L’addio a Giovanna Marini, una gemma fra i campi e le officine

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L’addio a Giovanna Marini lascia l’Italia migliore un po’ più povera. La compositrice, cantante, ricercatrice e didatta, allieva di Andres Segovia, ha scoperto il canto popolare e la storia orale cantata frequentando Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Roberto Leydi, Gianni Bosio, Diego Carpitella.

Ha raccontato i suoni del rito, le canzoni di protesta. Ha fatto parte del Nuovo Canzoniere Italiano. Negli anni ’70 ha fondato la prima scuola popolare di musica in Italia, quella del Testaccio.

Giovanna Marini: una gemma fra i campi e le officine

Andrea Satta*

Era un gemma fra i campi e le officine, una cercatrice d’oro. Ho avuto la fortuna di conoscerla bene, di aver cantato con lei, di averla invitata in tante situazioni con i  Tetes, con e senza il suo magnifico Coro di Testaccio, di averla ascoltata parlare di Pasolini e di aver condiviso la spiaggia di Scario e di San Nicola Arcella sul Tirreno e anche il suo sguardo su Roma, persa laggiù nello smog, dalla sua casa fra gli alberi, dal cielo pulito di Monte Porzio Catone sui Colli Albani.

La amavamo in tanti. Ha visto cambiare il mondo, un’epoca trasformarsi da arcaica in post moderna e lei a registrare e a tramandare. Ha aiutato a crescere tutti quelli che avevano nel cuore la voglia di conoscere e di capire. Grazie, Giovanna Marini, per non esserti fermata mai, canteremo a mente il meraviglioso Lamento per Pier Paolo Pasolini come una preghiera senza un Dio cui rivolgerla. Il tuo capolavoro estremo.

Mi diceva vado a Sessa Aurunca che c’è una processione, mi diceva, Andrea, vediamoci dopo la lezione che ho al Coro di Testaccio, mi diceva dopo le prove, sì perché lei che poteva insegnare tutto a tutti, faceva le prove.

Aveva conosciuto tutta la stagione dei cantori di lotta di ieri (ci era nata dentro) e se permettete anche di oggi (la incoraggiava), visto che di lotta non si può certo smettere di parlare.

Giovanna era la pietra che teneva insieme l’arco della canzone politica e popolare, l’incastro mirabile e necessario, lo era per anagrafe, cultura, ricerca, desiderio, capacità di insegnare volontà di ascoltare, interpretare, capire, donare. Curiosità e dinamicità. Scompare lei e va tutto in pezzi, ora ricostruire e riconoscere i singoli mattoni, dargli un nome e un verso non sarà semplice.

La cosa che di più amavo sentirle cantare era “Un paese vuol dire” di Mario Pogliotti, gliela chiedevo sempre, perché è vero “un paese vuol dire non essere soli, avere del vino, gli amici, un caffè … io vengo dalla città, riconosco le strade dalle buche rimaste, dalle case sparite, dalle cose sepolte che appartengono a me”.
Questo è stato il suo razzo verde.

* Andrea Satta, voce dei Tetes de Bois. Ha da poco pubblicato il suo primo album solista “Niente di nuovo tranne te”. Articolo originale su pressenza.com

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