Fuori di Martone: il carcere delle donne e l’ostilità della libertà

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Con Fuori, Martone racconta la condizione femminile dentro e fuori dal carcere, ispirandosi a Goliarda Sapienza. Un film carnale, doloroso, necessario. Il fuori non è sempre libertà: per molte donne, è solitudine, invisibilità, esclusione.

Fuori, il nuovo film di Mario Martone

Prima di lasciare la sala, alla fine del film, pazientate un attimo, ne vale la pena. Mentre scorrono i titoli di coda, Mario Martone regala agli spettatori un documento prezioso: una breve intervista televisiva del 1983 a Goliarda Sapienza, realizzata da Enzo Biagi. Quel video, sebbene relegato al margine della narrazione filmica, è in realtà un cuore pulsante che batte fuori campo. Più di molti saggi, più di tante analisi accademiche, quell’intervista racconta la condizione femminile in Italia, mettendo a nudo il giudizio, il pregiudizio e la supponenza che le donne – soprattutto quelle fuori norma – hanno sempre dovuto fronteggiare.

Goliarda termina quell’intervista in tensione, seduta in punta di sedia. Non parla di carcere come concetto astratto, avendolo vissuto sulla propria pelle. Quell’esperienza, che per molti sarebbe stata solo una vergogna da cancellare, per lei divenne materia viva, da trasformare in scrittura e riflessione: ciò che infatti avvenne con “L’Università di Rebibbia“, un’opera ibrida, personale e politica, dove la prigione viene raccontata come luogo di umanità inattesa, di relazioni autentiche, ma anche di profonda ingiustizia.

I volti degli uomini nello studio televisivo – sguardi severi, ammiccamenti sarcastici, risatine appena trattenute, addirittura imbarazzati suggerimenti – dicono tutto. Persino Biagi, pur celebre per il suo rigore giornalistico, appare qui ostile, prevenuto, più intento a contestarla che a comprenderla.

Martone, con “Fuori“, firma forse il suo film più riuscito, certamente il più asciutto e carnale allo stesso tempo. La città di Roma resta sullo sfondo, intravista solo in qualche scorcio rubato dal finestrino di un’auto o in brevi panoramiche, come quella su Piazza del Popolo, sui palazzi popolari più in periferia, su una scritta, su una breccia in un muro antico attraversata da Goliarda con alcune compagne di carcere.

Il regista sceglie con lucidità di non cedere alla bellezza della città eterna: tutto è incarnato nelle donne, nei tratti di strada che percorrono a piedi o correndo, nei loro sguardi, nei silenzi, sui corpi trattenuti e dolenti, nelle lacrime.

È un film costruito anche (forse soprattutto) sul non detto, sul dolore che si muove in sotterranea, che trasuda da ogni gesto e a volte esplode in pianto.

Valeria Golino è semplicemente perfetta: riesce a restituire la malinconia e la forza di Goliarda con una profondità che passa attraverso i suoi inconfondibili occhi tristi. Matilde De Angelis, dal suo canto, le tiene testa in una prova intensa e luminosa, tutt’altro che marginale.

Per questo sorprende – e dispiace – che le sia stato assegnato il Nastro d’Argento solo come miglior attrice non protagonista, per giunta condiviso con la pur brava Elodie: una scelta che decisamente sminuisce la potenza della sua interpretazione. De Angelis ha giustamente manifestato il proprio disappunto: dividere un premio significa, talvolta, togliere unicità a una performance che invece l’aveva, eccome, al punto che De Angelis in questo film è, a tutti gli effetti, una coprotagonista.

“Fuori” è un film che andrebbe visto e rivisto, anche solo per ricordarci cosa possa significare stare ai margini, restare fedeli a sé stessi e, malgrado tutto, continuare a parlare – o tacere – con dignità.

Non per ultimo, perché racconta un paradosso difficile da accettare: il fuori come carcere. Per molte donne, uscire dalla prigione non è liberazione ma solitudine.

Là dentro, dietro le sbarre, si possono stringere legami, essere riconosciute per ciò che si sa fare, ottenere un lavoro, perfino essere ascoltate. Fuori, invece, spesso si torna invisibili, senza casa, senza rete, senza ascolto.

Non è raro che alcune ex detenute desiderano di rientrare. È la cosiddetta sindrome del carcere: la prigione, da luogo di pena, si trasforma in spazio familiare, dove si è almeno “qualcuno”. Mentre il “fuori” resta ostile, soprattutto per chi non ha tutele, affetti, risorse.
E se il carcere femminile italiano oggi è ancora segnato da sovraffollamento, carenza di personale formato, mancanza di programmi di reinserimento reale, il “fuori” si rivela spesso una terra desolata.

Goliarda Sapienza – scrittrice scomoda, anarchica, artista fuori dagli schemi, dimenticata in vita e riscoperta solo postuma – ci aveva già insegnato tutto questo, con un coraggio che le costò isolamento e incomprensione.
Martone ce lo ricorda senza retorica, ma con precisione chirurgica e compassione autentica.

 

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parole ribelli, menti libere

Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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