L’estate gli italiani, dal mese di luglio, alla luce del proiettore preferiscono quella solare, ma sarebbe opportuno ragionare sul disinteresse e sull’allontanamento del pubblico.
Cinema, le sale vuote d’estate
È un tacito accordo tra il calendario gregoriano e le sale: agosto, cinema mio non ti conosco.
E hai voglia a trascinare gli spettatori con la promessa dell’aria condizionata a fronte dell’afa, a spingere sul senso di colpa del “queste cose in Europa non accadono, i film in estate non vanno in vacanza”, nonché del tormento – un’apparizione da addetto al botteghino travestito da prete al confessionale – a far ripensare a quante piattaforme streaming abbiano attivato solo nell’ultimo mese: tutto inutile.
Gli italiani, dal mese di luglio, alla luce del proiettore preferiscono quella solare, non avendo tutti l’ambizione, come Brad Pitt in “Intervista col vampiro”, di rivedere l’alba dopo duecento anni.
Così, salvo qualche recupero sotto le stelle – che sia piazza, parco, arena all’aperto, non fa differenza, l’importante è emozionarsi e pensarsi nella lontana Sicilia di “Nuovo Cinema Paradiso” – o una primizia della prossima stagione, come il nuovo “Crimes of the Future” di David Cronenberg – questo sì che avrebbe meritato un’uscita più clemente a metà autunno – il cinema resta provvisoriamente sospeso, in attesa dell’inizio delle piogge, di quel tempo in cui finiscono i selfie con lo sfondo dei Faraglioni e cominciano le foto ai caminetti accesi.
Una sospensione che non riguarda la pubblicità, o meglio l’eterno monito: tornate in sala.
È giusto, quanto meno assennato, mostrare interesse per la ripresa del settore ed evitare che il cinema, luogo fisico primigenio e naturale, dopo i singhiozzi delle aperture e chiusure pandemiche, l’avvento di Netflix & co. E l’ininterrotta inflazione dei prezzi, subisca l’ennesima battuta d’arresto, forse definitiva.
Ma proprio per schivare la possibilità che la sala si trasformi in un vezzo vintage, una forma d’arte solo per pochi e non ritrovarsi a sospirare davanti al proprio portatile “Era meglio prima”, sarebbe opportuno ragionare sul disinteresse e sull’allontanamento del pubblico.
Perché il grande schermo, con il suo rispetto reciproco, silenzio e unicità della visione, non deve essere considerato superficialmente un passaggio obbligato della distribuzione, ma un regno, uno spazio dove ha vissuto la grandezza dell’immagine e delle storie da raccontare.
In sala hanno preso forma la luce di Storaro, la musica di Morricone, la parola e il pensiero di Zavattini, Flaiano, Guerra, le visioni di Fellini, l’ambizione di Leone e l’umanità di De Sica.
Aspirazioni che si riflettevano non solo nella conquista dei mondi, ma nella volontà di crearne altri: dai drammi alle commedie, un cinema nato non per accontentarsi della realtà e per assuefare alla banalità dei giorni, ma destinato all’invenzione di un pensiero laterale, dove i problemi venivano analizzati senza edulcorazioni e la pellicola interpretava, proponeva soluzioni, e a volte semplice consolazione.
Qualcosa che azzarderemo a chiamare speranza, senza fraternizzare mai con il concetto di resa. “Solo al cinema” ammonisce lo spot del ministero della cultura, dimenticando la differenza che c’è tra una scenografia di Dante Ferretti e un effetto speciale della Marvel, ma ciò che occorre fare è spezzare l’osmosi – o più precisamente l’invasione – tra televisione e cinema.
Che l’ovvietà si ritiri tra i dodici pollici, e l’arte ritrovi, come il pubblico, il suo spazio: solo al cinema.
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