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La ferita di Christian De Sica continua a guardare: cambiano governi, medici e sapienti, ma il suo peccato di saper essere tutto, anche cafone, resta.
La ferita di De Sica
C’è una ferita in fondo alla maschera di Christian De Sica, che solo Luca De Filippo probabilmente avrebbe potuto capire: il rammarico dell’apparire in ritardo, in formato ridotto, rispetto al padre.
E magari Franz Kafka, conoscendoli, avrebbe scritto una nuova lettera al proprio, oppure solo condiviso un’inadeguatezza, una zona d’ombra sotto i totem famigliari in cui questi tre figli sono stati parcheggiati per sempre.
È una lesione che si incastra perfettamente nel suo sguardo, soprattutto nelle scene grottesche, slabbrate, sguaiate. Più presta il fianco alla volgarità, contorcendo la faccia in espressioni esagerate, alzando la voce e forzando il romanesco, più quella ferita viene fuori, ricordandogli quello che sa da sempre: quanto è bravo a fare l’attore.
E sarà ormai una errata e diffusa interpretazione dei metodi recitativi o delle nuove regole per l’assegnazione dei ruoli, ma generalmente, dall’inizio della storia del mondo, ad un interprete si è sempre chiesto di mettere in scena tipi umani lontani da sé.
E Christian De Sica il burino lo fa da dio, correndo il rischio di essere frainteso da tutti. Una sorte condivisa con altri figli celebri, i fratelli Vanzina, con il medesimo capo d’accusa: glorificare e rendere lecita la volgarità.
Agli italiani non è mai interessato distinguere la funzione tra il mostrare e il celebrare, tra il ridere di e il ridere con, piuttosto liquidare sommariamente il giudizio, anche per allontanare il rischio di essere complice e di veder precipitare lo stesso processo su di sè.
Avrebbero dovuto continuare a inseguire ladri di biciclette per le strade di Roma, al massimo lanciarsi nella serialità comica con Totò, come i genitori, invece hanno preferito raccontare i mostri della loro epoca.
Hai voglia a ricordare che questa seconda generazione di cinema italiano è cresciuta con Ennio Flaiano, Luchino Visconti, Roberto Rossellini, il verdetto non perdona: mai seguire le orme paterne a modo proprio, la commedia non è affari da figli, solo i venerati maestri fanno ridere in maniera intelligente, il resto è da poveri stronzi.
A voler riportare, poi, le interviste a Christian De Sica in cui racconta di Cesare Zavattini che gli spiega “Il capitale” di Karl Marx, o le serate a casa con Martin Scorsese, ridendo a mostrargli Canzonissima – come scrive Marco Risi in “Forte respiro rapido” – c’è da passare per pazzi.
Eppure la più grande assicurazione contro la volgarità per De Sica è l’essere stato prima fidanzato e poi eterno amico di Isabella Rossellini, un patriarca, che non ha remore a comminare sanzioni etiche (come risulta chiaro dal documentario del nipote Alessandro, “The Rossellinis”).
Intanto la ferita di Christian De Sica continua a guardare: cambiano governi, medici e sapienti, ma il suo peccato di saper essere tutto, anche cafone, resta.
Passa invece la consapevolezza che a parlare di tette e culi, peti e cazzi quando ci sono Aristofane e Plauto, gli italiani si sentono a loro agio: se è una risata certificata dai programmi scolastici, ci si può lasciare andare, senza ferite per nessuno.

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