittadino statunitense. La corte si è presa tempo per valutare il merito; nel frattempo, Washington non ha perso il suo.
Fermiamoci un momento sulla geometria di questa vicenda, perché è istruttiva. Albanese è stata nominata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU per documentare le violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati. Lo ha fatto. Ha prodotto rapporti, ha citato fonti, ha utilizzato il linguaggio giuridico previsto dal suo mandato. Ha concluso, tra l’altro, che le azioni di Israele a Gaza configurano un genocidio. Se avesse scritto che va tutto bene, che l’esercito israeliano opera nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, non sarebbe su nessuna lista nera.
Il problema non è quello che ha detto, ma che lo ha detto nell’esercizio di una funzione istituzionale riconosciuta dal diritto internazionale. Siamo oltre il reato d’opinione: siamo all’imposizione di un diktat su un organo delle Nazioni Unite da parte di uno Stato membro che ha evidentemente deciso che il diritto internazionale vale solo quando fa comodo.
Il braccio armato sanziona il testimone
La logica della sanzione è, nella sua brutalità, trasparente. Gli Stati Uniti non contestano nel merito i rapporti di Albanese — non potrebbero farlo, perché si confronterebbero con il diritto internazionale umanitario, con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, con le sentenze della Corte internazionale di giustizia. Preferiscono colpire la persona: congelare i conti, rendere impossibile la vita bancaria quotidiana, trasformare una funzionaria ONU in una paria finanziaria globale. È la tecnica classica del regime sanzionatorio americano applicata non a un dittatore o a un trafficante d’armi, ma a una giurista che ha redatto rapporti su commissione delle Nazioni Unite. Rubio l’ha messa nella stessa lista in cui siedono oligarchi russi e signori della droga latinoamericani. Il messaggio non è sottile: chi documenta i crimini degli alleati di Washington viene trattato come un criminale.
L’Italia che non vede
C’è un secondo scandalo, più domestico e per questo più opaco. Francesca Albanese è italiana. Nata a Bari, giurista formatasi in Italia e poi alla London School of Economics. Una cittadina della Repubblica italiana è stata inserita in una lista nera dal governo di uno Stato straniero per aver svolto un incarico internazionale legalmente riconosciuto. La risposta del governo Meloni è stata, nei mesi scorsi, sostanzialmente il silenzio. Nessuna nota di protesta formale, nessuna convocazione dell’ambasciatore americano, nessuna presa di posizione pubblica di rilievo da parte del ministero degli Esteri. Tajani ha rilasciato qualche dichiarazione di circostanza, nel pieno stile della sua arte dell’equidistanza pelosa. La società dei media colti — quella che si indigna selettivamente, che fa della difesa del diritto internazionale un argomento da talk show — ha trattato la vicenda come una notizia di secondo piano. Eppure la struttura del caso è cristallina: uno Stato straniero perseguita una cittadina italiana per l’esercizio di una funzione ufficiale. In qualsiasi altro contesto, si chiamerebbe interferenza. Con Washington si chiama politica estera.
Il paradosso finale è grottesco: gli Stati Uniti, che siedono nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e contribuiscono al suo finanziamento, sanzionano un’esperta nominata da un organo ONU per aver fatto esattamente il lavoro per cui è stata nominata. È come se un azionista di maggioranza licenziasse il revisore dei conti perché ha trovato irregolarità nei bilanci. La differenza è che qui le irregolarità si contano in decine di migliaia di morti civili, e il revisore è una donna con il conto corrente bloccato.

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