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“La visione è il cuore del rapporto di Pasolini con la realtà, e Petrolio, l’opera postuma mai terminata, ne è il massimo paradigma.”
Io so chi siete*
Ci sono alcune facoltà dell’intelletto che definiamo generalmente “analitiche”; quello che sappiamo è che queste capacità sono spesso, per chi le possiede in grado straordinario, sorgente di compiaciuta sofferenza.
Un po’ come l’atleta che in palestra gode nella sua attitudine fisica e si compiace degli esercizi che provocano dolore nei muscoli, ma contemporaneamente li plasma e modella, così l’animo dell’osservatore, attraverso la riflessione e l’analisi costante, trae la sua soddisfazione nel vedere ciò che è oscuro ai più.
Questa spiccata dote, nell’opinione comune, prende la nomea di “profezia”, ma non ha nulla di messianico. In realtà è un vero e proprio metodo che si serve dell’intuizione personale come mezzo di partenza che conduce alla visione finale.
E su questo intendo soffermarmi a proposito di Pier Paolo Pasolini: la visione. L’immagine breve, potente, che diviene metodo in forma di schizzo d’autore.
Il termine visione, per intenderci, viene generalmente applicato alle narrazioni che utilizzano i sogni (o visioni oniriche) in tutte le loro forme come escamotage espressivo: quelli che si verificano nel sonno e quelli ad occhi aperti, quelli a sfondo religioso e quelli profani, quelli rivelatori e quelli che sono giocosamente fantasiosi; quelli che tentano di inculcare verità morali e quelli che fanno satira sulle mancanze degli uomini.
Questo meccanismo espressivo è largamente utilizzato da Pasolini, soprattutto nella parte conclusiva della sua sterminata produzione.
La vastità di Pasolini è qualcosa che è stata esplorata ma sempre partendo dal punto di ricerca dell’osservatore: la vita, le opere, la politica, la poesia, il cinema, la persecuzione, la sessualità. Chiunque abbia incrociato il proprio vissuto con l’opera dell’intellettuale friulano ha messo l’accento sul particolare a lui più congeniale a dispetto del tutto.
Ancora oggi c’è chi lo considera un grande poeta e un modesto narratore, chi un regista elementare e un critico rigoroso, e chi l’esatto contrario.
Non sono da meno: mi è caro soprattutto come critico, giornalista, e nel suo approdo narrativo finale mai terminato, Petrolio, perché in quella lingua era ugualmente poeta ma non sentiva l’obbligo di governare in modo più sereno le sue risorse come nel rigore della poesia o della sua produzione narrativa.
Il Pasolini più visionario è invece un grande fiume, come lo è per Freud la vita psichica individuale, dove la realtà si manifesta attraverso immagini disturbanti, eccessive, che diventano eresia agli occhi dell’ordine costituito: nascere in questo mondo è già la gnosi del male.
La visione è un mezzo per arrivare al reale e dunque essa è è la “ri-velazione” della verità che per essere colta ha bisogno di essere trasfigurata fino alla sconfessione, passando per i gradi figurali della metamorfosi.
É come il bambino che alle sue paure da le sembianze di un mostro e poi lo copre con un lenzuolo (il fantasma), che protegge dall’apparenza terrorizzante, ma spaventa per quel che contiene. Ed è solo arrivando all’età adulta che si riconosce la propria paura guardandola, disvelandola, cioè togliendo il lenzuolo.
Il punto più significativo di questo processo è nell’opera postuma mai terminata da Pasolini: Petrolio.
Si tratta di uno scritto composto da 522 pagine scandite in “Appunti”, un insieme di frammenti di diversa lunghezza che si susseguono in progressione numerica.
Il protagonista del romanzo, Carlo Valletti, è un ingegnere appartenente alla borghesia torinese. Tuttavia egli racchiude in un unico corpo due diversi individui: Carlo di Polis e Carlo di Tetis.
Il primo fa carriera all’interno dell’ENI ed entra in contatto con un mondo sporco e losco, il secondo si abbandona a una serie di atti sessuali degradandosi sempre di più.
La narrazione ha l’andatura di un viaggio per i gironi danteschi. Ogni girone ha un totem, un modello da imitare, ed un colore peculiare, a rappresentare i vizi a cui la nuova borghesia sta uniformandosi, dal look agli atteggiamenti ripresi dai «giovani nelle réclames» (Appunto 123).
Petrolio utilizza il sesso per parlare di potere, dominio e sottomissione. Ma ricostruisce anche come attraverso cospirazioni, imbrogli e trame, questo potere riesce a insinuarsi capillarmente tra le pieghe della società e costringe ogni individuo all’obbedienza.
A rappresentare il Potere è proprio il protagonista, Carlo, tanto nella sua versione pubblica di Carlo di Polis, quanto del Potere privato, diabolico e sensuale, di Carlo di Tetis. Un rapporto con il Potere che è anche di natura sessuale e transessuale, con la trasformazione da uomo a donna, (l’Appunto 51 in cui Carlo, guardandosi allo specchio, si accorge di essere diventato una donna), e da “possessore” a “posseduto” dal Potere , ad ogni suo incontro con il fascismo.
“Un angelo mandato da Dio di A sconosciuto a tutti, giunge nel palazzo del Petrolio, durante una seduta acui è presente anche il Ministro della Partecipazioni statali: B il castrato e i fascisti putrefatti hanno dato un meraviglioso impulso alle ricerche scientifiche e all’organizzazione economica. Tutto procede a gonfie vele, malgrado la loro tragedia. L’angelo li guarisce. B ritorna un uomo e i fascisti degli esseri umani. Adesso che sono guariti, devono decidere cosa fare. Decidono che tutto continui come prima.”
Pasolini inventa nuove forme espressive e compone l’opera secondo una logica che la rende indefinibile, sovrapponendo continuamente il piano reale a quello visionario. Ma a spiegarlo sono le parole stesse dell’autore.
Nell’appunto 71b si ritrae la discesa agli inferi notturni della città di due personaggi, le versioni degradate di Orfeo ed Euridice, due ragazzi: il Merda e Cinzia. Pasolini in prima persona ci spiega lo schema della visione e dei rapporti tra spazio e tempo: tra “Scena della Visione” e “Scena Reale”:
“In questo terzo paragrafo, l’attenzione va portata sulla Scena Reale riprodotta dalla Scena della Visione: la prima resta dentro la seconda, come un ‘doppio’, coperto completamente dalla sua riproduzione, è vero, ma non senza una leggera sfasatura, che permette di poter riconoscerlo e tenerlo sempre presente. Questo ‘doppio’, o Scena Reale, non è contemporaneo, cronologicamente, all’aspetto presente, o Scena della Visione. In altre parole 1’incrocio di Via Casilina con Via di Torpignattara della Realtà che sta ‘dietro’ l’incrocio di Via Casilina con Via di Torpignattara della Visione – è ‘quello di una volta’, cioè di sei o sette anni fa. Ciò viene a ‘istituire’ la possibilità di un continuo confronto. Senza questo confronto sarebbe impossibile interpretare tutto ciò che si svolge nella Scena della Visione gesti, sguardi, atteggiamenti, fatti, luoghi e persone“.
Solo attraverso questo meccanismo si può giungere alla visione definitiva presente in Petrolio, in cui il protagonista, Carlo, con il suo doppelganger aereo si distacca nel cielo e, sollevandosi, attraversa la città di Roma vedendola ‘realmente’ per la prima volta: le strade e gli incroci assumono la forma di vagine, i palazzi diventano seni, le guglie, i monumenti e le cattedrali, enormi falli. La città, tutta, appare come un enorme croce uncinata.
La redenzione di Pasolini si compie definitivamente in Petrolio, nell’atto finale del protagonista, con la regressione fetale prenatale all’amnio marino.
È l’ultima visione, ma è anche il suo testamento: “Questo romanzo non serve più molto alla mia vita – scrive Pasolini in una lettera ad Alberto Moravia, – non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato”.
Di più non so.
* Brano tratto da Achab, rivista letteraria, n° 12, interamente dedicato a Pier Paolo Pasolini.
10 ANNI DI ACHAB Rivista Letteraria – Disponibile il 13° volume: “Achab. Gli occhi di Argo|sul carcere”
Un traguardo importante.
Pensiamo che uno strumento culturale come una rivista letteraria cartacea sia l’inizio di una costante presenza sul territorio dando perciò continuità alla scrittura.
E ora arriva la pubblicazione del nuovo volume dal titolo “Achab. Gli occhi di Argo|sul carcere” a cura di Nando Vitali e Giuliana Vitali, per Kulturjam Edizioni.
Il volume esplora il tema complesso delle carceri in Italia e nel mondo – come in Turchia, in Africa per esempio – attraverso saggi, racconti, reportage, poesie, cinema, graphic novel, illustrazioni offrendo al lettore diverse prospettive e sguardi quasi a ricordare il mitologico guardiano Argo dai cento occhi.
Tra le collaborazioni – come Erri De Luca, Susanna Marietti, Filippo La Porta, Matteo Giusti, Giyasettin Şehir, Simona Maggiorelli, l’Associazione “Artisti Dentro” e tante altre – è presente un prezioso scritto inedito di Charles Simić, scomparso un anno fa, tradotto da Paolo Febbraro.

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