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venerdì 30 Luglio 2021
TecnèParla Ernesto Bassignano: come è morta la canzone politica

Parla Ernesto Bassignano: come è morta la canzone politica

Lo storico cantautore e giornalista, Ernesto Bassignano,tra il serio e il faceto, racconta la sua carriera e i cambiamenti del Paese.

Ernesto Bassignano  per voi

Ai cari amici di Kulturjam che mi si rivolgono chiedendomi un pezzullo dei miei, atto a farmi riconoscere come vecchio e dunque glorioso attrezzo del milieu socio-politico-musicale romano e non, rispondo immediatamente: sì!

Lo faccio da cantautore, da giornalista ma anche più da operatore culturale organico da sempre a tutto campo e inesausto innamorato dell’idea.  L’eterno sogno di un’Italia diversa e nuovamente viva, curiosa, reagente allo sbraco, alla catatonia di questi nostri anni veloci vacui e cattivelli, fatti di chiacchiericcio tecnologico ignorante.

Ebbene si, mi fa davvero piacere questo richiamo alle armi. Sono fiero che me lo abbiano chiesto riconoscendo in me un fortunato e indomito assertore di idee e cultura. Un’alternativa ad un sistema che, prima negli anni ’50 e poi alla fine dei ’70 e di nuovo oggi tende, in crisi economica e di valori e sotto la spinta tecnologica, vuota e giovanilistica, a informare di se tutto quanto.

Si produce troppo spesso solo robetta massificata buona per addormentare i gonzi e spegnere qualsiasi anelito libertario.

Un cantautore

Io, come alcuno sa, vengo da lontano. Ho fatto l’Accademia di belle arti, sono scenografo, e in quegli anni a Roma sono nato anche come attore di Teatro di Strada con il gruppo del mitico Volontè. Ma non mi son mica fermato lì.

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Avendo infatti conosciuto un jazzista che mi portò in Via Garibaldi a Trastevere in mezzo a folksinger, jazzisti e nuovi cantautori, divenni subito protagonista in quel luogo chiamato Folkstudio. Nacquero insomma presto anche i celebri “Quattro ragazzi con la chitarra e il pianoforte sulla spalla” celebrati da Venditti.

Francesco e Antonello partirono in tromba verso il successo discografico, mentre io mi diedi alla maledetta politica diventando un mezzo funzionario del PCI armato di chitarra e fottendomi la carriera pur di stare sempre in mezzo alle masse a berciare in coro sloganistiche populiste e demagogiche.

Ma tant’è, mi ero scatenato, e fu così che a un certo punto, di fronte alla mala parata dei nuovi tempi loffi pippobaudeschi, sanremesi e da Durans, mi feci giornalista e critico musicale.

Ma mai smisi la chitarra e le feste di piazza. Mescolai così in maniera decisa parole, note, pittura e politica restando cocciutamente un rivoluzionario curioso sperimentatore d’ogni risvolto artistico lontano dal comune e dall’usuale sentire e vedere.

Ernesto Bassignano

Essendo  fortunatamente nipote del grande musicista milanese Fiorenzo Carpi, conobbi non solo la scapigliatura trasteverina, ma anche quella milanese di Dario Fo marca Derby, fatta di Cochi e Renato, Jannacci, Abatantuono, Andreasi etc etc.

Un giornalista ma anche no

Seguirono 10 anni di Paese Sera, radio e tv private libere e folli e ancora dischi e un’attitudine che, mollata la sloganistica di lotta, tornava alla primigenia amatissima scuola genovese tenchiana da cui ero partito.

Mescolavo gli insegnamenti teatrali a quelli cabarettistici, fondendoli con le desinenze musicali d’Oltralpe dei vari Brel, Brassens e Ferrè. Li avevo conosciuti tramite Duilio Del Prete e Beppe Chierici,  amici cari venuti insieme a me in quel di Roma dalla lontana Cuneo, tutti insieme appassionatamente a fare la Boheme nella Capitale.

Negli ottanta la canzone politica morì in pace insieme alla sloganistica con due accordi e io fui sempre più giornalista che cantautore sino a che, defunto pure il leggendario Paese Sera, fui fortunatamente rimbalzato nelle generose braccia di mamma Rai.

Vent’anni al GR e poi anche, per merito del mio scopritore e direttore Ruffini, anche autore decennale del fortunato programma satirico da me ideato dal titolo Ho perso il trend, con mezzo milione di ascoltatori al dì.

Ecco al fine la meritata e salvifica pensione ( sia detto: avevo rotto i coglioni al Berlusca e i suoi).

 

 

Rimane la voglia eterna però di comporre canzoni e nuovi album ogni tre o quattro anni e la conseguente partecipazione a tutti i premi possibile in qualità di ospite anziano e medagliato. Oggi cominciano tutti a chiamarmi maestro un po’ per rispetto e un po’ per prendermi per i fondelli.

La canzone d’autore

Ed eccomi qua, forever young e indefettibile poetastro civile tra nuove idee, produzioni e organizzazioni sempre e comunque all’insegna dell’adorata canzone d’autore, quella vera d’antan che quasi non c’è più, sepolta com’è da rap trap e poppaccio elettronico.

In breve, amici che provate a diventarmi complici con la vostra meritoria iniziativa, voilà mon histoire di ariete distonico neurovegetativo tra litigate, omeoprazolo e gastroduodenite, cercando di resistere dal partire e mollare per sempre questa ex grand’Italia ridotta ai minimi termini da politici sempre meno capaci e più infingardi.

In breve insomma la storia di un sessantottardo puro che soffre ma non molla, innamorato com’è della vita e dell’idea per un mondo meno egoista e cattivo. La chitarra sempre ancora al collo fatta d’amore e di lotta, dopo che fu un giorno anche come mitra.

Sei corde bone pe’ fà la vita meno amara, sei corde fatidiche da tenere a portata di mano per trarne qualche antica e sicura melodia da contrapporre a ritmi frenetici e testi apocalittici, ad armonie inesistenti, a cacofonie stridenti che servono solo per emergere dalla banalità, ma certo non per essere cantate suonate e ricordate.

Buone insomma per un Sanremo, un tatuaggio, un altro orecchino cappellaccio e un articolo comprato.

Amen amici, mi arrendo, ho molto dato e molto sognato. Sono stanco ma non domo, e dunque: tiremm innanz!

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Ernesto Bassignano
Cantautore, giornalista e conduttore radiofonico

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