Nolan riscrive l’Odissea: il vero mostro è l’Impero che sta crollando

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L’Odissea di Christopher Nolan non celebra l’eroe, ma ne racconta la sconfitta. La guerra divora vincitori e vinti, il Cavallo di Troia diventa il simbolo della hybris occidentale e il viaggio di Ulisse si trasforma in un addio a un mondo ormai destinato a tramontare.

L’Odissea di Nolan: il tramonto dell’eroe e l’impero che vacilla.

Christopher Nolan, con la sua Odissea, conferma la capacità di trasformare ogni suo film in un rito collettivo: la sala gremita ne è la prova lampante, a dispetto di mesi di polemiche pre-uscita che, lungi dall’allontanare il pubblico, ne hanno alimentato la curiosità. Praticamente da un anno non si parla d’altro, e senza averlo visto.

Chi si aspetta una trasposizione scolastica rimarrà spiazzato. Nolan non cerca la fedeltà epica, ma una decostruzione del mito. Se l’episodio di Polifemo o l’irruzione dei Lestrigoni, rappresentati come soldati corazzati brutali e di difficile lettura, possono lasciare perplessi per la loro gestione ellittica, infatti non riuscivo a capire chi fossero, è chiaro che non si tratta di errori, ma di una scelta precisa. Il regista spoglia il mito dell’aura fantastica per trasformarlo in un incubo paranoico, dove il caos della guerra travolge ogni logica narrativa.

La guerra come trauma e la fine dell’Occidente

Il cuore pulsante del film non è l’avventura, ma una cupa condanna alla guerra. Nolan racconta un’Odissea dove i vincitori, segnati indelebilmente dai traumi del conflitto, tornano a casa già sconfitti. L’opera si presta a una lettura politica potente: l’inganno del Cavallo di Troia, visto qui come un sacrilegio, un atto di hybris contro gli dei, diventa la metafora del declino dell’odierno modello occidentale. Siamo di fronte a un Impero che scricchiola e che attende una fine, necessaria affinché possa nascere qualcosa di nuovo.

Il cast

Il cast, nonostante le polemiche, è di livello assoluto. Matt Damon regge il peso di un Ulisse travagliato, affiancato da un’efficace Anne Hathaway (Penelope) e Tom Holland (Telemaco). Abbiamo anche Charlize Theron, Zendaya ed altri. Nota di demerito per Jon Bernthal: nel ruolo di Menelao, la sua gestualità appare troppo sovrapponibile a quella vista in altri suoi ruoli iconici, risultando quasi una distrazione. Per lui recitare Menelao o Punisher è la stessa cosa. Mentre recitava me lo immaginavo con la tuta nera ed il teschio bianco in centro al petto.

In ogni modo, la scelta di un casting non convenzionale, come per Elena di Troia, Lupita Nyong’o, risulta un dettaglio estetico che non inficia la solidità del discorso narrativo.

Nota di merito per la colonna sonora: Ludwig Göransson firma musiche eccellenti, fondamentali per costruire quel senso di straniamento che accompagna le quasi tre ore di visione.

Insomma, regia e fotografia di altissimo livello, come ci si aspetta da un film di nolan e non delude. Mica è Uwe Boll che piace tanto a Borgonovo.

​Il ritorno: un viaggio verso la luce

Il finale è la chiave di volta dell’intero progetto. Ulisse e Penelope che navigano verso il sole per onorare i caduti rappresentano una speranza consapevole. Non è il ritorno al “posto sicuro” di un tempo, perché il rischio, tragico e reale, è sempre quello di trovare casa diversa da come la ricordavamo, ma un atto di trascendenza. È la rinuncia al possesso e al dominio per abbracciare una memoria collettiva, l’unica via per sopravvivere al crollo di un mondo che non è più in grado di accoglierci.

Nota a margine: nel film ci sono un paio di scene horror non male. Nolan ama sperimentare. Il prossimo sarà un horror?

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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