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Non deve essere stato facile essere Marilyn Chambers. Quando fai una certa professione, una di quelle non comuni, tutto – l’educazione dei figli, la gestione dei partner, le scelte di carriera – diventa maledettamente complicato. Quanto possono pulsare quella miriade di questioni non risolte nella mente di una Dea del cinema porno?
Essere Marilyn Chambers*
Di Marilyn Chambers, nome d’arte di Marylin Ann Brigg, le poche biografie a disposizione raccontano di essere nata a Providence, città dello Stato di Rhode Island e di essere cresciuta a Westport, nel Connecticut. Suo padre era un pubblicitario mentre la madre era infermiera. Era la più piccola dei tre figli della coppia, un fratello e una sorella.
Terminati gli studi cercò il successo intraprendendo la carriera di modella e partecipando a vari casting di nascosto dai genitori. Riuscì ad inserirsi nel mondo del cinema interpretando piccole parti, nelle quali immancabilmente le veniva chiesto di apparire nuda. In attesa che arrivasse la notorietà, Marilyn si accontentò, per sbarcare il lunario, di accettare lavori come modella di nudo o come ballerina spogliarellista.
Capitò per caso nel mondo dell’intrattenimento per adulti rispondendo ad un annuncio in cui si cercavano attori per un film: Behind the Green Door. Solo al casting scoprì trattarsi di un film porno. Ne rimase delusa e proprio quando stava per lasciare gli studi i produttori la notarono. Avevano individuato in lei qualcosa di particolare, una marcia in più. Smisero immediatamente di cercare e le affidarono – seduta stante – la parte di protagonista del loro film. Behind the Green Door fu, inaspettatamente, un vero successo. Marilyn diventò una star internazionale.
Quando i giornalisti in preda alla loro morbosa prurigine le chiedevano se girare certi film fosse divertente, lei li metteva all’angolo con i suoi modi amabilmente disarmanti: “Oh sì, eccome!” rispondeva la star protagonista di “Behind the Green Door”.
Behind the Green Door, girato nel 1972, è tutt’ora ampiamente considerato uno dei film “classici” del genere e forse quello che – per definizione – ha inaugurato The Golden Age of Porn il periodo d’oro del porno, movimento artistico che ha vissuto il suo culmine negli anni compresi tra il 1969 e il 1984.
Fu uno dei primi film hardcore ampiamente distribuiti negli Stati Uniti e il primo lungometraggio diretto dai fratelli Mitchell. Riduzione cinematografica di un racconto anonimo con lo stesso titolo diffuso tramite copie ciclostilate, il titolo della storia faceva riferimento ad una canzone di successo del 1956 “Green Door”, interpretata da Jim Lowe.
La protagonista, grazie alla sua interpretazione, divenne una vera e propria celebrità mainstream. Sebbene interpretasse il personaggio centrale del film, la Chambers non pronuncia nemmeno una parola in tutta la sua durata. Behind the Green Door fu il primo lungometraggio hardcore eterosessuale americano a includere una scena di sesso interrazziale.
La trama è molto semplice: la storia inizia all’interno di un bar, dove il barman chiede a due camionisti di raccontargli la “storia della porta verde”. Il racconto si srotola in una serie di “flashback” dove si vedono la giovane e bella Gloria (interpretata da Marilyn Chambers), essere prima rapita e poi portata in un locale a luci rosse. Lì viene piazzata sul palco e costretta a rapporti sessuali con più partner davanti ad un pubblico che la osserva. Gloria, all’inizio recalcitrante, poi si lascerà andare, dando via libera al suo pieno godimento e ai suoi tanti orgasmi.
Non deve essere stato facile, dicevamo ma, come lei convintamente sosteneva, “essere Marilyn Chambers non solo è facile, è divertente!”. Sollecitata, precisava “Cosa posso dirvi? La mia vita è… fantastica! Semplicemente fantastica. Il sesso? Incredibile, irreale”, sottolineava chiosando con la sua voce cupa e seducente.
Ma le conversazioni con Marilyn non riguardavano solo il sesso. Cominciavano da lì, poi si dipartivano nelle più disparate direzioni. Il sesso, in tutte le sue espressioni, era il suo alfa e il suo omega, lo ying e lo yang, il suo Stanlio e Ollio, perché anche nelle cose di letto c’è una componente ludica, comica.
Marilyn Chambers raggiunse così la celebrità nel 1972, con un film realizzato con una manciata di dollari, acclamato come il “Via col vento” del suo genere. Behind the Green Door divenne titolo familiare nella cultura mainstream statunitense, entrando di pieno diritto nella storia del cinema di genere insieme a Deep Throat (conosciuto in Italia col titolo di “Gola Profonda”) e “Miss Jones”, fino ad allora relegati a materiale di scarso o nessun valore artistico.
Di quei tempi pioneristici Marilyn raccontava “È stata un’era che non si ripeterà mai più. Con il nostro lavoro abbiamo riscritto il linguaggio di una certa società perbenista che, messa alle strette, si è trovata obbligata ad accettare e addirittura apprezzare il “porno chic”. Eravamo accolti dagli spettatori come vere superstar. Andavamo in giro in limousine, bevevano champagne Cristal e alloggiavano nelle migliori suite del Plaza Hotel.”
I fautori della clamorosa ascesa ai piani alti della cinematografia, furono Jim e Artie Mitchell, destinati poi ad entrare nel pantheon delle personalità di San Francisco. I due fratelli con le loro provocazioni fecero sì che le leggi locali e nazionali sull’intrattenimento erotico cambiassero, prima realizzando e producendo brevi filmati hard in un magazzino affittato, poi più tardi, a successo ottenuto, aprendo il primo cinema a “Luci Rosse”, il O’Farrell Theatre.
Non fu un processo facile: una rivoluzione di tale portata non poteva non entrare, prima o poi, in collisione con le restrittive leggi americane sul comune pudore e con il perbenismo dilagante nel tessuto sociale dell’epoca.
Jim Mitchell provò sulla sua pelle quanto la politica fosse reazionaria davanti a quelli che pretendevano di imprimere certi cambiamenti epocali: già alla prima di un film dal titolo che nulla poteva far sospettare, “Lesson in Love”, fu trascinato via dalla polizia tra le proteste degli spettatori. Purtroppo per lui fu solo la prima di una scena che si sarebbe ripetuta circa duecento volte negli anni a venire.
Il merito dei Mitchell fu quello di non abbattersi mai al cospetto delle forti pressioni che gravavano su loro. Erano stati tanti, prima di loro, i fornitori di porno di San Francisco che avevano alzato bandiera bianca. Chiamati a difendersi nei vari processi in cui furono accusati per atti osceni in luogo pubblico, i due fratelli dettero battaglia allo “status quo” con ammirabile combattività, rappresentando le loro motivazioni davanti ai giudici o alla presenza di affollatissime e seguitissime conferenze stampa.
I fratelli prevalsero sempre davanti alle giurie di San Francisco, perdendo solo una volta (con verdetto poi annullato in appello). Furono chiamati a difendere i loro film bloccati dalla censura, si opposero strenuamente alla chiusura coatta dei loro cinema da parte delle autorità locali di Long Island e Santa Ana.

In particolare a Santa Ana, dettero prova della loro grande tenacia durante un’aspra battaglia legale che si trascinò per ben undici anni e che, secondo quanto riferito dai giornali dell’epoca, costò loro quasi un milione di dollari.
L’avvocato Michael Kennedy che li difese nelle loro beghe con la giustizia, anni dopo raccontò che i due fratelli pagarono di tasca propria anche la difesa dei dipendenti del teatro – tra cui un proiezionista e un venditore di popcorn – che erano stati arrestati durante le incursioni nelle sale cinematografiche che proiettavano i loro film.
Le azioni penali nei loro confronti si attenuarono col tempo, ma “Behind the Green Door” rimase ancora a lungo al centro di una causa in tribunale poco nota al di fuori dei circoli legali.
La criminalità organizzata, infatti, iniziò a contrabbandare il film intorno al 1974 o ’75. Jim e Art provarono ad opporsi a quella che ritenevano, a ragione, una violazione del diritto d’autore. Il caso deflagrò a Dallas, dove il giudice locale dichiarò che “l’intrattenimento osceno non era protetto dalle leggi sul copyright” sollevando le violente rimostranze non solo dei Mitchell ma di tutto il movimento dell’intrattenimento per adulti.
La Corte d’Appello della Quinta Circoscrizione ribaltò il verdetto e si è pronunciò a favore dei Mitchell. Fu, quella, una decisione che contribuì a riconoscere la valenza artistica del cinema “hard” e, di conseguenza, la sua tutela, esattamente allo stesso modo di quella già consolidata del cinema “canonico”. Il “caso Dallas” rappresentò una conquista tutt’altro che trascurabile, che ebbe il merito di modellare la cultura americana, e per la quale vanno riconosciuti i meriti dei fratelli Mitchell e, pertanto, ringraziati.
Alla fine degli anni ’70 i due spostarono la loro attenzione dai film hard agli atti sessuali “live”. Si trovarono così ad affrontare un nuovo ciclo di conflitti con le autorità legali. Nel 1980, quindici poliziotti entrarono nel O’Farrell Theatre, arrestando quattordici avventori, sei artisti e sette dipendenti, tutti accusati di aver frequentato un “luogo di prostituzione”.
I Mitchell a provocazione risposero con provocazione: chiusero il teatro per una settimana e sulla locandina indicarono a caratteri cubitali il numero di telefono di casa del sindaco di San Francisco, la signora Dianne Feinstein, fervente oppositrice degli spettacoli a luci rosse e promotrice delle restrizioni poste sulle attività dei due fratelli. L’irruzione non portò a condanne. Una successiva azione civile del procuratore distrettuale fu annullata dalla Corte Suprema dello stato.
Marilyn Chambers fu coinvolta nell’ultima battaglia legale dei Mitchell. Durante uno spettacolo teatrale del 1985, i poliziotti la arrestarono per aver “ancheggiato” tra il pubblico e consentito agli avventori di toccarle le parti intime. A seguito del ricorso sollecitato presso il Consiglio dei Supervisori, quest’ultimo dovette a malincuore riconoscere che il Dipartimento di Polizia dal suo non poteva avere un ruolo di regolamentazione sugli spettacoli erotici che si svolgevano nei teatri, e ne venne destituito con effetto immediato.
Era l’alba di una nuova era, non solo a San Francisco, ma in tutta l’America. Divenne chiaro ai pubblici ministeri che finché il materiale sessualmente esplicito non veniva concesso a bambini o a persone non disposte a vederlo e il pubblico cui era rivolto non aveva problemi ad usufruirne, non poteva sussistere alcun tipo di censura o limitazioni della visione. Il dado era ormai tratto: il caso determinò un tipo di approccio globale alla pornografia, che fu finalmente accettato dall’intera società statunitense.
Ma non furono solo i problemi legali ad affliggere il quieto vivere dei fratelli Mitchell. Su di loro da tempo aleggiavano fantasmi ben più aggressivi che le invettive dell’America puritana. il 27 febbraio 1991 Jim Mitchell, esasperato dagli eccessi di suo fratello ormai completamente schiavo della dipendenza dall’alcool e di svariati tipi di sostanze stupefacenti, aveva caricato il fucile, si era recato a casa sua, a Corte Madera, e lo aveva freddato.
Durante i dibattimenti in tribunale, un congruo numero di testimoni confermava che Artie Mitchell versava in un continuo stato di follia indotta dagli allucinogeni di cui abusava. I suoi comportamenti erano diventati bizzarri e imprevedibili. Era stato notato, in stato chiaro stato confusionale, agitare pistole in pubblico e rivolgere minacce agli amici e parenti che tentavano di ricondurlo alla calma.
Fu difeso dal solito Michael Kennedy, non trovò di meglio, davanti alle evidenze schiaccianti a sfavore del suo assistito, di sostenere che la morte di Artie era stato il frutto di un maldestro tentativo di sedarlo durante uno dei suoi conclamati eccessi. Tale tentativo, sostenne, era però era andato catastroficamente storto e il colpo che aveva ucciso Artie era stato sparato accidentalmente.
La tesi della difesa non convinse la giuria che dichiarò colpevole Jim Mitchell per il reato di omicidio colposo volontario. Scontò solo tre anni dei sei anni di prigione fissati dalla sentenza, terminati i quali si occupò di gestire l’azienda di famiglia, abbandonando per sempre il mondo dell’intrattenimento per adulti. Mitchell ha sempre rifiutato di concedere interviste in cui gli si chiedesse conto di quella triste storia lamentando – forse pretestuosamente – di essere costretto al silenzio dai termini della sua libertà condizionata.
Marilyn Chambers, diversamente dai giudici che condannarono Jim Mitchell, non lo giudicò mai. Era stata per lungo tempo la sua grande amica di vita e avventure. Il suo affetto non cambiò alla luce della tragedia di cui era stato protagonista l’amico. Perdonò e dimenticò. Gli rimase vicino, dispensandogli i suoi preziosi consigli. Jim fece suoi quei consigli, riprendendo le redini della propria esistenza.
Marilyn proseguì la carriera senza i suoi pigmalioni per ancora sedici anni, con il solo intermezzo di un periodo di silenzio tra il 1989 e il 1993. All’alba dei suoi cinquant’anni dichiarò “Devo fare tutto quanto mi è possibile per quel che riguarda la mia carriera. Mi pongo come limite i prossimi tre anni durante i quali darò il meglio di me per guadagnare un bel po’ di soldi, per poi ritirarmi e occuparmi solo del bene di mia figlia”.
Interrogata circa quella sua provvisoria ma lunga assenza dagli schermi, si è giustificò dichiarando “Mi allontanai dal mondo dell’Hard a causa dell’AIDS”.
Anche nella lotta al terribile morbo emergenza, l’attrice si è confermò una precorritrice esigendo che gli attori con cui condivideva il set durante le scene indossassero il preservativo. “Al giorno d’oggi”, affermò più tardi, “l’attività sessuale del porno è perfino più affidabile (dal punto di vista della salute) di quella della vita privata di una qualsiasi persona sessualmente attiva”.
E sempre in tema di vita privata, la Chambers, rispondendo indirettamente a chi sosteneva che il suo unico pensiero fosse rivolto esclusivamente al sesso, precisò quali fossero le sue priorità: “non ho dubbi, il benessere di mia figlia, viene prima di qualsiasi altra cosa”. A riguardo del rapporto con sua figlia, a chi gli chiedeva se sapesse cosa faceva per vivere sua madre, rispondeva “In un certo senso lei lo sa… ma non lo sa”.
Poi, intristendosi, completava il concetto: “Sto aspettando il giorno in cui i ragazzi la prenderanno davvero in giro: ‘Oh, tua mamma, è una troia, è una puttana’. So già che quando avrà 14 anni, vivrò dei momenti davvero difficili con lei.”.
Condividendo le preoccupazioni che affliggono qualsiasi madre, si diceva preoccupata per l’esposizione della bambina in un ambiente di lavoro come il suo: “In un mondo così sessualmente bizzarro, lei avrebbe bisogno di un modello morale. Il mio esempio non potrà aiutarla: non ho mai avuto un compagno fisso, una amicizia maschile stabile e affidabile, neanche un ragazzo che passasse la notte in casa mia. Inoltre mi preoccupa molto che le possa capitare di vedere su un qualsiasi schermo quello che faccio nei miei film. Ciò comprometterebbe irrimediabilmente l’idea che ha di sua madre”.
Sposata e divorziata tre volte, Marilyn non ha mai smesso di desiderare una storia d’amore duratura. Sull’argomento, durante un certo periodo della sua vita, disse “al momento ho un ragazzo da, wow!, sette o otto mesi. È fantastico, ma purtroppo anche lui ha difficoltà ad accettare il mio tipo di ‘occupazione’. Viviamo il nostro rapporto in un perenne stato di crisi. Come lo gestiamo? In nessun modo, continuiamo a lasciarci e a… tornare insieme.”
Il problema, ha aggiunto, è che “quando gli uomini scoprono chi sono, si fanno l’idea che non potrò mai essere fedele a loro, o anche solo leale. Quindi arrivano alla conclusione di non potermi avere del tutto. Il massimo che sono disposti a concedermi è di essere la “ragazza della porta accanto”, disponibile per il sesso ma niente di più. E’ una cosa che trovo disgustosa.”. Frustrazioni che, umanamente, per una volta le avevano fatto vacillare la convinzione sulle scelte lavorative che aveva intrapreso. Le esternò in una delle tante interviste, quando scongiurò alle sue potenziali emulatrici “Il lavoro di pornoattrice? Non Fatelo assolutamente! Quella vita ti spezza il cuore. Ti lascia un senso di vuoto dentro. Procuratevi un lavoro vero e tenetevelo stretto!”
Mentre era ancora in attesa del vero amore, Marilyn stava però pianificando la sua prossima carriera. “Sono un’appassionata di informatica”, raccontava. Aggiungendo poi “Credo di essere in grado di gestire un’azienda senza problemi. I fatti lo dicono: sono una vincente donna d’affari ed è quello che voglio fare. L’età avanza e io non posso pensare di essere per sempre davanti ad una telecamera come Marilyn Chambers. Passata l’attrice, rimarrà l’imprenditrice Marilyn Ann Taylor, quella con mio vero nome.” Furono le ultime dichiarazioni pubbliche rilasciate dall’attrice: aveva 54 anni.
L’attrice non vedrà mai realizzato il suo ambizioso progetto. Tre anni dopo, il 12 aprile del 2009, Marilyn Ann Taylor, nome anagrafico di Marilyn Chambers, fu trovata morta nella sua casa di Santa Clarita, in California, da sua figlia McKenna Marie Taylor, a quel tempo diciassettenne.
Un’emorragia cerebrale probabilmente cagionata da una malattia cardiaca congenita, l’aveva stroncata a soli 57 anni. L’autopsia rivelò la presenza nel suo sangue di farmaci antidepressivi, che però, stando a quanto dichiarato dal “coroner”, non potevano ritenersi responsabili della morte della più grande star del firmamento nel genere dell’intrattenimento per adulti.
Le sue ceneri furono disperse da sua figlia Marie al largo di Los Angeles, nell’oceano Pacifico.
Marilyn Chambers è ancora oggi un personaggio conosciutissimo e riconoscibilissimo. Il suo sito web non conosce flessioni nel numero di navigatori della rete che vi accedono. Le dee, si sa, hanno sempre una moltitudine di veneranti al loro seguito e lei non fa certo differenza: sono moltissimi i profili “social” a lei dedicati gestiti da fans adoranti.
Essi popolano gli spazi che ne ripercorrono la memoria con passione e riconoscenza. Ne ricostruiscono le “gesta”, ne postano immagini e filmati, talora chicche – a lor dire – rarissime, quando non introvabili. Che si tratti di fotogrammi rubati al suo privato o tratti da film misconosciuti, di vecchie foto che la ritraggono in giovanissima età o da adulta immortalata in compagnia di personaggi famosi, tutto fa brodo.
Di materiale non ne può certo mancare: la sua è produzione artistica è smisurata, composta da ventidue film “di genere” oltre ad una dozzina di film “tradizionali”. Personaggio e artista a tutto tondo, Marilyn durante la sua breve ma rutilante esistenza, attraversò un po’ tutto l’arcipelago che compone il mondo dell’arte: il ballo, la moda, la fotografia, il cinema.
Non manca all’elenco la musica, per la quale potè vantare di aver inciso tre singoli a quarantacinque giri di genere “folk” alla fine degli anni settanta, di cui il primo, Benihana riscosse anche un gran successo presso le radio della west-coast. I ripetitori rimbalzarono per mesi la sua “hit”, ammaliando gli ascoltatori con la sua voce calda e ben intonata. Scrittrice? Anche. La sua autobiografia dal titolo “Marilyn Chambers, My Story“, è tutt’ora disponibile su molteplici piattaforme di vendite “on line”. È un vero peccato che non le sia bastato il tempo per diventare chissà cos’altro. Si può starne certi, avrebbe sorpreso i suoi fans ancora una volta…

* Articolo originale di Michael Dougan, per Sfgate.com – tradotto da Filippo De Fazio.
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