Gli Anelli del Potere, la serie più costosa della storia della televisione, è un successo preannunciato, così come le polemiche per l’ennesima operazione inclusiva, molto forzata, che trasforma il tema dei “diritti” in merce di scambio per cartelli pubblicitari e merchandising.
Questa non è una recensione de “Gli Anelli del Potere”
Un successo preannunciato: solamente durante il primo giorno di disponibilità i primi due episodi de Gli Anelli del Potere, ispirato al “Silmarillion” di J.R.R. Tolkien. sono stati visti su Prime da più di 25 milioni di spettatori a livello globale.
Ecco allora alcune considerazioni, con una premessa fondamentale: questa non è una recensione.
Non avevamo velleità da fuori sincrono notturno con Jean Vigò in sottofondo, ne siamo Tolkieniani rigorosi dunque abbiamo seguito con lo spirito che si deve a un tale operazione: intrattenimento piacevole che ti fa venir voglia di sgranocchiare qualcosa – ma con moderazione – perchè aprire troppe volte il frigo può esser letale e ti ritrovi Cingolani che ti bussa alla porta per cazziarti.
Parliamo della serie più costosa della storia della televisione e si vede ad ogni fotogramma.
Le cose deboli invece – che son sempre le più controverse e divertenti da commentare – a un primo impatto sono i dialoghi in diverse sequenze, spesso semplici al limite dello sbrigativo, così come la scelta di alcuni attori che cozzano con il nostro immaginario.
Ma qui va capita una cosa: queste operazioni sono pensate principalmente per le nuove generazioni, pensate per il pubblico reale di oggi e quello da fidelizzare domani.
La nostalgia è un elemento di marketing funzionale a quella nicchia che rappresentiamo noi ruderi novecenteschi, ancora che si devastano le sinapsi del comparto “immaginario cinematografico” e che vorrebbero che Harrison Ford interpretasse Indiana Jones fino a 90 anni e scappasse in carrozzella dal masso rotolante alle sue spalle, che Kate Blanchet firmasse a vita per interpretare Galadriel e che Darth Vader conducesse il Festival di Sanremo.
Gli Anelli del Potere, Tolkien e il politicamente corretto
Veniamo quindi al punto centrale di tutta questa premessa: l’elfo nero. Ma era proprio necessaria questa cosa? Va bene tutto, il politicamente corretto, l’inclusione, l’immaginario dei ragazzini di oggi diverso da quello di noi babbioni, ma qui forse sta sfuggendo la cosa di mano.
Le opere di J.R.R. Tolkien, essendo un caposaldo della narrativa che ha fatto esplodere il genere fantasy, sono da sempre considerate sacre dai fans e non solo. Questo perché hanno dettato le regole di tutto il genere. Ora, qui, come già detto, non stiamo perorando nessuna causa da “rigoristi tolkieniani”, ma semplicemente parliamo di logica, buon senso, e di rispetto -azzardiamo?- filologico!
Gli elfi narrati da Tolkien, sono quelli ripresi dalla tradizione germanica, c’è una lunga tradizione mitologica al riguardo; la stessa parola ‘elfo’ è presente in tutte le lingue germaniche e sembra che originariamente significasse “essere bianco“.
Dunque, dandolo per scontato, il grande autore inglese non esplicita il colore della pelle degli elfi della Terra di Mezzo (ma li farà raffigurare diafani nelle varie illustrazioni del Signore degli Anelli pubblicate quand’era ancora in vita), ma è molto chiaro su altri aspetti direttamente collegati, per esempio descrivendo come ‘biondi slavati’ gli elfi Silvani, oppure dai capelli corvini i Noldor, con lineamenti e corporature che rimarranno come modello per tutto il genere fantasy di li a venire.
Non serve essere particolarmente ferrati in biologia e genetica per immaginare che se una determinata razza è caratterizzata dai capelli biondi, potrà avere un fototipo 1 o 2 al massimo.
Le stesse cose, con le specifiche del caso, potremmo scrivere per i nani (ma non volevamo calcare troppo la mano).
Marketing e inclusione
Quella creata da Tolkien è una “realtà” a sé stante che nasce per non essere forzatamente allegorizzata sul nostro mondo.
Dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che le “razze” nel nostro mondo non esistono e che siamo semplicemente appartenenti alla specie homo sapiens, evolutivamente e geneticamente indistinguibili.
Allo stesso modo – dopo lustri di letture e visioni – dovremmo ormai aver tutti ‘digerito’ una delle basi fondanti della letteratura fantasy, ovvero che si tratta di un universo non evoluzionista. Al suo interno c’è una genesi creazionista che prevede razze con origini, proprietà e geni totalmente differenti.
Il Vala Oromë fu il primo che chiamò gli elfi ‘Eldar‘, cioè “Popolo delle stelle“, perchè si risvegliarono sotto le stelle: che cavolo se ne fanno allora della melanina? E i nani? Non sono esseri umani, vivono generalmente sotto terra, che cavolo se ne fanno della melanina?
E dunque introdurre dei personaggi con l’evidente scopo di creare dibattito, è una forzatura del marketing che trasforma il tema dei “diritti” in merce di scambio per cartelli pubblicitari e merchandising.
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